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Il grido silenzioso



 

Catechismo
 di Vittorio Messori

[Da "La sfida della fede", San Paolo, Milano 1993]

Voluta da certi ambienti teologici e intellettuali, appoggiati da giornalisti "amici", è in corso una violenta campagna internazionale per fare abortire il progetto di "catechismo o compendio della fede per la Chiesa universale" chiesto dal Sinodo dei vescovi nel 1985. È una campagna che registra episodi deplorevoli. Un "progetto" di 392 pagine è stato inviato, dalla Commissione presieduta dal cardinal Ratzinger, ai vescovi perché esprimessero le loro osservazioni. A quegli autorevoli destinatari era stata molto raccomandata la discrezione; e ogni pagina di quella "ipotesi di catechismo" recava il timbro sub secreto. Cosa necessaria, vista la delicatezza di una discussione che non doveva essere condizionata dal rumoroso, spesso approssimativo e fazioso vociare dei media. E invece, come ha scritto il solo componente italiano della Commissione, il vescovo di Como mons. Sandro Maggiolini, "purtroppo il riserbo è stato subito violato con deprecabile leggerezza". Soprattutto all’estero, fotocopie sono state fornite sollecitamente ai giornalisti, perché cominciassero una campagna denigratoria di quel testo, pur ancora aperto a ogni cambiamento. Per molti di quei critici, non è in discussione soltanto il contenuto o il taglio del progetto di catechismo; è l’idea stessa di "norma di fede", di "sistema cattolico di verità" che si rifiuta. Il "catechismo" progettato non si rivolge direttamente ai fedeli ma agli episcopati, perché sia loro di base per testi per le singole Chiese. Ma chi respinge questa "base comune" spesso maschera la sua ostilità ideologica e previa dietro ragioni dì opportunità. Esemplare quanto ha dichiarato un teologo italiano, un sacerdote noto per le sue posizioni critiche: "Questo testo farà del male alla Chiesa... Oggi è molto più urgente un documento che dia delle linee per la vita di fede e non tanto per la dottrina della fede"; ancora: "La preoccupazione principale della Chiesa dovrebbe essere quella di costituire comunità di santi, non gruppi di uomini con le stesse idee".

La vita, insomma, prima - anzi, al posto - della dottrina. Una posizione diffusa e ben conosciuta: tutta la "contestazione", in effetti, più che sulle verità di fede, sul dogma (cui metteva spesso la sordina) appuntava le sue critiche sul comportamento, sulla prassi degli uomini di Chiesa. In realtà, stupisce come anche teologi riconosciuti sembrino non avere neppur più il sospetto di che sia quella katholische Weltanschauung, per dirla con i tedeschi che, nelle loro università, vi dedicano apposite cattedre: la "prospettiva cattolica", cioè, indicata dal Nuovo Testamento stesso ed elaborata da una Tradizione che sinora era stata ininterrotta e indiscussa. Secondo quella prospettiva, la chiesa è "santa" non perché i suoi uomini siano tutti, santi, ma perché possiede e insegna con fedeltà la Verità rivelata. Il vescovo è pastore non innanzitutto perché vive secondo il vangelo, ma perché quel vangelo annuncia senza errori. "In principio era il Verbo": nella Chiesa il prius è dato alla Parola, dunque alla fede; dalla quale deve discendere poi - ma come derivato, come frutto necessario - la prassi, l’azione della carità. Sembra dimenticato, in molti, quello che è il "principio supremo dell’apologetica" e che così suona, nell’enunciazione di Romano Amerio: "La Chiesa non può esibire nella sua storia un’irreprensibile sequela di azioni conformi alla legge evangelica, ma può allegare un ’ininterrotta predicazione della verità. La santità della Chiesa è dunque da ricercare nella purezza della sua dottrina, nella conformità di questa all’insegnamento del Cristo, prima che nella coerenza pratica dei suoi uomini con quel messaggio. La Chiesa andrebbe perduta se perdesse la Verità, non se perdesse (come purtroppo è spesso avvenuto) la fedeltà al vangelo negli atti concreti di certi suoi uomini". Insomma: la catastrofe non è un papa peccatore, ma lo sarebbe un papa eretico. Un papa, cioè, che (secondo il mandato a Pietro nell’ultimo capitolo di Giovanni) più non "pascesse le pecorelle" del Cristo con il pane della Sua Parola. E un pane genuino, non inquinato dall’errore.

È su questo principio oggi spesso dimenticato che si basa, appunto, la sola possibile "apologetica", la sola difesa cioè, della santità e della indefettibilità della Chiesa, malgrado gli scandali di tanti suoi uomini. Prendiamo, ad esempio, il simbolo stesso della decadenza papale, quel catalano Rodrigo Borgia pontefice dal 1492 al 1503 con il nome di Alessandro VI. Cattolico fedelissimo e insieme storico rigoroso, scrisse il grande storico dei papi, Ludwig von Pastor: "La vita di questo gaudente dalla sensualità indomita fu in tutto opposta a Colui che doveva rappresentare sulla terra. Eppure, il modo con cui Alessandro VI amministrò gli interessi autenticamente religiosi non ha dato appiglio ad alcun biasimo. Con disinvoltura quel papa si abbandonò a una vita viziosa, ma la purezza della dottrina della Chiesa rimase intatta: in lui, la Provvidenza volle confermare che i Pastori possono danneggiare la Chiesa, non distruggerla". Pochi sanno che proprio a quel papa simoniaco, incestuoso, violento, si devono i tre tocchi giornalieri di campana per l’Angelus che ricorda l’incarnazione del Cristo; a lui si deve l’istituzione dell’imprimatur sui libri, perché non contenessero errori di dottrina; a lui si deve la pronta, efficace azione per assicurare l’evangelizzazione delle nuove terre scoperte da Colombo proprio durante il suo pontificato. In lui sembra realizzarsi l’ammonimento di Gesù ai discepoli e che conferma la precedenza della "teoria" sulla "pratica": "Quanto vi dicono fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere" (Mt 23,3). Con una sorprendente inversione, molti sembrano considerare un catechismo (cioè il Credo svolto nelle sue conseguenze e attualizzato) come un peso imposto dalla Gerarchia; mentre esso è un diritto inalienabile dei credenti, il proporlo è il dovere primo dei Pastori. "Avere le stesse idee" (per dirla con il tono sprezzante del teologo che citavamo) non è in contrasto con la prassi di carità, con la "creazione di comunità di santi": ne è, anzi, la condizione prima e indispensabile. Nella dinamica cristiana, non si può "agire bene" se prima non si "pensa bene", in fedeltà cioè a una Parola che la Tradizione ha fissato in verità definite di fede.

© Edizioni San Paolo

 


 
   

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