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Il grido silenzioso



 

Ebrei, le radici dello scontento
 di Maurizio Blondet

Sergio Romano: un nodo culturale dietro il no al mea culpa. Per l'ex ambasciatore certe reazioni negative alla richiesta di perdono riflettono un nodo teologico che la politica non può risolvere: il rapporto fra Israele «popolo eletto» e la Chiesa che si proclama erede della stessa promessa divina. Un tema che, secondo alcuni, metterebbe in discussione addirittura il ruolo storico e religioso dei «fratelli maggiori».

[Da "Avvenire", 14 Marzo 2000]

«Insoddisfatti», «scontenti» gli ebrei: così sottolinea tutta la stampa, all’indomani del mea culpa. Sergio Romano, già ambasciatore, molto laico, autore fra l’altro di un saggio puntuto sull’atteggiamento politico israelita (Lettera a un amico ebreo, Longanesi) può forse rispondere alla domanda:

Perché agli ebrei non bastano le scuse del Papa?

«Dica alcuni ebrei. Si tratta di quella che io ho chiamato la nomenklatura dell’ebraismo organizzato, influente ma rappresentativa fino a un certo punto. Nell’ebraismo ci sono molte posizioni diverse, e più aperte».

Ma resta il fatto - le cito R.A. Segre, un noto giornalista - che «gli ebrei non accettano l’interpretazione cristiana della storia». La quale, secondo lui, è ancora «quella del teologo Pannenberg, che sosteneva: col messaggio della Resurrezione i fondamenti della religione ebraica sono crollati». A parte il fatto che Pannenberg era protestante, si può chiedere alla Chiesa di rinnegare il messaggio della Resurrezione?

(Ride). «No, non credo. Ma la richiesta fa parte del clima, delle scaramucce. Secondo me, quella parte di ebraismo ha voglia di restituire la pariglia. Vissuti per secoli sotto il peso di quella straordinaria condanna di deicidio, oggi molti ebrei - specialmente dopo essere stati vittime del genocidio - sentono un desiderio di rivalsa. Perché la rivalsa funzioni devono sottolineare le responsabilità cattoliche nella Shoah. Ecco perché tornano di continuo sui silenzi di Pio XII».

Ma Pio XII mica appoggiò il nazismo!

«Infatti Pio XII può essere difeso molto bene dalla ricerca storica laica, che inserisce gli atti del Papa nel contesto storico, nelle valutazioni di prudenza che l’era richiedeva. Ma quando Giovanni Paolo II chiede scusa per tutto il passato, da una parte lo destoricizza, dall’altra rende la Chiesa più vulnerabile... Naturalmente il Papa sa bene quello che fa».

David Meghnagi, uno degli «insoddisfatti», dice: la Chiesa cominci a chiedersi se la salvezza è solo nel cattolicesimo... Il giudaismo non ritiene che la salvezza sia solo nel giudaismo. Che gliene pare?

«Frase provocatoria, decisamente. Ma, appunto, indica quel che dicevo: il Papa, con la sua richiesta di perdono così generosa, ha scoperto un fianco. In quella breccia si manifesta il dissidio: con argomenti buoni o meno buoni, con pretesti e provocazioni».

É politica, dice lei. Difatti il sindaco di Gerusalemme, altro scontento, chiede al Papa di «comprendere adeguatamente l’immensa sensibilità degli ebrei per la sovranità esclusiva su Gerusalemme, capitale eterna e indivisibile di Israele». Cosa c’entra con la richiesta di perdono?

«Infatti è scorretto; un processo alle intenzioni. Ma c’è un granello di verità. La sovranità su Gerusalemme non è solo una questione politica, ma al fondo è simbolico-religiosa. Ognuna delle due religioni dice: se ho ragione io, se sono il vero Israele, allora Gerusalemme è mia».

Ma il Papa chiede lo status di città aperta alle tre religioni abramitiche.

«Appunto. Gli ebrei sanno che su questo non riusciranno mai ad ammorbidirlo. Perciò si chiedono: a cosa servono le scuse? Gli ebrei credono davvero di essere il popolo eletto. Il mio amico Dan Segre, laico e razionale, parla del suo popolo come di popolo di sacerdoti. É la loro identità. Il Papa accetterà mai che gli ebrei sono il popolo sacerdotale?».

Da sempre la Chiesa sostiene che la Promessa di Dio verso il suo popolo resta in vigore: Dio è fedele.

«D’accordo, però questa elezione viene "sospesa" storicamente. E gli ebrei non possono non guardare con sospetto a una Chiesa che si proclama erede della Promessa e che, se ha successo, diluisce la loro identità storica e religiosa».

Ma allora gli ebrei sarebbero soddisfatti solo se il Papa dicesse: il vero Israele siete voi, non noi.

«Ecco il punto. Il nodo della questione è teologico. E politicamente irriducibile».

© Avvenire

 


 
   

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