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Il grido silenzioso



 

L'Europa degli Zapateri
 di Riccardo Cascioli

Il caso della Spagna spiega cosa sta succedendo in Europa, dove l’identità cristiana viene calpestata da tutti gli schieramenti. Lo dimostrano i negoziati per la Costituzione e le recenti elezioni per l’Europarlamento.

[Da "il Timone" n. 36, settembre/ottobre 2004]

Spagna specchio dell’Europa: un popolo che smarrisce la propria identità e a cui basta una “spallata” per far crollare quei muri sottili che nascondono il vuoto. Nel caso della Spagna la “spallata” ha preso la forma del terribile attentato di matrice islamica dello scorso 11 marzo con conseguenti elezioni vinte tre giorni dopo dal Partito socialista guidato da un incredulo José Luis Rodriguez Zapatero. Nessuno infatti, neanche nella sinistra, contava su questa vittoria e Zapatero si è subito trovato a dover mantenere fede alla più eclatante delle promesse elettorali, il ritiro delle truppe spagnole dall’Iraq. E così che si è cominciato a parlare di “effetto Zapatero”, ovvero la possibile ascesa in Europa di leader e partiti socialisti caratterizzati da un programma pacifista, moderatamente no-global e ferocemente “liberal” per quanto riguarda bioetica e questioni morali: profeti di una “nuova Europa” che si contrapporrebbe all’America di Bush e ai suoi amici europei, tra cui lo stesso predecessore di Zapatero, il popolare Aznar.

La liberalizzazione dell’aborto, il riconoscimento delle unioni gay e il ridimensionamento delle scuole libere nonché dell’insegnamento della religione erano tra i punti principali del programma socialista e certamente sono state le questioni su cui il nuovo governo Zapatero — Iraq a parte — ha puntato maggiormente. Al punto che, su questi temi, è intervenuta duramente la Conferenza episcopale spagnola e vi ha ribattuto lo stesso Giovanni Paolo II nel ricevere il 18 giugno il nuovo ambasciatore spagnolo presso la Santa Sede. 

Ma davvero l’ascesa di Zapatero segna una svolta cosi radicale, capace di trainare il resto del continente? In realtà più che di svolta si deve parlare di emersione di “aspetti rimasti nascosti dietro il crescente benessere materiale”, come sottolinea José Miguel Oriol, direttore della casa editrice Encuentro. Cosa questo significhi lo spiega al Timone Inma Alvarez, direttrice dell’agenzia di informazione cattolica Veritas (www.agenciaveritas.com): «Oggi in Spagna è facile fare politica contro la Chiesa, si trova un facile consenso, perché negli ultimi trent’anni c’e stato un processo di secolarizzazione fortissimo, e anche il Partito Popolare ne e stato responsabile: tanto è vero che la ricerca sugli embrioni, la pillola del giorno dopo e l’apertura alle coppie di fatto — solo per fare alcuni esempi — sono state introdotte dal governo guidato dai Popolari». Anche il dibattito sull’eutanasia é stato riaperto nell’ultimo periodo dell’era Aznar, e per quanto riguarda la ricerca sugli embrioni Inma Alvarez ricorda che il governo ha ingannato gli stessi vescovi avendo sottoposto al loro giudizio un progetto di legge poi risultato ben diverso da quello effettivamente portato in Parlamento. Ma forse la vicenda che meglio spiega la situazione è quella dell'aborto: il governo Zapatero ne vuole la liberalizzazione totale nelle prime 12 settimane, mentre attualmente la legge lo limita ai casi in cui sia a rischio la vita della madre o in cui siano riscontrate gravi malformazioni del feto. Se stiamo alla lettera, la differenza tra le due posizioni è notevole, «ma nella pratica queste differenze scompaiono — spiega la Alvarez — perché l’aborto già oggi è di fatto completamente libero: abbiamo calcolato che se fosse rispettata la legge ci sarebbero al massimo 800 aborti l’anno, invece nel 2002 (ultimo dato disponibile) sono stati quasi 8Omila». E già dieci anni fa un giudice di Albacete (in una regione governata dal Partito Popolare) è stato costretto a dimettersi solo perché voleva portare a giudizio un medico che firmava certificati in bianco di permesso all’aborto. 

Ci si potrebbe chiedere: allora perché i vescovi spagnoli oggi reagiscono con documenti senza precedenti? «Probabilmente perché in tutti questi anni è prevalsa la logica del male minore — spiega ancora la direttrice di Veritas -, nelle fila del Partito Popolare ci sono importanti esponenti cattolici, ma certamente il governo non ha difeso né la vita né la famiglia. L’unica differenza vera riguarda la scuola. In positivo si può dire però che la vittoria di Zapatero ha risvegliato molti cattolici, e almeno possiamo sperare che questa sia una scossa salutare». 

Ed è quello che ci si. deve augurare per I’Europa nel suo insieme, dove — cosi come in Spagna — confini tra destra e sinistra, tra laici e cattolici dichiarati sembrano svanire quando si affrontano temi decisivi come la vita e Ia famiglia, guarda caso strettamente legati al riconoscimento delle radici cristiane. Basti pensare che proprio la questione dell’inserimento delle radici cristiane nel preambolo della Costituzione europea è stata rapidamente accantonata grazie anche alla presidenza di turno irlandese, pure guidata da un governo di orientamento democristiano. E comunque, se il fallimento dei negoziati costituzionali si è sfiorato a causa delle divergenze sul sistema di voto, nessun governo e nessun leader politico si è sentito di alzare la voce per reclamare l’importanza dei valori da porre a fondamento della costruzione europea. A conferma di questa tendenza stanno pure i risultati delle ultime elezioni dell’Europarlamento, dove — quasi in blocco — non sono stati rieletti i deputati di diverse nazioni che nella precedente legislatura si erano maggiormente distinti per Ia promozione della vita e della famiglia. 

Per l’Europa dobbiamo dunque parlare di “cristianesimo esausto”, come José Miguel Oriol lo definisce a proposito della Spagna? Probabilmente sì, ed e bene rendersene canto: la nostra speranza non può essere riposta in uno schieramento politico, l’Europa è terra da evangelizzare, da investire nuovamente con una esperienza di fede capace di rigenerare una cultura.

Ricorda 

“La questione della vita e della sua promozione non è soltanto una prerogativa dei cristiani, ma appartiene a ogni coscienza umana che aspira alla verità ed è interessata al futuro dell’umanitá. Le autorità pubbliche, garanti dei diritti di tutti, hanno l’obbligo di difendere la vita, specialmente le vite dei più deboli e vulnerabili. Le vere ‘conquiste sociali’ sono quelle che promuovono o difendono la vita di ciascuno e, allo stesso tempo, il bene comune della società. A questo proposito, oggi si parla a sproposito di alcune ‘conquiste sociali', che in realtà beneficiano alcuni al costo del sacrificio dl altri, e i leader politici — in quanto garanti e non fonte dei diritti che sono innati in tutti — dovrebbero considerarli con preoccupazione e allarme". (Giovanni Paolo II, Discorso all’ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede, Jorge Dezcallar do Mazarredo, Roma 18 giugno 2004).

© il Timone

 


 
   

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