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Thomas More: il politico martire
 di Matteo D’Amico

Laico, consigliere del re d’Inghilterra Enrico VIII, stimato nel regno e in Europa, spinse la sua fedeltà alla Chiesa fino al martirio. Il Papa lo ha proclamato patrono degli uomini politici.

[Da "Il Timone" n. 12, Marzo/Aprile 2001]

Fra i tanti momenti alti ed innovativi che hanno illuminato l’anno giubilare vi è stata anche la decisione di Giovanni Paolo lì di proclamare san Thomas More patrono degli uomini politici, ovvero loro protettore e ideale punto di riferimento. In tempi poveri di grandezza e di nobiltà autentiche non c’è dubbio che la figura di More possa rappresentare un forte stimolo per i politici di ispirazione cristiana e, più in generale, per tutti gli uomini di buona volontà che possono trovare in lui un modello non scontato e attualissimo di santità.

Volendo riassumere in una parola il senso della figura e dei pensiero del grande santo inglese si dovrebbe usare necessariamente il termine "modernità": infatti, nella sua vita e nella sua opera troviamo moltissimi elementi capaci di anticipare dei temi e una sensibilità a noi particolarmente vicini; la santificazione della vita del laico, la declinazione della propria vocazione nel quotidiano, la centralità della famiglia e dell’educazione dei figli, l’assolutezza e l’intensità morale con cui’ vivere l’impegno politico. Indubbiamente la grandezza di More risplende in modo particolarmente chiaro nel suo martirio, avvenuto il 6 luglio del 1535, ma tutta la sua vita, in realtà, é costellata dai segni della futura grandezza e da quell’intima tensione spirituale che sfocerà, infine, nel sacrificio della vita.

More, primo di cinque tigli, nasce a Londra il 7 febbraio 1478, l’anno in cui viene pubblicato in Inghilterra il primo libro a stampa: una coincidenza carica di suggestioni. Dal 1492 al 1494 More svolge i suoi studi ad Oxford, impadronendosi della cultura classica e in particolare della lingua greca, che rimarrà sua passione. Si può datare a questo primo importante contatto con Oxford l’inizio del rapporto di More con l’umanesimo inglese ed europeo, movimento di cui diventerà uno dei più illustri rappresentanti. Successivamente, il giovane Thomas passa sette anni (1494-1501) a Londra, presso gli Inns of Court, uscendo avvocato.

Per quattro anni, fino al 1504, anno in cui si sposa, vive presso i Certosini di Londra, dei quali condivide il duro regime di vita. È un’esperienza decisiva, che compie anche per sondare e valutare quella che sente come una vocazione alla vita contemplativa. Alla Certosa prende abitudini decisamente ascetiche che manterrà sempre, come quella di alzarsi alle due del mattino per avere il tempo di pregare e studiare, o quella di dormire su delle nude assi. Inizierà poi a portare un cilicio penitenziale sotto le vesti e a ritirarsi tutti i venerdì a meditare sulla passione di Cristo.

Sposatosi, ha quattro tigli dalla prima moglie, fra i quali la più cara sarà sempre l’amatissima Margaret. More si distingue subito come avvocato a Londra venendo spesso inviato in importanti missioni diplomatiche da parte dei suoi concittadini o di organizzazioni. Nel 1504 è eletto al Parlamento. Nel 1510 viene nominato Vicesceriffo di Londra.

Le crescenti responsabilità non gli impediscono di essere un padre esemplare: dedica grande cura all’educazione dei figli e alla loro istruzione, in particolare nelle lingue classiche. La sua casa appare come un luogo festoso e pieno di gioia, dove servitù, precettori, generi, nipoti, persone adottate, tutti entrano a far parte di un’unica famiglia, in un clima segnato dalla pace e dalla serenità del padrone di casa: William Roper, marito della figlia Margaret e suo primo biografo, dirà che nei sedici anni in cui ha vissuto accanto a More non lo ha visto arrabbiato una sola volta.

