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Il grido silenzioso



 

Ebrei, dialogo o moda?
 di Roberto Beretta

Messori: troppa enfasi sull'Antico Testamento. Don Fumagalli: cercare le radici senza uccidere la pianta. Stefani: non celebrate il séder in sacrestia. Rabbini invitati a parlare dal pulpito, "menorah" poste sull'altare, salmi detti in lingua... Nella Chiesa una "nouvelle vague" semitizzante?

[Da "Avvenire", 3 marzo 2000]

DIBATTITO. Libri, oggetti e riti giudaici sempre più "adottati" dai cattolici; con qualche rischio.

E i "fratelli maggiori" si presero la rivincita, con tanto d’interessi. C’è voluto qualche secolo, sì, ma - dopo una storia condita di "improperi" del Venerdì santo, accuse di deicidio e persino antisemitismo "cristiano" - la legge del pendolo sembra segnare in casa cattolica l’ora del più pieno riscatto ebraico. Ovvero la scoperta totalizzante e persino un po’ naif delle "radici giudaiche" del cristianesimo.
Libri, oggetti, riti di origine ebrea entrano ormai direttamente nelle chiese, o almeno nelle canoniche; i rabbini sono gettonatissimi nei centri culturali cristiani; e ogni credente "aggiornato" frequenta almeno un corso di lingua biblica. Tanto da chiedersi se non stia nascendo, nelle élites cattoliche più intellettuali, una nouvelle vague semitizzante; con aspetti meritori, non c’è dubbio, ma anche sottili controindicazioni. 

Qualche caso spicciolo. Milano, Centro San Fedele (gestito dei Gesuiti): ogni mese, durante una conferenza "a due voci" (i relatori sono un cristiano e un rabbino), si pregano i salmi in ebraico; e l’iniziativa ha tanto successo che spesso il pubblico non trova posto in sala, mentre già si pensa di replicare l’anno prossimo. Sempre a Milano, l’editrice Àncora ha inaugurato uno spazio Judaica in una libreria, dedicandolo solo al dialogo con l’ebraismo; affollatissimi, anche qui, i corsi di lingua. Un’altra casa cattolica, la Gribaudi, ha messo sul mercato le audiocassette dei salmi in lingua originale. Ma in ogni parte dello Stivale chiese, conventi e cappelle adottano suppellettili prettamente ebraiche come la menorah (il candelabro a 7 bracci) o la kippah (il copricapo rituale degli ebrei osservanti), mentre i parroci hanno imparato a citare con disinvoltura talmud e midrash e i teologi - loro - ormai in qualunque articoletto al posto del nome di Dio inseriscono l’impronunciabile tetragramma sacro JHWH. 

Ma che cos’è: moda? Senso di colpa? Volontà sincera di dialogo? Recupero del tempo perduto? O solo politically correct? Il discorso è molto spinoso, si sa: l’accusa di antisemitismo occhieggia da dietro l’angolo ed è pesante da sostenere. Però qui non si tratta di censurare la reciproca riscoperta di ricchezze tra figli di Abramo, ci mancherebbe; bensì di valutare l’ondata di epigoni ed imitatori un po’ acritici che questa pur legittima tendenza ha suscitato. E che non può non generare qualche domanda. L’allarme - del resto - è stato lanciato da un insospettabile come il teologo ortodosso Olivier Clément. Che nell’editoria cattolica francese ha notato un eccesso di produzione "giudaica" ed ha denunciato un complesso di inferiorità nei confronti del mondo semita: "Con l’ebraismo è in corso una vera sfida spirituale. Molti cristiani occidentali sono diventati spiritualmente degli ebrei; ormai non si studia più il greco patristico, bensì l’ebraico. L’espressione "fratelli maggiori" è bella, ma per noi ciò che conta alla fine è Cristo". 

Parole esplicite. Vittorio Messori è d’accordo? Lo scrittore accetta la provocazione: "È ovvio, persino banale, dire anzitutto che noi cristiani non dobbiamo dimenticare mai un fatto: Gesù era ebreo e lo è per sempre. Pio XI diceva che siamo tutti spiritualmente dei semiti e abbiamo comunque bisogno di mantenere l’equilibrio tra Antico e Nuovo Testamento. Detto questo, però, è proprio quest’equilibrio che mi sembra essersi rotto. Certo, nel passato si dimenticava la Bibbia; adesso si sta passando all’eccesso opposto di enfatizzare solo l’Antico Testamento. Ed è abbastanza rattristante e anche un po’ buffo osservare come il cattolicesimo cerchi in ciò di scimmiottare - in ritardo - la Riforma". In che senso, scusi? "Io, sotto questa moda per l’ebraismo, vedo un problema teologico: si vuol passare cioè dalla cristologia alla teologia; "Basta con Cristo - si dice -, e torniamo a Dio". Ecco: stiamo riscoprendo il monoteismo ebraico, magari non abbandonando Gesù ma certo declassandolo da Dio a profeta: e ciò risponde al bisogno di normalizzare lo "scandalo" e la follia cristiana di rendere uomo Dio". 

