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Il grido silenzioso



 

Uno storico: Marco Tangheroni
 Intervista di Vittorio Messori 

Intervista a Marco Tangheroni apparsa in V. Messori, Inchiesta sul cristianesimo, Mondadori, 1993.

Già era rimasto perplesso e sospettoso dopo aver letto il romanzo che, confida, gli era sembrato "ambiguo", oltre che abusivo, proiettando nel passato categorie tutte moderne e dunque improponibili per il Medio Evo: destra/sinistra, conservatori/progressisti, scienza/fede. Ma poi andò a vedere il film e ne fu indignato, al punto di prendere carta e penna e di scrivere ad "Avvenire", il quotidiano cattolico. Parliamo di Marco Tangheroni (docente all’Università di Pisa e direttore, in quell’ateneo, del Dipartimento di studi medievali), e delle reazioni di un esperto come lui davanti al «Medio Evo di cartapesta», come lo definisce, che salta fuori da il nome della rosa, la pellicola di Jean-Jacques Annaud. Come ha scritto senza tanti complimenti, e come mi ripete ora, nella sua casa di Asciano Pisano - una villetta allegra, piena di bambini, di cani, di gatti che, insieme, giocano nel giardino - «tutta la descrizione fatta nel film dell’abbazia del Trecento e di tutta quell’epoca è completamente falsa. Non si tratta nemmeno della forzatura parodistica, caricaturale, di qualcosa che abbia una qualche parentela, anche soltanto vaga, con la realtà storica: no, solo un falso clamoroso, ecco tutto». Un falso che, per lui, nascerebbe dall’avere «accolto, per esasperarla, una vecchia, illuministica, falsificatrice visione del Medio Evo, formulata dai propagandisti settecenteschi in chiara funzione anticristiana». Ma che venga ancora riproposta oggi (e da persone che si credono "illuminate" e "progressiste") per Tangheroni è davvero inaccettabile: «Che ancora si osi dare una simile lettura del Medio Evo cristiano, dopo duecento anni di faticose ricerche di noi storici negli archivi per avvicinarsi alla realtà, è francamente esasperante. Sarebbe incredibile, se non sapessimo di quanto l’odio per il cristianesimo e la voluta ignoranza siano capaci». Tutta l’operazione gli ricorda le risposte di Bertoldo, al granduca che lo interrogava. Nuovo Bertoldo è questo regista francese, pronto a replicare con vieti luoghi comuni e per giunta con aria di chi la sa lunga. Come era il popolo medievale? E Annaud e i suoi "consulenti": «Credulone e superstizioso, oppresso e lasciato nell’ignoranza». Com’erano i monaci? «Ricchi, golosi, spietati, viziosi, oscurantisti, nemici della vita.» Quale periodo attraversava allora l’umanità? «Un lungo periodo buio, pieno di crudeltà e ignoranza, per colpa della Chiesa cattolica, notoriamente avversaria del progresso, della scienza, della ragione.» Cosa facevano i poveri? «Morivano di fame, terrorizzati dalla minaccia dell’inferno da parte di frati cinici che li taglieggiavano con le tasse e approfittavano dell’ignoranza per estorcergli con offerte quel pochissimo che gli restava.» Visto dunque il livello miserando del film, molti colleghi avevano suggerito a Tangheroni di lasciare perdere: «Tutto è così travisato che non val neppure la pena di parlarne». «Già», replica lo studioso, «intanto, però, milioni di persone in tutto il mondo subiscono il bombardamento di una menzogna che certamente, grazie alla forza delle immagini, lascerà il segno. Sento il bisogno di protestare. Protestare anche come cristiano che vede insultato un periodo glorioso della storia della Chiesa e, con essa, dell’intera cultura europea.» Constata, amareggiato, che «anche in campo cattolico voci che dovrebbero vigilare si piegano in modo supino e ridicolo ad appoggiare la vecchia "leggenda nera" anticristiana». Tra le "voci cattoliche" denunciate dallo studioso pisano, c’è quella del CCC, il Centro cattolico cinematografico che ha dato de Il nome della rosa una valutazione che qualcuno ha definito "incredibile" e che lascia comunque sconcertati. La scheda, infatti, sembra avallare il taglio interpretativo, così incurante della realtà storica, dato dal regista laicista. Sembra accettata in pieno la deforme vulgata dell’uomo della strada. «Ci troviamo catapultati in pieno Medio Evo, col suo oscurantismo religioso, superstizioni, credulità popolare, inquisizione, ignoranza...» Le sole, flebili riserve, sono avanzate per la "scabrosità" del coito tra il novizio e la giovane contadina o stanno in una frase come questa: "La tematica del film, in questo senso, è caustica e poco obiettiva nei confronti della Chiesa in un periodo senz’altro poco glorioso per essa, ma pur sempre transitorio». Ma proprio qui Tangheroni, come ogni