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Il grido silenzioso



 

Intensità d'una gran illusione (Dossetti e dossettismo)
 di Augusto Del Noce

Unità strettissima di religione e politica. Ma separazione tra momento idealistico e momento realistico. Chi sono oggi gli epigoni.


[Da "Il Sabato", 27 aprile 1985, n. 17]

Per intendere il dossettismo occorre che ci riferiamo alla storia dell’università Cattolica. E così facendo notiamo subito una separazione fra dossettismo e popolarismo. L’università Cattolica e il Ppi hanno avuto, infatti, origini diverse. E’ troppo nota, infatti, la diversità di orientamento, già nel 1919, tra Gemelli e Olgiati da un lato, e Sturzo dall’altro, perché convenga fermarcisi.

Si è spesso detto che la Cattolica negli anni precedenti all’alleanza del fascismo con il nazismo, e anzi fino alla guerra, aveva avuto un atteggiamento pro-fascista: esso va interpretato, però, nel suo significato preciso. Per capirlo dobbiamo pensare all’impostazione prevalente che si diede alla Prima guerra mondiale, che venne intesa, soprattutto in Italia, come guerra contro i residui del Medioevo, l’Impero asburgico e insieme, anche se indirettamente, contro la Chiesa cattolica. O, più in generale, alla tradizionale impostazione «antimoderna» della filosofia della storia ottocentesca, continuata nei primi decenni del Novecento (L’Antimoderne di Maritain è del 1922).

Nel dopoguerra si era manifestato il fenomeno nuovo del fascismo, che non aveva matrici cattoliche, ma che per ragioni storiche, coincidenti con la difesa della nazione italiana, sembrava combattere gli stessi avversari del cattolicesimo: la massoneria, il liberalismo, il socialismo, il comunismo. Poteva perciò generarsi nel mondo dell’università Cattolica un’aspettativa benevola rispetto al fascismo. Esso era visto come un fenomeno di transizione, in sé non certamente cattolico, ma che poteva però preparare la successione a una restaurazione cattolica, per ciò che ne annientava gli avversari.

Il nazismo e la guerra rovesciarono questa posizione. Fu così che i giovani dell’università Cattolica passarono all’antifascismo.

Di quel gruppo di giovani in cui si operò questa sorta di conversione all’antifascismo facevano parte i Dossetti e i Lazzati. Questi giovani non avevano inizialmente alcuna intenzione di dedicarsi alla politica. Ma considerarono un dovere religioso impegnarsi, vista la minaccia rappresentata dal fascismo come fenomeno mondiale. L’impegno di alcuni di loro nella Resistenza li portò poi ad intendere quel fenomeno storico come un fatto unitario da cui le varie forze sarebbero state trasformate.

Così i cattolici avrebbero abbandonato le nostalgie «reazionarie» e incontrato la democrazia; né mancava la speranza che i comunisti, progressivamente, avrebbero abbandonato la sovrastruttura atea.

Restava il fatto che il favore accordato dalla Chiesa ai movimenti fascisti non poteva essere considerato come un fatto che non avesse lontane ragioni. Penso che uno dei punti essenziali di quello che poi si sarebbe chiamato dossettismo stia nella visione della storia della Chiesa in età moderna. In essa Dossetti vedeva un limite; la Chiesa si sarebbe posta generalmente dalla parte della reazione e le illusioni rispetto al fascismo erano le conclusioni di un lungo processo. Il dossettismo pensa che questo errore corrisponda, nelle sue radici ultime, ad un difetto teologico che risale alla Controriforma e al Concilio di Trento. Da qui la necessità di una revisione teologica e le speranze nel Concilio, ove la linea dossettiana trovò espressione nel cardinal Lercaro, che l’aveva condivisa.

La necessità di andare oltre la politica per una revisione teologica che ne stabilisse le condizioni spiega l’uscita dalla politica da parte di Dossetti e la fondazione del Centro di documentazione di Bologna. Con questo scopo: realizzare una vera riforma della Chiesa. Parlo di «vera riforma» nel senso del titolo del celebre libro del padre domenicano Congar Vraie et fausse réforme dans l’Eglis. «Vera riforma» che non vuol quindi aver nulla a che fare con l’eresia.

Non mancano evidentemente altri motivi per spiegare il ritiro dalla politica di Dossetti. Tra il ’45 e il ’48 il fronte unitario delle forze antifasciste si era rotto e la Dc aveva assunto il ruolo di punto di riferimento dei vari anticomunismi; e Dossetti temeva l’idea di un blocco anticomunista che non recuperasse quell’elemento positivo che c’era nel comunismo. Inoltre molti hanno parlato a proposito di Dossetti di integralismo, inteso come unità strettissima di religione e politica e hanno contrapposto questa posizione a quella di De Gasperi che guarda soprattutto alla distinzione dei due termini, pur mantenendo l’ispirazione cristiana.

Normalmente si intende per integralismo una linea che insiste sull’unità di religione e politica. E’ difficile negare il carattere integralistico del dossettismo, anche se si trattò di un integralismo di carattere particolare, diverso, od opposto, ad altri. Politicamente, però, Dossetti si trovò isolato fra il democratismo di De Gasperi e l’anticomunismo radicale di Gedda. Da qui venne un altro motivo che lo spinse all’abbandono della politica.

A partire da questi fatti si determina nel dossettismo una separazione fra momento idealistico e momento realistico. Mentre l’uno (abbracciato totalmente da Dossetti) rifiuta la politica, l’altro (fatto proprio da notevole parte dei dossettiani) vuole immergersi nella politica avendo come avversario la Dc, vista come cedimento alla borghesia. Da ciò, in vari allievi di Dossetti, la vicinanza al Pci. Non a caso alcuni di loro si ritrovano oggi eletti nelle liste Pci, come indipendenti di sinistra.

Non si può dire perciò che il dossettismo sia un fenomeno completamente esaurito. Esso vive nella polemica di una parte notevole degli indipendenti di sinistra cattolici. Soprattutto non si può negargli il merito di aver cercato di dare un’anima idealistica alla politica dei cattolici. L’unico tentativo, o almeno quello di maggior rilievo, prima di Comunione e liberazione; che presenta però caratteri assai differenti.

Questo non deve impedire di cogliere il suo limite che sta nell’aver abbracciato un’interpretazione della storia contemporanea che alla luce dei fatti non regge più. L’idea stessa che il dossettismo ha del marxismo, inteso come verità impazzita, non può essere assolutamente giustificata. Né tantomeno quella mitica interpretazione della Resistenza intesa non come unità di fatto, tra forze divergenti contro un comune avversario, ma di valori.

 


 
   

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