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Il filosofo che insegnò l'arte della speranza
 di Gaspare Barbiellini Amidei

Elzeviro: Ricordo di Samek Ludovici

[Dal "Coriere della Sera", 28 giugno, 2001]

In cattedra a trent’anni e poi la morte prematura 

Apparteneva agli imperdonabili, Emanuele Samek Ludovici, a quell’elenco non lungo di scrittori e pensatori, inattuali nella tradizione e nella modernità estreme, gente che nulla ha concesso alle mode, alla tolleranza ambigua e al sincretismo. Un incidente stradale interruppe la sua vita vent’anni fa. Dopo molti tentativi di salvarlo, moriva giusto in questi giorni, lasciando una moglie e due figli assai amati. La sua opera e il suo nome sono noti, ma raramente citati. Alcune sue intuizioni sono utilizzate, con scarsa memoria della fonte, anche da autori immeritatamente famosi, lontani dal suo rigore metafisico. Aveva poco più di trent’anni quando andò in cattedra. Quando è morto non erano pochi a riconoscerlo già come uno dei maggiori filosofi italiani. Ebbe pochi maestri, Vittorio Mathieu e Augusto Del Noce senz’altro. Aveva una dote rabdomantica. Percorreva la storia della filosofia cercando la vena d’acqua della verità con i suoi inquinamenti. Quando era ancora ragazzo già era impegnato in studi sulla gnosi. Alla metamorfosi della eresia regina, agli innamoramenti di tanti intellettuali per le ramificazioni gnostiche fino ai nostri giorni dedicò costante attenzione. Del filosofo di razza aveva l’occhio capace di sceverare il superfluo dall’essenziale, puntando alla radice delle idee. Fedele al Cattolicesimo, del quale era praticante, aveva formato il nocciolo di una sua proposta filosofica. Giovanissimo anticipò la consapevolezza della fine delle ideologie, molto prima che fossero liquidate sul mercato della cultura di massa. Alleggerì presto la sua biblioteca di tutti i libri della lunga stagione ideologica, pagine che gli parvero inutili. Eravamo giovani amici nella Milano di quegli anni. Un giorno venne a casa mia in via Solferino, due portoni dal Corriere, con un pesante pacco di volumi, opere di sociologia e testi di Marx e su Marx. A lui non servivano più. Con fraterna e sorridente preoccupazione supponeva io li avrei graditi. Nel corridoio di casa c’è uno spazio, che mentalmente chiamo «scaffale Emanuele», dove sono ancora quei libri, spesso consultati. Lavorava molto, senza dispersione, concentrandosi sugli autori della sua stupenda macchina per pensare, mirabilmente costruita con rigore filologico. Nelle opere dei classici trovava strumenti di analisi storica e sociale, a lui indispensabili per decifrare la versione del mondo contemporaneo. Aveva ricostruito lo scenario della scristianizzazione presente come esito di una serie di attacchi ai modi del vivere coerenti rispetto alla lezione evangelica. Anche Augusto Del Noce, il maggiore filosofo cattolico del secolo appena concluso, procedeva così, leggendo la storia del mondo attuale attraverso la storia della filosofia e del pensiero che via via espelle dalle menti l’idea di Dio, in una progressiva negazione dell’ ipotesi stessa di trascendenza. Come pochi filosofi contemporanei, Samek Ludovici aveva una sua scienza della società. Scendeva sul terreno dell’ osservazione e annotava i modi con i quali la cultura via via rendeva povera e impraticabile l’ipotesi stessa di Dio. Sapeva anche di teologia e di pedagogia cristiana. Una volta mi parlò degli antichi autori delle icone, che prima di mettersi a dipingere le immagini sacre per molti giorni pregavano e digiunavano. Le sue pagine hanno il sapore di questa interna disciplina. Era uomo di Dio nella quotidianità e questa sua disposizione si coglie nello stile, nelle argomentazioni, nella chiarezza. Eppure la sua filosofia ha una pacatezza laica, una progressione classica. Si parla spesso a Roma della eventualità di un Concilio Vaticano Terzo. Sarebbe importante, comunque nella Chiesa si vorrà fare un punto sulla situazione presente, rileggersi il meglio che in questi decenni ha dato il pensiero cristiano, e riprendere anche il lavoro importante di Samek Ludovici. Insegnò l’arte di non disperare, una sapienza discreta che nasce da una valutazione severa ma non pessimistica del nostro tempo. Filosofo inattuale con lo sguardo all’ avvenire, era convinto che l’uomo moderno, assediato da un diffuso senso comune anticristiano, proprio della cultura di massa, dovesse essere aiutato a liberarsi dall’ ambigua fascinazione di nuove mentalità gnostiche. Fondato su Platone e sui Padri della Chiesa, specialmente su Agostino, il suo è un pensiero robusto, nemico del nichilismo. Sapeva, per usare una sua affermazione, che «chi non ha parole non ha le cose». Negli anni della contestazione piccoli uomini che avevano paura delle parole e delle cose, soprattutto se venivano dalla tradizione e affermavano la verità religiosa, lo sprangarono. Emanuele Samek Ludovici non si fece spaventare dalla violenza dei suoi aggressori, così spaventati dalla sua intelligenza. Oggi alcuni di essi, chissà quante volte - mutate le idee e le bandiere - potrebbero leggere le sue opere e giovarsene. Accanto allo «scaffale Emanuele» tengo due libri eccezionali di questo autore, Metamorfosi della gnosi - Quadri della dissoluzione contemporanea (Edizioni Ares) e Dio e mondo - Relazione, causa, spazio in S. Agostino (Edizioni Studium). Li considero il dono più bello di un grande pensatore andatosene troppo presto. 

© Corriere della Sera

 


 
   

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