medievalista serio, non è affatto d’accordo: che si tratti cioè, di un «periodo poco glorioso». Anzi! Ci torneremo sopra. Sempre stando allo stesso giudizio del CCC, che dovrebbe orientare i credenti, fra’ Guglielmo da Baskerville (lo Sherlock Holmes medievale in cui Eco ha adombrato se stesso come un illuminista, un uomo di ragione che combatte contro le tenebre e le superstizioni dei clericali) sarebbe «l’unico uomo razionale e disincantato, al di sopra delle parti, che alla grettezza medievale oppone il suo orgoglio intellettuale e la sua capacità di studioso alla ricerca della verità». Non basta: come nota Tangheroni, il film è tutto girato nell’oscurità, per convincere ancor di più lo spettatore che quelli medievali sono stati, proprio perché cristiani, i "secoli bui" per eccellenza. («Ma», sbotta, «vengano qui, sulla piazza pisana dei Miracoli, tra cattedrale, battistero, torre pendente, camposanto, e mi dicano se questo è "buio". Ce ne fossero, oggi, di "tenebre" così!») Questo espediente truffaldino piace invece al Centro cattolico cinematografico: «Bella l’ambientazione nel monastero con le sue trappole, trabocchetti, botole, labirinti, passaggi segreti, oscurità più o meno profonde». «Se questi sono coloro che dovrebbero guidare i credenti ad aprire gli occhi, a giudicare secondo verità, c’è davvero da mettersi le mani nei capelli!», mi dice lo studioso. Il quale ci permetterà che su di lui diciamo una parola anche personale, che testimoni del suo coraggio, che non è soltanto intellettuale. Tangheroni ha ora quarantun anni; diciotto anni fa (a ventitré anni, dunque), giovanotto sano e sportivo com’era, si preparava ad andare a sciare per le vacanze invernali, quando fu colto da un’influenza che, in seguito a impreviste complicazioni, gli mise fuori uso entrambi i reni. Da allora, ogni due giorni, si sottopone alla dialisi con il rene artificiale. Un handicap gravissimo che non lo ha però fermato: si è sposato, ha salito uno dopo l’altro i gradini della carriera universitaria; e non rinuncia neppure ai viaggi di studio e di lavoro in giro per il mondo, previa prenotazione del lavaggio del sangue, di cui ha bisogno, negli ospedali locali. É stata comunque quella sventura, così imprevista e imprevedibile, che ha risvegliato in lui una fede non del tutto spenta ma sopita. La sua educazione è stata cristiana, cattolica. «Sapevo che prima o poi avrei dovuto far seriamente i conti con il problema religioso. Ma, come tutti o quasi i giovani della mia età, continuavo a rinviare quel giorno. "Tanto c’è tempo", mi ripetevo quando la questione mi si riaffacciava. Invece, all’improvviso, la notte di Capodanno del 1969 mi sono ritrovato in coma; quando ne sono uscito, le speranze di sopravvivenza erano limitate. Il tempo, che pensavo indefinito davanti a me, sì è così drammaticamente assottigliato. Ecco dunque che il problema che rinviavo mi si è presentato con urgenza: il fuoco della fede, che sembrava vegetare sotto la cenere, si è risvegliato. Da allora non ho fatto che confermarmi nella certezza che il Vangelo ha ragione, che il cristianesimo è la vera speranza per l’uomo.»

In effetti, si ha l’impressione che ricerca e insegnamento della storia del Medio Evo siano vissuti da questo docente come cosa non estranea all’interesse religioso; anzi, ad esso intimamente legati. Se, infatti, come Gesù Cristo ricorda, è dal frutto che si riconosce l’albero, l’analisi di quel "frutto" positivo della fede che, malgrado ogni errore e deviazione, fu il millennio "medievale" può dirci qualcosa di importante sull’albero. Cioè su quel Vangelo al quale tutto, in quei secoli, si cercò di riferire. Ma c’è un’altra ragione per quell’interesse. Per Marco Tangheroni, la situazione di oggi è paragonabile a quella dell’alto Medio Evo: «Come allora, c’è tutto un mondo da ricostruire e da ricristianizzare. Viviamo la fine di una civiltà che 400 anni fa, con il cosiddetto Rinascimento, si è cominciato a distruggere. Oggi, noi cristiani siamo, come i nostri fratelli dei tempi delle invasioni barbariche, chiamati a costruire le cripte sulle quali forse domani altri costruiranno nuove cattedrali». Dal taccuino fitto di note dopo molte ore passate insieme, ecco alcuni spunti che aiutino a capire perché è urgente tornare a rìvisitare quel Medio Evo di cui volevano cancellare in noi persino il ricordo («Soltanto nei manuali di storia dell’arte il nostro periodo ha una certa considerazione», dice. «Negli altri testi scolastici, a partire da quelli di filosofia, gli autori si sbrigano in fretta, e superficialmente, di un’era che fu tra le più proficue anche per la storia del pensiero»).

