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Il grido silenzioso



 

Diritto di bestemmia
 di Rino Cammilleri

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A prima vista lo Stato laico non poteva fare altrimenti. L’articolo del codice penale che puniva il reato di bestemmia è stato cassato dalla Corte Costituzionale: sentenza numero 508 firmata dal giudice Gustavo Zagrebelsky. "In forza dei principi fondamentali di uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di religione e di uguale libertà davanti alla legge di tutte le confessioni religiose, l’atteggiamento dello Stato non può che essere di equidistanza e imparzialità nei confronti di queste ultime". In nome del popolo italiano. La motivazione previene le obiezioni, aggiungendo che "il dato quantitativo dell’adesione più o meno diffusa a questa o a quella confessione religiosa e la maggiore ampiezza delle reazioni sociali che possono seguire alla violazione dei diritti di una o di un’altra di essa, imponendosi la pari protezione della coscienza di ciascuna persona che si riconosce in una fede che sia la confessione di appartenenza", non ha rilevanza alcuna. Naturalmente -ha tenuto a sottolineare l’Alta Corte- "resta ferma la possibilità di regolare in modo differenziato, nella loro specificità, i rapporti dello Stato con la Chiesa cattolica tramite lo strumento concordatario e con le confessioni religiose diverse da quella cattolica tramite intese". Traducendo dal giuridico-burocratese risulta che la Corte ha passato la patata bollente al governo, il quale dovrà contrattare con ciascun culto presente in Italia il trattamento dell’eventuale vilipendio. Insomma, la "laicità" dello Stato è salva, e le mani costituzionali sono state pubblicamente lavate. Va da sé che, l’irrilevanza del "dato quantitativo", cacciata dalla porta, rientrerà dalla finestra proprio grazie a dette "intese". Il vantaggio (se tale si può chiamare) è che la finestra in questione non sarà quella della Corte, bensì quella dell’esecutivo. La sentenza 508, dunque, anziché facilitare l’esistenza ai futuri governi, gliela complica da qui all’eternità. Sì, perché se la bestemmia non è più reato, allora diventa perseguibile su querela diparte, cosa che vieppiù intaserà i tribunali, incentiverà la litigiosità dei cittadini, farà proliferare le associazioni di difesa e costituirà un piacere per le disastrate Poste (petizioni, raccolte di firme, francobolli, eccetera). Ma c’è di meglio, se si va a osservare attentamente il "principio" che la Corte ha voluto salvaguardare. Se tutte le confessioni religiose hanno uguale "libertà" e "dignità" di fronte allo Stato laico, non era più congruo estendere il reato di bestemmia ad ogni culto? Che significa, infatti, l’"uguale libertà" davanti alla legge? Che ogni cittadino ha il diritto di insultare tutte le divinità? E che significa quel richiamo alla "maggiore o minore ampiezza delle reazioni sociali"? Se significa che posso insultare tutte le religioni (aspettandomi al massimo una querela), perché, allora, se me la prendo con quella islamica o con quella ebraica scatta la legge Mancino e mi ritrovo nella fattispecie del reato? E’ solo un esempio, naturalmente, ma manifestare dubbi è (ancora) lecito. Così come è (ancora) lecito chiedersi se certe sentenze non finiscano per aggravare la situazione dell’unico credo che, dovendo "porgere l’altra guancia", presenta i minori rischi per i responsabili di vilipendio. Il sospetto, spiace dirlo, è che principio della laicità dello Stato si risolva, tanto per cambiare, nel rispetto per tutte le religioni tranne la cattolica.

Novembre 2001

 


 
   

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