Tutto questo per aver recitato qualche salmo in ebraico? "Le nostre radici sono indubbiamente in Israele, ma si rischia di dimenticare che il Dio rivelatoci da Cristo non è affatto quello ebraico; anzi, quel Dio scandalizza un ebreo osservante. Mettere continuamente ebraismo (e islamismo) accanto al cristianesimo mi pare dunque gravemente abusivo: il nostro non è affatto un monoteismo come gli altri; ed è proprio il Nuovo Testamento che ci impedisce di essere rimasti una setta ebraica. Come sempre, è Gesù a far problema; e lo si vuol demitizzare anche enfatizzando il suo contesto". 

Però don Pier Francesco Fumagalli, consultore della Santa Sede per i rapporti con l’ebraismo, preferisce sfumare: "Io distinguerei il livello della moda da quello più profondamente culturale. Dopo il Concilio c’è stata una critica all’ellenizzazione del cristianesimo, perciò è naturale e positivo che la teologia contemporanea si sia rivolta alle radici giudaiche. Quanto all’uso delle celebrazioni ebraiche in ambienti cristiani, sì, anch’io lo trovo un fenomeno un po’ banale; mi risulta anzi che qualche curia abbia già diramato chiari inviti a non celebrare i séder (la Pasqua ebraica) nelle parrocchie, per esempio; bisogna far attenzione a non scimmiottare e a rispettare le cose per quello che sono. Altrimenti succede di leggere la Bibbia in ebraico storpiando però le parole, oppure di vedere le mezuzà (i filatteri dei versetti biblici) fuori da una sinagoga e di appenderli tranquillamente alla porta delle chiese, come un bell’accessorio...". Dunque i rischi esistono. "Ma rischio per la fede c’era anche nell’ellenizzazione, che pure è durata 15 secoli. Certo, qualcuno può correre il pericolo - a furia di voler vedere meglio le famose "radici ebraiche" - di togliere tutta la terra e di far morire in se stesso la pianta del cristianesimo. Ma è un rischio limite: se tutto viene mantenuto in una dimensione sana ed equilibrata, il contatto tra ebraismo e cattolicesimo giova a tutti". 

Già: ma il problema è appunto il modo. Che ne pensa Piero Stefani, studioso di ebraismo? "Il fenomeno è complesso. È vero che esistono prestiti cristiani molto emozionali dall’ebraismo, soprattutto in certi movimenti ecclesiali anche di matrice diversa tra loro; penso soprattutto alla "copia cristiana" della cena pasquale ebraica, che mi sembra una riscoperta ingenua o almeno ambivalente del presunto Gesù storico. Però c’è anche l’aspetto editoriale: molte case cattoliche italiane, quasi tutte, pubblicano testi di commento biblico tradizionale ebraico (Midrash, eccetera) più ancora e meglio delle stesse editrici ebraiche o laiche; e questo è senz’altro un dato positivo, perché curatori e pubblico hanno modo di valorizzare la tradizione rabbinica anche oltre la Bibbia". 

Ma, se stampano tanto, significa che tra i cattolici c’è mercato: è solo moda? "No, ci vedo anche un’idea di libertà, di recupero delle radici della fede ma fuori dalla trasmissione catechetica ufficiale. Il commento rabbinico, del resto, è molto libero, teorizza una soluzione e insieme il suo contrario, e questo attrae molti". Al solito: una religione fai-da-te e senza Chiesa... "Non ridurrei il fenomeno in questi termini: qui i cristiani non cercano un altrove qualunque, ma piuttosto la radice della propria identità". Ma lei, da esperto di ebraismo, che cosa sconsiglierebbe assolutamente ai cattolici in questo campo? "Di mimare i riti ebraici, ovvero - come diceva san Paolo - di fare i "giudaizzanti". Di pensare d’essere più cristiani perché si imita qualcosa di ebraico. La celebrazione del séder, per esempio, non è affatto opportuna, tanto meno collegandola all’eucarestia, e così gli usi para-liturgici dei candelabri; persino i Salmi in ebraico a mio parere espongono al rischio di "coranizzare" la Bibbia: di per sé la preghiera non è più compiuta perché ripete il suono ebraico. Insomma: studiare è sempre legittimo, cercare di praticare è assai sconsigliabile".

© Avvenire

 


 
   

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