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Il grido silenzioso



 

Lo dicevo, io
 di Franco Cardini

[Da "Avvenire", * 1995]

Facciamo un patto. Se io prometto di non inveire soverchiamente contro la memoria corta dei lettori, voi in cambio mi state lealmente a sentire senza fingere di cader dalle nuvole. Mi rivolgo soprattutto a quanti di voi (non pochissimi...) hanno più volte disperatamente cercato di mettermi in cattiva luce dinanzi agli editori e alla proprietà di questo giornale scrivendo al direttore lettere piene di vibrata protesta contro il mio supposto revisionismo storico.

Ma veniamo ai fatti. Nel 1989, anno della caduta del Muro di Berlino e del secondo centenario dell’inizio della Rivoluzione francese, nel coro di osanna solo o quasi io e una pattuglia di sconsiderati ci mettemmo a starnazzare indecorosamente, sulla patria stampa, sostenendo che non era tutt’oro quel metallo giacobino che riluceva. Giù con l’indignazione, anche in campo cattolico. Poi arriva l’estate del ’94: Irene Pivetti ostenta sul tailleur il suo "Cuore di Vandea", e anche lì piovono gli insulti: ma il tema vandeano viene, quanto meno, recepito. Da allora in poi ci si rende conto che se ne può, anzi ci si arrende dinanzi al fatto che, bene o male, se ne deve parlare. Analoga scena nel 1992, quinto centenario della scoperta del "Nuovo Mondo". Quasi unanime la recriminazione contro gli avidi e fanatici spagnoli, che hanno fatto il deserto nell’America centrale e meridionale, che hanno organizzato un vero e proprio genocidio e costretto i pochi superstiti a convertirsi loro malgrado alla fede cristiana. Siamo stati davvero in pochi — tra noi c’erano cattolici come Vittorio Messori e Marco Tangheroni, ma anche laici quali Marcello Carmagnani e Raimondo Luraghi — ad impunemente affermare che non era per nulla così, che il crollo demografico indio era stato causato soprattutto dalle epidemie, che gli spagnoli e soprattutto gli ecclesiastici e gli ufficiali della corona si erano sovente distinti per umanità, carità, senso del dovere. Tra i giornalisti intervenuti nel dibattito di allora non è mancato chi ha cercato di farci passare non solo per "revisionisti" (un termine quasi offensivo), ma addirittura per falsari o visionari. E sì che ci limitavamo — ma forse il nostro errore stava proprio lì — a dir cose arcinote tra gli specialisti. Ma — questo è il punto — guai a cercar di mischiar le carte, guai a trasmettere una verità scientifica a un mondo massmediale che vive impunemente della convinzione opposta e che non ha alcun bisogno né d’informazione né d’aggiornamento scientifico né di prove per ribadire e coccolare i luoghi comuni di cui è solito nutrirsi.
Eppure, dicevo, la gente ha la memoria corta. E’ bastato che le luci della ribalta si spegnessero sulla questione della scoperta e dell’evangelizzazione dell’America, è bastato che tale argomento cessasse di costituire (perché questa è la verità) argomento valido per quanti non cessano di cercar occasioni per intentare processi alla Chiesa, e l’opinione pubblica è tornata ad essere l’abituale, indifferente fagocitatrice di tutto. E’ appena uscito, in Spagna, un romanzo storico dal titolo Io Montezuma. Ne è autore un ispanista prestigioso, autore tra l’altro di una storia della guerra civile spagnola che una trentina d’anni fa, edita da Einaudi, fu un autentico best sellers e che ancor oggi è considerata un classico: Hugh Thomas. Lo studioso britannico, peraltro, appena un anno fa aveva pubblicato una ricerca sulla conquista del Messico in cui al solito si affermavano tesi che i giornalisti si affrettavano a definir revisioniste laddove esse riassumevano quel che da tempo gli studiosi seri sanno benissimo: vale a dire che tale episodio fu senza dubbio segnato da atti di crudeltà e di ferocia, ma non fu per nulla un genocidio (lo choc demografico indio fu semmai causato dal morbillo e dal vaiolo dei quali gli spagnoli erano sì portatori, ma involontari); che la corona di Spagna inaugurò nel nuovo mondo un governo ispirato a principi di moderazione e di equità favorendo l’integrazione e addirittura i matrimoni misti; che gli episodi di ferocia comportarono spesso la punizione dei loro autori (la giustizia regia colpiva con severità gli spagnoli che commettevano atti di violenza contro gli indios) ed eccitarono la critica durissima di personaggi come Bartolomeo De Las Casas. Gli spagnoli si posero sull’eticità della loro espansione dubbi che mai nessun impero coloniale ha avuto sul suo stesso operato: e chi ha potuto sostenere l’immagine della loro crudeltà lo ha fatto perché essi hanno puntualmente documentato nei loro archivi ogni atto di delinquenza compiuto contro i nativi. Lo storico britannico giunge a sostenere che furono invece semmai proprio gli inglesi nel Nordamerica ad avviare una politica di genocidio che gli statunitensi continuarono poi contro i pellerossa, e riguardo alla quale nessuno si sognò mai di fare mea culpa.

Ebbene, cari lettori, mi sia consentito d’indignarmi e prendermela proprio e soprattutto secovoi. Perché sono stati proprio molti di voi, sedotti senza cognizione alcuna di causa dalle chiacchiere delle varie Rigoberte Menchu, a prendersela circa tre anni fa con studiosi come Marco Tangheroni il quale, in un capitolo a ciò dedicato del volume Processi alla Chiesa da me coordinato (Piemme), diceva sulla scoperta dell’America cose analoghe a quelle che oggi sostiene il Thomas. Quella, però, era bieca propaganda reazionaria di un integralista: e che Tangheroni sia uno dei non moltissimi storici di valore che il mondo cattolico può annoverare in Italia, non contava nulla. Ora le sue tesi vengono confermate dal britannico Thomas, e nientemeno che il "Corriere della Sera" rende loro un sia pure imbarazzato omaggio. E’ così che si affronta la storia, tartarini?

© Avvenire

 


 
   

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