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Il grido silenzioso



 

La seconda guerra civile spagnola
 di Alberto Leoni

In ossequio alla normalizzazione anti-cattolica, Zapatero torna all’attacco sul franchismo: dimenticando nomi, date e numeri di un’infamia.

[Da "Tempi" n. 43 del 21 Ottobre 2004]

La politica dell’attuale premier Zapatero ha subito trovato un’energica opposizione da parte dell’episcopato spagnolo ma è lecito pensare che questa sarà agilmente superata dall’attuale governo, conscio di potersi muovere senza suscitare troppe opposizioni popolari. E non basta: comportandosi come se la democrazia in Spagna fosse nata il 14 marzo 2004 e non vi fosse già stato, per quindici anni, il governo socialista di Felipe Gonzales, i nuovi padroni della Spagna vogliono anche riaprire le ferite della guerra civile spagnola, riesumando i cadaveri a loro più simpatici, quelli cioè delle migliaia di oppositori che furono incarcerati o giustiziati dal regime franchista durante la guerra civile. Sarà questo, infatti, il prossimo campo di battaglia culturale, perché è proprio su questo punto che la Chiesa, spagnola e non, si è sempre sentita più debole: l’appoggio, per quanto tardivo, dato ai nazionalisti di Francisco Franco appare una macchia indelebile sulla coscienza dei cristiani, tanto che, facendo leva su tale senso di colpa, è possibile che si faccia digerire al popolo spagnolo qualsiasi abuso o prevaricazione nei confronti della Chiesa. 

Parlando con franchezza c’è da chiedersi chi debba le scuse a chi e per chiarire la questione è opportuno elencare alcuni eventi, a partire dall’inizio del secolo scorso. 25-30 luglio 1909, “semana tragica” di Barcellona: 150 morti oltre a 80 chiese e 41 scuole cattoliche distrutte. Il 10 giugno 1910 la legge del Candado sottraeva alla Chiesa la funzione educatrice, sottoponendo all’autorità statale l’istituzione di nuovi ordini religiosi. La Chiesa spagnola reagiva con la costituzione dei primi sindacati e partiti cattolici ma il 4 giugno del 1923 l’arcivescovo di Saragozza, Juan Soldevilla y Romero, veniva assassinato da un anarchico. è poi il caso di ricordare una battaglia che, ancora oggi, non ha perso la sua asprezza: quella per togliere il crocifisso dalle aule scolastiche, intrapresa dal governo di Indalecio Prieto allo scopo di non offendere la religiosità dei musulmani marocchini. Fu un laico, il grande poeta Miguel de Unamuno, a dare un giudizio tuttora valido: «La presenza del crocifisso – scriveva nel 1932 – non offende nessun sentimento, neanche quello dei razionalisti e degli atei; invece il toglierlo offende il sentimento popolare anche di coloro che non possiedono una credenza confessionale… La campagna contro il crocifisso nelle scuole nazionali è una campagna di origine confessionale, apertamente di taglio anticattolico e anticristiano». Ma quali cattolici si sentivano offesi? Quali, dato che, secondo fonti ecclesiastiche, il popolo era religioso più per sentimenti atavici che per convinzione e, nel 1931, solo il 5% della popolazione della Nuova Castiglia aveva santificato il precetto pasquale? Tale debolezza era avvertita dagli avversari della Chiesa che pensarono di poter distruggere ciò che ne rimaneva con la violenza. Infatti l’11 maggio 1931, solo un mese dopo l’instaurazione della repubblica, gruppi ben organizzati di rivoluzionari assalivano e distruggevano conventi di cappuccini e gesuiti a Madrid: parallelamente le Cortes approvavano una costituzione che, più che separare, subordinava la Chiesa allo Stato e il governo chiudeva, nel dicembre di quell’anno, tutte le scuole cattoliche. 

Nel 1934 le sinistre subirono però un durissimo colpo: i cattolici di Gil Robles e i monarchici di Calvo Sotelo vinsero le elezioni ma subito si pose il problema, per i cristiani, di giurare fedeltà a una carta costituzionale inaccettabile per le loro coscienze. Il fatto bizzarro è che, ancora oggi, tale rifiuto viene contrabbandato come la prova dell’antidemocraticità della coalizione conservatrice. Le sinistre, invece, avevano le idee ben chiare su chi fosse legittimato a governare: appena il partito cattolico di Robles entrò nel governo, scoppiò la rivolta delle Asturie. Dal 5 al 14 ottobre l’intera regione cadde in potere di 30mila militanti di sinistra: il palazzo vescovile di Oviedo venne distrutto e, con esso, 58 chiese, mentre decine di preti venivano messi a morte nei modi più atroci. Le successive elezioni del febbraio 1936 videro le sinistre tornare al potere grazie a un sistema elettorale favorevole. Si pensi che, per mezzo milione di voti di differenza, le sinistre ottennero 118 seggi in più dei conservatori. Da allora le violenze ripresero con sempre maggior forza fino alla denuncia che ne fece José Calvo Sotelo l’11 luglio 1936, con un discorso che, per molti versi, ricorda quello di Giacomo Matteotti. La scena fu simile: un uomo solo contro una canea urlante minacce di morte, poi puntualmente mantenute. Calvo Sotelo, però, aveva già dato la sua risposta il 16 giugno ammonendo così Casares Quiroga: «Io dico quello che san Domenico de Silos disse a un re castigliano: “Signore, la vita potete togliermela, di più no”. Ed è preferibile morire gloriosamente che vivere una vita vile. Ma a mia volta invito il primo ministro (Casares Quiroga) a ponderare bene le sue responsabilità, se non di fronte a Dio, dato che è laico, almeno di fronte alla sua coscienza, dato che è un uomo d’onore». Assassinato nella notte del 13 luglio, Calvo Sotelo venne sepolto come aveva voluto, vestito col saio dei cappuccini, mentre i generali affrettavano i preparativi dell’insurrezione militare. Fu la guerra civile, disgustosa e atroce da ambo le parti: è significativo, oltre che assai noto, che Unamuno abbandonò la causa nazionalista, disgustato dagli eccessi di Millan Astray e dei falangisti; meno conosciuta è la defezione di Ortega y Gasset, degli storici Maranhon e Menendez Pidal e del romanziere Perez de Ayala che, dopo un’iniziale adesione alla repubblica scelsero la via dell’esilio in segno di inconciliabile dissenso col caos anarchico e il terrore comunista. In quanto ai musulmani marocchini, ben lungi dal ringraziare i socialisti per aver tolto il crocifisso dalle aule scolastiche, combatterono con il solito eccezionale valore contro i repubblicani atei. 

E’ da tempo che la Chiesa, a partire dal pontefice stesso, ha compiuto numerosi “mea culpa” non sempre compresi nella loro sincerità e grandezza. Davanti alle vittime del franchismo, come di ogni violenza non si può voltare la faccia o ostentare indifferenza: ma che questi borghesi sin verguenza del nuovo governo spagnolo speculino sui crimini franchisti senza nemmeno mettersi in ginocchio e battere la fronte sulle lapidi di coloro che furono trucidati dai loro padri, è davvero eccessivo. Nella valle de Los Caìdos riposano 50mila caduti de los dos bandos e la croce che li sovrasta, alta 150 metri, è molto criticata per il suo cattivo gusto: una motivazione che, nella patria di Almodòvar e Bigas Luna, appare quanto meno stravagante ma che potrebbe causare, dati i tempi che corrono, un intervento teso a eliminare un monumento scomodo e imbarazzante per la normalizzazione della Spagna nell’era di Zapatero.

© Tempi

 


 
   

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