Medio Evo, innanzitutto, perché è lì la storia migliore dell’Occidente, lì le nostre radici: «Il mondo classico era stato sommerso dalle invasioni barbariche, la caduta di Roma fu intesa come la caduta e la fine della civiltà stessa. Eppure, in quel caos, il cristianesimo mostrò la forza incredibile di un crogiuolo fecondo dal quale, grazie al collante della fede nel Vangelo, uscì una società nuova. Nuova e nello stesso tempo erede del meglio della tradizione classica. San Girolamo (cui, a Betlemme, giunse l’eco del sacco di Roma) pensò che la fine dell’urbe fosse la fine dell’orbe. Ma ecco sant’Agostino e con lui una nuova filosofia della storia, una nuova epoca che inizia». Per Tangheroni, questa continuità con l’epoca classica è tra i doni maggiori all’umanità del cristianesimo nella sua versione cattolica medievale: «I Padri della Chiesa sentenziarono che tutto ciò che di buono viene detto viene dallo Spirito Santo. Questo permise di riallacciarsi alla civiltà greco-romana, rispetto alla quale il Medio Evo non avverte alcuna frattura. Per Dante, come per tutti gli altri che scrivono, a cominciare dai teologi, il latino è una lingua ancora viva. Il sapiente medievale si considerava, secondo la celebre espressione, "un nano sopra le spalle di giganti". Un nano: però più in alto del gigante e quindi in grado di vedere di più e più lontano. Da qui la ricchezza di una cultura che unisce continuità e progresso. La rottura avverrà invece (e fu una catastrofe su tutti i piani) con la Riforma e con il Rinascimento: per gli umanisti e gli eretici del Nord il latino divenne una lingua magari bella ma morta. Si interruppe così un circuito vitale prezioso». Per lo studioso pisano, la Riforma ebbe risultati disastrosi anche «nell’introdurre dei concetti del tutto estranei al Medio Evo: l’abisso tra grazia e natura, tra fede e ragione, tra mondo e trascendenza. Tutto il dualismo, insomma, di cui ha sofferto il mondo moderno e di cui soffre ora il mondo contemporaneo e la cui responsabilità non è certo de] cattolicesimo medievale. Per esso, c’è la mediazione della Chiesa, di Maria, dei santi tra l’uomo e Dio. Lutero, Calvino e gli altri tolgono questa mediazione: Dio diventa terribilmente lontano. L’uomo deve far da sé, perché Dio chissà dov’e...». Il mito di un’epoca "di mezzo" buia anche perché sarebbe stata pessimista, in attesa continua della fine? «Un mito, appunto. La vita era dura, certo, ma mitigata - in modo che oggi anche noi credenti non possiamo nemmeno immaginare - dalla prospettiva religiosa, dalla speranza di vita eterna, che dava senso anche alle esistenze più oscure. Comunque, la durezza materiale non si traduceva in pessimismo. Chi iniziava a costruire le cattedrali aveva la certezza che né lui né i suoi figli l’avrebbero vista completata. Edificavano, ma per i posteri. Chi, oggi, pianta più un noce? Chi, oggi, ha il senso del futuro? Basta guardare alla caduta della natalità: è il segno più radicale del pessimismo di una cultura nata dalle illusioni del progresso. Se devastiamo la natura è perché vogliamo goderla subito, noi stessi. a il contrario della prospettiva medievale, che attendeva semmai il Veltro: un rinnovamento, cioè, ma nella storia stessa. Un ottimismo, una vitalità che sostiene anche le invenzioni tecniche e il loro utilizzo ai fini pratici. C’è, nel cristianesimo, qualcosa che non c’è nelle altre fedi e che spinge l’uomo a migliorare. I cinesi conoscevano la bussola, ma per loro non era che una curiosità; per i cristiani fu invece uno strumento da mettere a servizio del lavoro dell’uomo. Perché proprio l’Europa cristiana parte alla conquista del mondo? La spiegazione sta soprattutto nella sua fede.» Sono ancora in questa linea altre osservazioni di Tangheroni: «Il Medio Evo è un’epoca ottimista e insieme realista. L’ottimismo irrealista alla Rousseau o alla giacobina che gronda di sangue e che, invece dello sperato mondo umano, ha finito per infilarci in quel vicolo cieco che è l’equilibrio del terrore. Per il medievale, l’uomo è un impasto di grazia e di peccato: perfettibile certo, ma