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Il grido silenzioso



 

Ricordo di Marco Tangheroni
 Testi di Giulio Guerra, Marco Respinti

L’11 febbraio 2004 è deceduto nella sua Pisa il professor Marco Tangheroni, medievista di fama, ma anche figura esemplare di fede sincera in una vita segnata dal dolore. Riportiamo un commosso ricordo dell’amico Giulio Guerra e una sorta di «testamento spirituale» vergato dallo stesso Marco Tangheroni, entrambi comparsi sulla mailing list «Piccolo gregge». Chiude un contributo di Marco Respinti, giornalista di Tempi e de Il Domenicale. [LeggendaNera]

[...] Credetemi, non è facile scrivere così, di punto in bianco, commemorare un uomo come Marco Tangheroni, evitando il tono d’una, come dire, "prematura agiografia".
Marco ci ha lasciati ancora giovane, avrebbe compiuto 58 anni fra dodici giorni. Egli era, prima di tutto, "un grande convertito", come, d’altronde, molta gente della nostra generazione. Quando lo conobbi per la prima volta, nell’ormai lontano autunno del 1964 - ero matricola di Chimica, e lui di Lettere - era su posizioni, che potremmo definire, in senso lato, "storicistiche": riconosceva nel Cattolicesimo la fonte di quei valori spirituali, che avevano fatto grande il periodo storico che già allora lo affascinava, il Medio Evo; tuttavia, personalmente, era, non dico non credente, ma certamente non praticante. Eppure era già preoccupato - sia pure ancora da un punto di vista puramente "sociale" - di certe "infiltrazioni", che minavano sempre di più, ormai all’interno del mondo cattolico, quell’insieme di valori cattolici, che restava l’ultimo retaggio vivente del "suo" Medio Evo. Così, quando in un cinema di Pisa - divenuto più tardi, guarda coincidenza, "sala a luci rosse" - ci fu, in quell’autunno del 1964, la presentazione del libro di Gozzini "Cattolici e comunisti: dialogo alla prova", non esitò, al momento dell’apertura del dibattito, non esitò a chiedere la parola, ed a salire sul palco sventolando il numero dell’"Osservatore Romano", che riportava la sconfessione ufficiale di quel libro da parte della Gerarchia...
Poi il padre di Marco, il pediatra Willy Tangheroni, ebbe la cattedra a Cagliari, e Marco seguì la famiglia nel capoluogo sardo, dove si laureò nel 1968.
Lo rividi a Pisa agli inizi degli anni ’70, mentre stava maturando la sua - ma anche la mia, se vogliamo - conversione. Di cui e` possibile vedere solo le "cause umane", perché l’azione della Grazia rimane un mistero per tutti. L’aver cercato una risposta esauriente alla domanda "Perché il Sessantotto?", e l’essersi accorto che il discorso, frequentemente ripetuto, della "crisi dei valori" non aveva senso fuori d’un contesto religioso; l’incontro con Giovanni Cantoni, "reggente" della quasi neonata Alleanza Cattolica, e poi coi padri Valfredo Zamperini M.d.M. e, assai più significativo, Tito Sante Centi O. P.; infine, il blocco renale, l’inizio della dialisi, il trapianto d’un rene del padre, che fallisce dopo appena un anno, lasciandolo - a causa non solo del rigetto, ma anche delle terapie anti-rigetto allora esistenti - in condizioni forse peggiori di prima. E poi, più di trent’anni di sofferenze, di vita attaccata ad una macchina, di "purgatorio su questa terra", come ha scritto Marco Cingolani. Senza mai arrendersi, continuando sempre, per quanto gli permetteva il suo precario stato di salute, ad esercitare la sua missione di studioso, di docente, di maestro per le nuove generazioni, e d’esempio per tutti.

Dio l’accolga nella Sua Gloria!

