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Il grido silenzioso



 

Non tutti sanno che...
 
[Da "Il Timone" - Anno II, numero 6 - Marzo/Aprile 2000]

Primato di Pietro

Il primo documento extra-biblico che afferma il Primato del Vescovo di Roma sulla Chiesa universale risale alla fine del I secolo. Papa Clemente (88-97) scrisse una lettera ai fedeli della comunità di Corinto, che avevano ingiustamente allontanato alcuni presbiteri. Il Papa è conscio della sua autorità ("Vi scriviamo tutto questo per riprendervi"), minaccia sanzioni spirituali ("se alcuni non obbediscono a ciò che per mezzo nostro Egli [Cristo] dice, sappiano che si vedranno implicati in una colpa e in un pericolo non indifferente") e chiede che le sue disposizioni vengano osservate ("se obbedendo a quanto vi abbiamo qui esposto [...], conformandovi all’esortazione, alla pace e alla concordia che in questa lettera vi abbiamo rivolto").
Non solo il Vangelo, dunque, ma anche la storia della Chiesa primitiva conferma la verità cattolica sul Primato del Vescovo di Roma.

Testimoni di Geova

Per negare la divinità di Cristo, verità chiaramente espressa nella Sacra Scrittura, i Testimoni di Geova giungono perfino a cambiare il testo biblico. Così, nel Vangelo di Giovanni, quando per ben cinque volte Gesù si dichiara "nel Padre" e dice che il Padre è in Lui - questo per illustrare l’identità di natura divina tra il Padre e il Figlio - i Testimoni di Geova aggiungono il verbo "unire", che non esiste nel testo originale, per negare che Gesù sia uguale a Dio. Ecco un esempio: "Perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre" (Gv 10,38)- Dopo la manipolazione artificiale dei Testimoni, si legge: "continuiate a conoscere che il Padre è unito a me e io sono unito al Padre". Un altro esempio: dice Gesù: "Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?" (Gv 14,10). Dopo l’intervento del bisturi geovista: "Non credi che io sono unito al Padre e il Padre è unito a me?".
Solo uno sprovveduto può pensare che i Testimoni di Geova utilizzino la vera Bibbia. Attenti: l’hanno falsificata.

Regno delle Due Sicilie

Come si sa, la storia è scritta dai vincitori. Per unire l’Italia attraverso quelle sanguinose guerre di conquista che vanno sotto il nome di Risorgimento, i liberal-massoni piemontesi hanno invaso, occupato e definitivamente cancellato dalla carta geografica il Regno delle Due Sicilie, guidato dai Borboni, In seguito, i vincitori si sono affannati nel raccontare peste e corna di quel regno, dipinto come arretrato, immiserito e privo di libertà: e questo impariamo ancora oggi, grazie ai testi scolastici.
Pochi sanno che, prima dell’invasione garibaldina, il Regno delle Due Sicilie aveva la terza flotta mercantile di tutta Europa, una solida moneta, un fatturata industriale superiore di dieci volte a quello piemontese, non conosceva l’emigrazione, aveva un numero di impiegati nell’industria e di medici pari al doppio di quello piemontese e una quantità di moneta di due volte superiore.

Lenin

Il 15 febbraio del 1919, il Soviet della Difesa, evidentemente sotto la presidenza di Lenin, emanava una delibera con la quale si ordinava alla Polizia segreta (CEKA) e alla Polizia politica (NKVD) di prendere in ostaggio i contadini di quelle località nelle quali lo sgombero della neve dalle linee ferroviarie non era soddisfacente e di fucilarli nel caso il lavoro non fosse stato eseguito Un esempio, tra i tanti, da ricordare a coloro che, nel penoso tentativo di salvare qualcosa del Comunismo, contrappongono Lenin a Stalin e attribuiscono solo a quest’ultimo, e non anche al primo, la colpa delle immense stragi.

Hitler e gli ebrei

Secondo lo storico Rainer Zitelmann, il cui nome sembra indicare origine ebraiche, fin dall’anno 1933 organismi ufficiali tedeschi ed ebraici collaborarono a lungo per favorire l’emigrazione degli Ebrei dalla Germania. Negli anni che vanno dal 1933 al 1938 lasciarono la Germania 130.000 ebrei, un terzo dei quali si reca in Palestina. Per lo storico, molti altri ebrei si rifiutarono di abbandonare il Reich convinti che l’allarmismo nei loro confronti fosse del tutto ingiustificato. Lo prova il fatto che, ancora verso la fine del 1937, la Delegazione Nazionale degli Ebrei Tedeschi lanciò un "Appello agli Ebrei di Germania" affinché non si facessero prendere dal panico. Se stupisce questa collaborazione tra organismi sionisti e autorità nazionalsocialiste, non va dimenticato che nel marzo di quello stesso anno (1937), Papa Pio XI aveva ordinato di leggere, in tutte le chiese cattoliche tedesche, la condanna dei nazismo espressa nell’Enciclica Mit Brennender Sorge. Il Papa comprese prima di molti, anche ebrei, che pure oggi accusano la Chiesa di connivenza con quel regime, il carattere anticristiano e antiumano del Nazionalsocialismo.

L’ateo e la liturgia

Il fondatore e alfiere del decadentismo letterario francese, l’ateo Joris Cari Huysmans (1 8^8-1907), la cui vita privata era colma di dissolutezze, si converti al cattolicesimo grazie alla liturgia eucaristica. Pur non credente, andava ad ascoltare il canto gregoriano nella chiesa di un convento di carmelitane scalze a Parigi dove, secondo lui, si cantava perfettamente. Scrive Rino Cammilleri, che ci ricorda questa episodio: "Ma la liturgia è preghiera, la liturgia ben fatta è preghiera ben detta. Non solo, ma poiché la lex credenti riverbera nella lex orandi, lo scrittore finì col trovarsi spiritualmente coinvolto e andò a terminare i suoi giorni in un convento trappista" (Rino Cammilleri, Ufficiale e sacerdote. Il servo di Dio Felice Frinetti omv, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1994, pp. 55-56) Amici preti: quando si dice l’importanza della Messa...

Galileo Galilei

Al termine del processo dell’anno 1633, Galileo fu condannato dal tribunale del Sant’Uffizio alla carcerazione e a compiere alcune pratiche penitenziali. Soprattutto la condanna al carcere ha alimentato l’idea, largamente propagandata nei testi scolastici, di un Galileo prigioniero in un tetro carcere, martire della libertà di pensiero.
In realtà, Galileo non passò nemmeno un minuto in prigione. Dopo la condanna venne ospitato a Villa Medici, presso l’Ambasciatore di Firenze. Poi si trasferì nel palazzo dell’Arcivescovo di Siena, che era suo amico (ve lo immaginate, oggi, un cardinale che ospita nella sua residenza un condannato?) e, infine, abito fina alla morte nella sua casa di campagna, Il gioiello, ad Arcetri, in periferia di Firenze. Qui poté liberamente incontrare colleghi, allievi ed amici, studiare e comporre il suo capolavoro sulla nuova meccanica.

© il Timone

 


 
   

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