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Il grido silenzioso



 

Anatema sulla Storia (guerra di Spagna)
 di Gianni Santamaria

Dibattito. Non si placa la bufera fra gli studiosi a proposito del revisionismo: Viola difende Romano, Tabucchi all’attacco. Perfetti: un linciaggio della sinistra come per De Felice. Canfora: ma non sono ricerche serie. Cardini: troppa ideologia.

[Da "Avvenire", 30 giugno 1998]

Una «sommossa». Un «fuoco di fucileria». Una «canea». Un’«ira furibonda». «Grandine» dai «toni intimidatori». Questo è stata, secondo quanto scritto domenica sulla Stampa da Sandro Viola, la polemica che ha visto coinvolto Sergio Romano all’indomani dell’uscita del libro Su due fronti (Liberal libri): riflessione sulla Guerra di Spagna vista da destra e da sinistra - attraverso le vicende, rispettivamente, di Edgardo Sogno e di Giuliano Bonfante - di cui lo storico ed ex ambasciatore ha curato l’introduzione. Da quel momento l’accusa piovuta da più parti è stata di quella di «revisionismo», anatema con il quale hanno dovuto fare i conti già in passato storici del calibro di Renzo De Felice, François Furet ed Ernst Nolte.

Il maggiore impegno nello stroncare le tesi di Romano è stato profuso da Repubblica. Ancora ieri dalle sue colonne lo scrittore Antonio Tabucchi se la prende, oltre che con Romano, anche con Indro Montanelli, reo di aver minimizzato la crudeltà del regime di Salazar. Rispondendo alle domande di Curzio Maltese l’esperto di letteratura portoghese afferma che «ora c’è solo da aspettarsi che qualche sergente in carriera completi la galleria dei ritratti eroici e che si rilegittimino la Grecia dei colonnelli, Pinochet e i generali argentini. Tabucchi se la prende, poi, con la sinistra, di cui «colpisce l’afasia», e in particolare con Violante e la sua presa di posizione su Salò.

Sorprende, dunque, l’intervento di uno dei fondatori del quotidiano di piazza Indipendenza (tra l’altro a ospitare, come lettera, il pensiero dell’ex-vice di Scalfari è proprio il quotidiano al quale Romano ha a lungo affidato il proprio come editorialista): un vero e proprio atto d’accusa sul clima che questi attacchi hanno creato e una ricerca delle cause che li hanno prodotti. Dopo aver premesso di non condividere le tesi di Romano - perché il franchismo fu «la metastasi dei fascismi europei» - Viola si chiede i perché di tanta polemica. E parla di «un’ansia di nuove censure, una nostalgia degli anatemi politico ideologici che hanno lacerato il secolo. Una voglia di riscossa dopo tante battaglie perdute». Riscossa da parte di chi? Della sinistra excomunista. Non però dei dirigenti politici, quanto degli intellettuali «ormai privi di qualsiasi credibilità e prestigio, tra le macerie delle loro sconfitte. E che s’abbarbicano ai soli eventi, all’unico momento (...) in cui i comunisti si trovarono sullo stesso versante dell’Europa liberale e democratica»!

«Il ritratto dell’intellettuale ex comunista che l’articolo tratteggia - taglia corto Luciano Canfora - è partorito dalla fantasia di Sandrino Viola», come, da amico, lo chiama. Non solo, lo storico rifiuta l’etichetta di anti-revisionista per il solo stesso fatto di militare nella sinistra. «Anzi, da comunista –dice- sono favorevole al revisionismo. A patto che sia frutto di un ricerca storica condotta con serietà». Mentre l’introduzione di Romano che ha dato la stura alle polemiche, non sarebbe «un saggio di ricerca storica». «Non c’è un elemento nuovo. L’unica novità è un fatto noto, ma dimenticato: che Edgardo Sogno, tra le varie cose, è anche partito volontario per la Guerra di Spagna. E non so se sia convenuto a Sogno che si ricordassero questi suoi trascorsi.