Giulio

[messaggio comparso sulla mailing list «Piccolo gregge» in data 12 febbraio 2004]

*******

La mia conversione è lontana nel tempo. Avevo ventitré anni e ora ne ho cinquantasei. Avevo praticamente tutto dalla vita. Sposato da pochi mesi con la mia ragazza di sempre, un posto di assistente universitario appena laureato, un grande futuro apparentemente davanti a me. Invece, in una settimana - la settimana di Natale - per un’influenza che fece riesplodere una malattia renale che mi aveva tenuto a letto da bambino, passai dalla salute al coma, da un brillante sorridente futuro alla prospettiva di vivere soltanto grazie alla continua purificazione del sangue da parte di una macchina, tre volte alla settimana (grazie alla dialisi, ma allora la parola era quasi sconosciuta e il trattamento praticamente agli inizi). Venivo da una famiglia moderatamente cattolica e praticante, avevo una modesta cultura cattolica verso la quale non provavo avversione, avevo avuto un tranquillo allontanamento dalla pratica religiosa. Ora, dovevo decidermi: alle domande sulla vita e sulla morte che un giovane tendeva a rinviare dovetti rispondere subito. Credetti, mi convertii. Ho fede, una fede razionale e razionalmente tranquilla. Le cose che dico nel Credo non mi pongono problemi, sono facili da credere. La fede mi ha aiutato a sopportare una lunghissima e drammatica storia sanitaria che il poco spazio mi impedisce di accennare. Mi ha salvato dalla disperazione. So di avere avuto molto dalla vita, e quindi dalla provvidenza: una moglie straordinaria, una bella famiglia, carissimi amici, tre splendide figlie adottive ruandesi, una brillante carriera accademica. Ma sarei bugiardo se non dicessi che questa fede ha vacillato e vacilla di fronte alla grande tentazione della domanda «perché a me, Signore?» «Tu vuoi certamente il bene, ma anche il "mio" bene?» «Tu sei certamente amore, ma a me perché "mi" ami così» «Quando ti chiedo sollievo nei dolori a volte insopportabili, perché non "mi" ascolti?» «Quando, Madonnina mia, prima di un esame clinico per sapere se devo sottopormi all’ennesima operazione (la venticinquesima o la trentesima) e ti prego intensamente, e mi pare che mi sorridi, perché poi la risposta e` sconfortante?» Insomma, la mia vera conversione deve ancora venire, finché non dirò, in modo pieno, continuo, sempre: «sia fatta la tua volontà».

(Marco Tangheroni, Asciano Pisano 2002)

[messaggio comparso sulla mailing list «Piccolo gregge» in data 16 febbraio 2004]

*******

In memoriam del prof. Marco Tangheroni
di Marco Respinti (il Domenicale).

Scompare la figura di un illustre medioevista, cattolico impegnato e perciò ignorato dal mondo accademico, segnato dalla Croce.

Il professor Marco Tangheroni, medioevista di pregio dell’Università di Pisa, è deceduto nel pomeriggio di mercoledì 11 febbraio. Le sue condizioni di salute erano precarie da lungo tempo, ma negli ultimi giorni si erano aggravate in maniera che oggi sappiamo irreversibile. Eppure, con quell’atteggiamento tipicamente umano che mai vorremmo divenisse però troppo e solo umano, Tangheroni sembrava destinato a non andarsene mai.

È paradossalmente più facile scrivere in morte di quegli spiriti grandi e lontani che ammiriamo, ma che stanno là, sulle copertine dei libri o nelle accademie. La distanza, che non diminuisce il rispetto, aiuta, protegge. Pensare, invece, in questi frangenti, di porre mano alla penna per parlare di una persona vicina, che si è conosciuta, frequentata, amata e stimata, una persona con cui si è pranzato e riso, discusso e militato, e da cui soprattutto si è molto imparato, imbarazza, quasi paralizza. Ci si sente – ed è proprio il caso del sottoscritto – come si sentivano nei confronti della Gente Alta quei piccoli hobbit creati dal genio letterario di un autore che Tangheroni apprezzava profondamente: sovrastati, superati e quindi "intimoriti".

La prima cosa che ho imparato da Marco Tangheroni mi è rimasta fissa nel cuore; e, proprio perché fu la prima, resta la più immediata, la più difficile da scordare. Erano i tempi in cui muovevo i primi passi in un mondo più grande (ma ogni giorno si muovono primi passi in mondi più grandi, sempre più grandi…) accorgendomi non tanto dell’esistenza di "maestri" (mai termine è stato più abusato…), quanto del fatto che nell’esistenza uno di padri ne ha molti. Ovvero scopre di averne molti: insospettati, "strani", ignorati o scordati per anni, putativi e adottivi, ma sempre fondamentali. Marco Tangheroni, storico attento, usava dire che la storia si fa con i "se" e con i "ma".