Alla carriera politica e forense More affianca un intenso impegno culturale, nutrito in particolare dalla saldissima amicizia con Erasmo da Rotterdam che nella sua casa di Chelsea scriverà L’elogio della follia. Ed è proprio Erasmo a curare la pubblicazione, nel 1516, dell’opera che renderà immortale il suo ospite: Utopia. La carriera di More intanto appare irresistibile: nel 1518 entra nel Consiglio Reale; nel 1521 è nominato vicetesoriere del regno, acquisendo il titolo nobiliare di cavaliere (knight); nel 1523 è nominato speaker della Camera dei Comuni e nello stesso anno è incaricato dalla Chiesa inglese, lui laico, di scrivere un testo contro Lutero: l’eresia, infatti, sta iniziando a diffondersi insidiosamente anche in Inghilterra.

Nel 1529 è ambasciatore del regno inglese alla pace di Cambrai, o delle Due Dame. Nello stesso anno, il 5 ottobre, è nominato da Enrico VIII Lord Cancelliere d’Inghilterra, subentrando al potentissimo cardinal Wolsey. More resiste alla nomina e viene letteralmente costretto ad accettarla. Fra i motivi della resistenza ad accettare l’incarico vi è innanzitutto il clima che si è creato a Corte e in Inghilterra, con il re ormai deciso al tutto per tutto, anche ad uno scisma con la Chiesa di Roma, pur di ottenere il divorzio dalla legittima sposa, Caterina d’Aragona, e di potersi risposare con Anna Bolena. Il 16 maggio 1532, il giorno successivo alla sottomissione del clero inglese a Enrico VIII, che viene riconosciuto come capo supremo della chiesa d’Inghilterra, Thomas More dà le dimissioni, adducendo motivi di salute, dal ruolo di Cancelliere. Di colpo privato di ogni introito è ridotto in condizioni quasi di povertà, che affronta con la consueta ironia. Spera di poter uscire dì scena senza troppo clamore, ma i circoli legati ad Anna Bolena vogliono che l’ex-cancelliere si pieghi e riconosca integralmente l’Atto di successione e l’Atto di supremazia. Il problema vero è che l’autorità morale di More è così forte, egli è così amato dal popolo e rispettato dai nobili e dal clero, che il solo sospetto che egli non condivida o disapprovi lo scisma da Roma di Enrico VIII e il suo matrimonio con la nuova regina, è sufficiente ad aprire una pericolosa crepa nell’edificio costruito dal monarca inglese.

More deve piegarsi o morire. Chiamato - unico laico - insieme a tutto il clero inglese per prestare giuramento il 13 aprile 1534 rifiuta sia di giurare, sia di spiegare perché non intende giurare. Insieme a lui solo il vescovo John Fisher fa la stessa scelta di fedeltà alla Chiesa Cattolica. Nello stesso giorno viene arrestato e rinchiuso nella Torre di Londra. Vi rimarrà quasi quindici mesi in condizioni spesso difficilissime (fra le altre cose, sperando di piegarlo, la sua cella non viene riscaldata e viene privato della possibilità di leggere). Il primo luglio del 1535, grazie a una falsa deposizione, viene processato e condannato a morte con l’accusa di tradimento. Tutta l’Europa del tempo rimane sconvolta dalla notizia del martirio, tanto grande era la fama della mitezza e del valore di Thomas More. Il commento più bello è pronunciato dall’imperatore Carlo V che, appena avuta la notizia, fece chiamare l’ambasciatore inglese in Spagna e così gli parlò: "Signor ambasciatore, abbiamo saputo che il Re, vostro sovrano, ha messo a morte il suo fedele servo e grave e saggio consigliere Tommaso Moro (..) e diremo questo: che se noi fossimo stato il sovrano di tale servitore, dei cui atti noi stessi abbiamo avuto non poca esperienza, avremmo preferito perdere la più bella città dei nostri dominii piuttosto che perdere un così degno consigliere".

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"Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio (Mt 22,21): egli comprese che queste parole di Cristo, se, da un lato, affermano la relativa autonomia del temporale dallo spirituale, dall’altro - in quanto pronunciate da Dio stesso - impegnano la coscienza del cristiano a proiettare nella sfera civile i valori del vangelo, respingendo però ogni compromesso, e questo fino all’eroismo del martirio, affrontato con profonda umiltà". [Istanza inviata al Papa per la proclamazione di San Tommaso Moro a patrono dei governanti e dei politici]

Bibliografia

Daniel Sergent, Tommaso Moro, Morcelliana, Brescia 1982.
Tommaso Moro, Le quattro cose ultime, con La supplica delle anime & Nell’Orto degli Ulivi, Ares, Milano 1998.

© Il Timone

 


 
   

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