La polemica comunque, dice il docente di storia antica non lo agita più di tanto.

Il medievista Franco Cardini, invece, non è d’accordo con Viola né nel merito né nel bersaglio che il giornalista di Repubblica ha scelto. Dal primo punto di vista, Cardini -che a lungo ha vissuto in Spagna per motivi di studio ed è un profondo conoscitore di quel paese e della sua storia- rigetta l’idea che il franchismo sia «la metastasi dei fascismi».

Ma anche la tesi del mito, che gli intellettuali comunisti difenderebbero come ultimo baluardo di una storia piena di tragici errori, non lo convince. Vi scorge piuttosto delle assonanze con quella che è stata l’interpretazione del franchismo data dalla cultura azionista. Un’analisi risultante, a suo giudizio, da «una visione ideologizzata, astratta, e di una scarsissima conoscenza della storia spagnole». «Ho sempre notato -prosegue lo storico fiorentino- che l’atteggiamento nei confronti del franchismo, se da un lato, come molte altre cose, era egemonizzato dai comunisti, in realtà aveva sotto un gioco più fanatico e più astratto, che non vuole riconoscere le ragioni della rivolta del popolo spagnolo di fronte agli eccidi dei repubblicani». L’accusa rivolta a Franco è dovuta al fatto che questi ha rappresentato la Spagna nera, «non la fascista, perché non lo è stata, ma quella fedele alla Chiesa». Basti pensare, dice lo storico, alla vicenda del fondatore della prima Falange, José Antonio De Rivera, cattolico, che in nome dei propri principi religiosi non volle mischiarsi con i fascisti. E rifiutò di andare al congresso di Montreaux del 1934, «al quale parteciparono altri movimenti, come quello austriaco di Dollfuss, nazionalisti, ma certo non fascisti».

D’accordo con Viola nel denunciare l’attacco a Romano («persona di grande valore e onestà intellettuale») si dice, invece, Francesco Perfetti, storico del ’900 e direttore di "Nuova storia contemporanea" (del cui comitato scientifico l’ex ambasciatore fa parte): «È scandaloso –dice-. Quella nei confronti di Romano è un’operazione di linciaggio paragonabile solo a quella fatta a De Felice (di cui Perfetti è stato allievo). Un’operazione, prosegue, «scorretta e nella quale sono state dette molte cose false». Ad esempio, dice Perfetti, Enrico Deaglio, direttore del "Diario della settimana" (che ha dedicato a Romano la copertina) ha «pubblicato un articolo frutto solo di passi di interviste montati al di fuori del loro contesto. Il settimanale avrebbe, poi, insinuato dubbi «infondati» sulle qualità di storico dell’editorialista del Corriere della Sera. Il giudizio infondato sul piano personale -tra l’altro «rispetto a De Felice, Romano ha lo svantaggio di essere un uomo molto visibile sul piano giornalistico e politico»- lo è ancora di più, continua il contemporaneista, sul piano storico. «Le tesi di Romano sul franchismo non hanno nulla di scandaloso. Ma in Italia producono quest’effetto, perché da noi la storiografia sul franchismo è rimasta legata a una sola parte, quella comunista del dopoguerra». Che è stata sconfitta nei suoi ideali e nelle sue realizzazioni storiche. E le polemiche sarebbero frutto di «un tentativo di quella che De Felice chiamava la ’vulgata’, di far fare alla ricerca storiografica un passo indietro di 40 anni. Al tempo in cui la parola ’fascismo’ era così indifferenziata da comprendere movimenti di matrice più varia». Inoltre a dare alimento alle polemiche sarebbe «il fatto che la storiografia marxista e radical-marxista sta rialzando la testa, paradossalmente, dopo che la storia ha sconfessato le esperienze del socialismo reale». Paradosso di cui la ’vulgata’ è frutto, ma al tempo stesso sostegno. «E il puntello su cui si reggono alcune forze politiche che si rifanno al socialismo reale». 

© Avvenire

 


 
   

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