Oggi va di moda chiamarla "storia parallela" (sottobranca di quella che si definisce ucronia), ma per Tangheroni era il modo di sottolineare l’imponderabilità del fattore umano, ossia la grandezza della libertà della persona che nessun riduzionismo deterministico può cancellare. Era il suo modo di fare storia in maniera attenta al suo soggetto principe, l’uomo, senza sacrificarlo agli umanesimi senz’anima. Era il suo modo di raccontare la vicenda umana (l’uomo è l’unico essere creato che sappia dare valore al tempo e quindi fare storia) contro ogni ideologia.

Nato a Pisa il 24 febbraio 1946, in questa stessa città Tangheroni studia per poi laurearsi all’Università di Cagliari con una tesi su Gli Alliata. Una famiglia pisana del Medioevo, relatore il professor Alberto Boscolo (1920-1988). Docente nelle università di Cagliari, di Barcellona, di Sassari e di Pisa, dove è stato professore ordinario di Storia Medievale e direttore del Dipartimento di Medievistica fino alla morte pochi giorni fa, nei suoi studi ha toccato i più diversi aspetti della realtà medioevale, da quelli economici a quelli religiosi, indirizzandosi soprattutto all’area mediterranea. Autore di diversi volumi sulla storia di Pisa, della Toscana e della Sardegna, oltre a un centinaio di articoli scientifici su riviste italiane e straniere, ha pubblicato, fra l’altro, Politica, commercio, agricoltura a Pisa nel trecento (Pacini, Pisa 1973; n. ed. Plus, Pisa 2002); La città dell’argento. Iglesias dalle origini alla fine del Medioevo (Liguori, Napoli 1985) e Medioevo Tirrenico (Pacini, Pisa 1992). La sua ricerca ha poi trovato espressione compiuta nell’opera Commercio e navigazione nel Medioevo (Laterza, Roma-Bari 1996). Collaboratore dei Il Messaggero Veneto, Avvenire, Secolo d’Italia, il Giornale e L’Unione Sarda, nonché alle riviste Cristianità, Jesus, Storia e Dossier e Medioevo, ha curato l’edizione italiana di opere di grande valore storico, fra cui il volume di Jacques Heers, La città del Medioevo (trad. it., Jaca Book, Milano 1995) e ha collaborato alla redazione del quinto volume di The New Cambridge Medieval History, dedicato al periodo compreso fra il 1189 e il 1300, curato da David Abulafia e pubblicato nel 1999 dalla Cambridge University Press.

Militante dell’associazione civico-culturale Alleanza Cattolica dal 1970, ne è stato socio fondatore dalla sua costituzione giuridica nel 1998, svolgendo un’intensa attività di conferenziere, sia su temi specificamente storici, sia su temi connessi alla dottrina sociale della Chiesa e all’attualità politica.

Tangheroni, infatti, era uno specialista del Medioevo, ma i suoi scritti e i suoi interventi pubblici – dedicati per esempio alla rivoluzione cosiddetta francese o alla storiografia nazionalista di Gioacchino Volpe – brillano ancora oggi per lucidità e per sapidità. Alla Fondazione Volpe, del resto, Tangheroni legò a suo tempo il proprio nome, nel tentativo, in anni oramai lontani e molto diversi da quelli attuali, di offrire un’alternativa culturale credibile a un Paese, il nostro, che, fra relativismo e catto-comunismo, sembrava aver perso la bussola.

