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Il grido silenzioso



 

Eugenio Israel Zolli, una voce dal silenzio
 di Giuseppe Romano

Ci sono voluti sessant’anni per vedere in Italia l’autobiografia dello studioso che, rabbino capo della comunità ebraica di Roma nel 1943, tentò invano di scongiurare la tragedia nazista nella capitale. Si fece cristiano nel 1945, assumendo il nome di Eugenio in onore di papa Pio XII. Da allora i suoi stessi fratelli ebrei lo condannarono all’oblio.

[Da "Il Domenicale", 14 febbraio 2004]

Doveva succedere che prima o poi qualcuno si azzardasse a sollevare la cappa del silenzio che gravava su Eugenio Israel Zolli. Doveva succedere che finalmente qualcuno rendesse giustizia a quest’uomo mite, insigne studioso, assertore della libertà della coscienza, sincero cercatore della verità, testimone della possibilità di professare una fede che unisce e non divide. Ora, forse, potrà finalmente essergli tolto il marchio dell’infamia, così infuocato che per sessant’anni la damnatio memoriae è stata completa e totale. E allora, prima di addentrarci nelle diatribe, cominciamo con un breve riassunto della sua vita.

Dalla Galizia a Roma

Israel Zolli è stato celebre conoscitore della Bibbia e della tradizione ebraica. Nato a Brodi, in Galizia, nel settembre 1881, si era trasferito in Italia ai primi del Novecento. Laureatosi in filosofia, era divenuto rabbino capo di Trieste, oltre che docente universitario a Padova di lingua e letteratura ebraica. Da ebreo e da rabbino aveva pubblicato diversi saggi, fra cui, nel 1938, Il Nazareno, uno studio sulla figura dell’ebreo Gesù. In lui Zolli vede il "Servo di Jahvè", cioè il messia preannunciato dal profeta Isaia. Nel 1940 diventa rabbino capo di Roma: carica che gli viene offerta per l’indiscussa autorevolezza di cui gode in seno alla comunità ebraica italiana e internazionale. E lui, che conosce le follie del nazismo per averle lette di prima mano in tedesco, cerca di convincere il suo popolo che sta approssimandosi la tempesta. Vorrebbe che si nascondessero gli elenchi con i nomi dei "contribuenti israeliti", ma non viene ascoltato, anche perché parecchie fra le autorità ebraiche di quei momenti nutrono una – per Zolli incomprensibile – simpatia per il regime fascista. Giunge il momento in cui i nazisti, per bocca di Herbert Kappler, reclamano l’oro degli ebrei romani al fine di garantirne l’incolumità: Zolli, disperato, approda in Vaticano supplicando il papa Pio XII, Eugenio Pacelli, di dare lui ciò che manca al quantitativo richiesto. Il contributo viene concesso. Non sarà poi necessario, ma è lì che inizia una sincera amicizia fra i due uomini. Poco dopo i nazisti tradiscono i patti e procedono alle deportazioni. 

Il percorso interiore di Zolli prosegue. Dopo aver trascorso mesi di terrore da ricercato, con una taglia nazista sul capo, il 13 febbraio 1945 si battezza in segreto, così come faranno poco dopo la moglie e la figlia. Assume il nome di Eugenio per simpatia nei confronti del papa, perché, come confiderà alla figlia Myriam, «vedrai che farà la mia stessa fine...»; più esplicitamente, in un’intervista rilasciata dalla figlia, «subito dopo la guerra papà mi diceva spesso: Vedrai, faranno di Pio XII il capro espiatorio del silenzio che tutto il mondo ha mantenuto dinanzi ai crimini nazisti» (Il Giornale, 31 marzo 1998). 

E aveva ragione, anzitutto su di sé. La "fine" che fece fu quella del traditore, del proscritto, del condannato alla dimenticanza. La comunità ebraica, dopo aver listato a lutto il proprio periodico quando la notizia si riseppe, lo radiò dall’elenco dei rabbini. Fu coperto di ingiurie. Lui taceva; interpellato da un giornalista ebreo che gli aveva dato del «serpente scaldato nella comunità» (l’aneddoto è riferito dal gesuita Armando Gargiulo, in www.gesuiti.it), replicò: «Lei non sa immaginare quante lacrime ho versato e quante ne verso anche in questi giorni nelle mie preghiere per gli israeliti perseguitati e barbaramente trucidati. Il suo popolo è il mio popolo, il ceppo è comune». Nella comunità cristiana contava amici ed estimatori, ma, a parte qualche aiuto materiale, poco o nulla fu fatto che potesse evitargli la povertà e la solitudine. Eugenio Israel Zolli morì nel silenzio, il 2 marzo 1956.

Un libro non desiderato

La sua storia non era destinata a concludersi così. La proscrizione di Zolli dalla vicenda culturale e religiosa d’Italia sarebbe proseguita. Gli attacchi a Pio XII si sarebbero moltiplicati senza che nessuno chiamasse a discarico la sua testimonianza. Perfino il libro da lui scritto, in italiano, per raccontare il proprio itinerario spirituale e la conversione, sarebbe stato bloccato in tutti i modi, al punto da apparire soltanto in inglese e negli Stati Uniti, nel 1954. Lontano e in sordina. Per il resto nulla, soprattutto in Italia, dove avrebbe contribuito alla giustizia storica, ma dove evidentemente si temeva che riaprisse una ferita mai rimarginata. 

Una decina di anni fa chi scrive era giunto vicino a contrattare i diritti di pubblicazione di quest’opera per conto di una casa editrice. Ma poi dal Vaticano giunse un amichevole invito a soprassedere, per il momento (invito cogente, stante l’amicizia). 

Ragionai che si volesse evitare di irrigidire le relazioni con la comunità ebraica, anche in considerazione dei passi compiuti da papa Giovanni Paolo II e della tensione internazionale attorno alla questione israeliana. 

Adesso, finalmente, le Edizioni San Paolo danno alle stampe Prima dell’alba, di Eugenio Zolli, scritto fra il 1947 e il 1954. Va in libreria proprio oggi, incontemporanea a questo articolo. Appare nella stesura originaria e integrale, precedente alla versione americana, ma comprensiva di un capitolo controverso su cui molto si è ricamato (in absentia) negli anni scorsi. È un’edizione filologicamente accurata, culturalmente cauta, storiograficamente inestimabile. Consente di cogliere dall’interno la vicenda di un uomo a cui non importò mai la "conversione" perché nulla abbandonò di ciò che aveva. Lui, ebreo, vide in Cristo, ebreo, il compimento delle sue speranze. Cristo gli disse "seguimi" e lui obbedì. 

In Prima dell’alba si possono seguire con dettaglio i diversi percorsi di Zolli: quello biblico, attraversato con la finezza dello studioso; quello interiore, pieno di luce e privo di rancori; quello politico-sociale, con l’inutile battaglia per la sopravvivenza della comunità ebraica romana; quello biografico, nel conforto degli affetti familiari e nel coraggio di assumersi consapevolmente responsabilità e sofferenze enormi («prendere la croce di Cristo che ora si posava sul popolo ebreo»). 

A questo punto poco importano le polemiche. Pochissimo, soprattutto, quella riguardante il debito di riconoscenza a Pio XII e quella concernente la effettiva paternità dell’ultimo capitolo, riportato in appendice, in cui Zolli parla di un’apparizione di Cristo che avrebbe preceduto la definitiva conversione.
Importano poco, come poco importano al cristianesimo i miracoli e gli eventi straordinari: tutti i cristiani, e Zolli fra loro, credono soltanto per Dominum nostrum Jesum Christum.

© Il Domenicale

 


 
   

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