Fu proprio per i tipi di Giovanni Volpe, infatti, che Tangheroni promosse e curò personalmente le edizioni italiane di due opere straordinarie, sia per i loro meriti intrinseci, sia per il carattere dirompente che la loro pubblicazione ebbe in un clima assolutamente ostile: Ritorno al reale. Nuove Diagnosi di Gustave Thibon nel 1972 e Luce del medioevo di Régine Pernoud nel 1978. Due opere provenienti dalla Francia e assolutamente "controcorrente", che Tangheroni riuscì a far portare in lingua italiana dall’editore Volpe su indicazione di Giovanni Cantoni, fondatore di Alleanza Cattolica. Nella prima, Gustave Thibon, un vignaiolo autodidatta del Midi francese (colui che, tra l’altro, salvò Simon Weil dalla persecuzione antiebraica) riempiva pagina dopo pagina di aforismi e di pensieri implicitamente alla scuola della filosofia che oggi – dopo gl’importanti studi svolti da monsignor Antonio Livi – definiremmo del "senso comune", ottenendo così la stima e il rispetto (anche per le sua capacità di arguzia filosofica, per esempio nei riguardi della speculazione tomista) di Jacques Maritain, di Gabriel Marcel e di Marcel de Corte (quest’ultimo amico personale e maestro, questa volta sì, di Tangheroni stesso). La traduzione in lingua italiana di Ritorno al reale venne pubblicata con questa dedica thiboniana autografa: "Ai giovani amici pisani che hanno voluto l’edizione italiana di questo libro, all’editore Giovanni Volpe che lo ha pubblicato, con viva amicizia e gratitudine". I "giovani amici pisani" erano il nucleo locale di Alleanza Cattolica, "capitanato" da Marco Tangheroni.

Nella seconda, Régine Pérnoud – una storica ignorata dalla "cultura ufficiale, forse solo perché rea di dire la verità, e di documentarla, sull’epoca più bistratta di tutta la storia occidentale – compila una sorta di manualetto controcorrente rispetto alla cattiva vulgata che circola a proposito della Cristianità romano-germanica, spregiativamente, illuministicamente detta "Medioevo".

Tangheroni descriveva la Pernoud (tra l’altro frequentatrice dello stesso padre spirituale, il domenicano Joseph-Marie Perrin, che aveva messo in contatto Thibon e la Weil) come una specialista sui generis solamente perché… svolgeva appieno il mestiere dello storico. Non senza qualche ragione, Umberto Eco – che Tangheroni attaccò senza mezzi termini per quel suo Il nome della rosa, che del cosiddetto "Medioevo" offre un’immagine bugiarda – ha scritto che tutti i libri sono in realtà libri di libri, in questo imitando Jorge Louis Borges. Eppure per uno storico non dovrebbe essere così. Tangheroni sottolineava che la Pernoud non si limitò a compilare le proprie opere come centoni delle opere di altri, i quali a loro volta usano libri di altri storici, e così via non tanto all’infinito quanto in un cerchio eternamente autoreferenziale. La Pernoud si differenziava da molti suoi colleghi – soprattutto francesi – più noti e coccolati dai media e dalla "cultura ufficiale" perché restava e sempre partiva dai documenti, dalle biblioteche, dai fondi di archivio. Sembra un assurdo, ma in realtà pochi lo fanno.

Ebbene, Tangheroni era come la Pernoud. Chi fosse chiamato a elencare i grandi storici contemporanei della nostra Italia, forse si scorderebbe di ricordare il medioevista pisano: e questo, ancora una volta paradossalmente, proprio perché, lontano dalle luci della ribalta e dalla smania per i media che travolge anche i professionisti in tesi più integerrimi, Tangheroni ha svolto davvero il lavoro dello storico. Forse ce ne si renderà conto solo in futuro, in un mondo diverso da quello attuale.

Ma, lungi dall’essere un topo esclusivamente di biblioteca, il professor Marco Tangheroni fu animato anche dalla passione per le sorti civili e politiche di questo Paese, e alla bisogna non esitò mai a schierarsi apertamente. Dire che non lo fece a sinistra sarebbe un eufemismo, addirittura un understatement. Cattolico integrale, sapeva bene che la vittoria non è di questo mondo e tantomeno il paradiso: sapeva però altrettanto bene quanto sia importante lasciare da questa parte del Cielo un poco di ordine in più affinché le persone possano essere aiutate a non smarrirsi.

Diceva Thibon: "Porto in me dei morti più viventi che i vivi. Il mio più grande desiderio è quello di ritrovarli". Ora Marco Tangheroni è un amico in più Là dove sul serio conta. Pax tibi Marce.

[messaggio comparso sul portale Totus Tuus]

 


 
   

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