non sino al punto di trasformarsi in angelo. La società, dunque, bisogna costruirla con dei mattoni imperfetti. E questo mette al riparo quei secoli dalle utopie disastrose che contrassegnano la modernità. Realismo anche nel rifiutarsi di scindere il pensiero dalla vita. Si pensi alla funzione da oracolo presa per noi dall’intellettuale. Il premio Nobel in qualche disciplina scientifica, specialista cioè soltanto di un piccolo settore del sapere, è interrogato come una sorta di onnisciente che può dire la sua su qualunque argomento. Il Medio Evo non ha affatto il culto superstizioso dell’esperto: i grandissimi architetti delle cattedrali restano quasi sempre degli anonimi, non separano il lavoro manuale da quello intellettuale, li si incontra nei cantieri mentre spostano pietre con gli operai. E questo crea una corrente di solido contatto con la realtà concreta, impedisce astrattezze e utopie». Ancora: «Quei secoli uniscono il massimo di pluralismo con il massimo di universalismo. Ogni città ha il suo dialetto, ma vi si parla e vi si scrive anche in latino. Ogni Comune ha il suo diritto, ma c’è una sostanziale unità in tutta l’Europa. Così che ciascuno è cittadino della sua patria e cittadino del mondo. Una universalità che non uccide il particolarismo e che nasce dalla coscienza viva di una fede, di una tradizione comune». Sul piano economico, fa notare Tangheroni, il Medio Evo sfugge agli schemi semplicisti del marxismo che, in effetti, non ha prodotto su quest’epoca alcuno studio significativo: «La teoria della lotta di classe non regge in una società mossa da un istinto religioso così profondo. Non si dimentichi che la carità cristiana mette in moto capitali enormi per l’epoca. Il ricco pagano si permetteva talvolta la civetteria di farsi sponsor per iniziative culturali o per la costruzione di edifici pubblici, terme ad esempio. Erano fatti più di snobismo che di altro, comunque a servizio della collettività, mai del singolo bisognoso. Nel Medio Evo la carità diventa un obbligo sociale rilevante: costituisce il corrispondente delle tasse negli Stati moderni. Ma mentre questi, spesso, sprecano quei denari di tutti o li impiegano a favore di chi già ha, non così il sistema caritativo medievale che raggiunge sempre e solo il bisognoso. Si pensi che molte compagnie mercantili hanno nell’elenco dei soci messer Domineddio», cui è attribuita una quota rilevante di capitale: gli utili vanno ai suoi figli privilegiati, cioè ai poveri. A proposito dei quali (a parte le diffamazioni moderne più grossolane e triviali, come il mai esistito "diritto di prima notte" del feudatario sulla sposa del contadino) vanno sfatati altri luoghi comuni. Si è tanto insistito sulla condizione del "servo della gleba". Dimenticando però di dire che quella situazione impediva di abbandonare il fondo ma anche di essere cacciati via. E certo che proprio nel Medio Evo il povero ha una tutela che non avrà più nei periodi seguenti, soprattutto in quelli che cominciano con l’età industriale. Proprio quei monaci contro i quali, secondo il film di Annaud, si scatena l’ira dei contadini, tenevano la fila di un’opera imponente di aiuto ai diseredati. In ogni caso, la funzione dei monasteri fu così benefica per tutti che uno dei maggiori esperti contemporanei ha detto che "ciò che manca oggi al Terzo Mondo è un Ordine di monaci cistercensi". È a loro, tra l’altro, che si deve la bonifica dell’Europa, le tecniche agricole, i sistemi idraulici e tante altre applicazioni che hanno poi aperto la strada al progresso vero». Altri motivi a favore di una cultura che ha creato quel tipo irripetibile che è l’uomo europeo di quei secoli? «L’avere dato anche all’incolto il senso del simbolo, dell’intuizione che rendeva la gente forse più "colta" nel senso autentico di quanto non lo sia oggi con le "scuole dell’obbligo". Erano persone spesso analfabete, ma in grado di "leggere" la complessa, meravigliosa simbologia delle cattedrali; di cogliere, soprattutto, la presenza di Dio in ogni uomo e in ogni cosa. E una società che non conosce quel nazionalismo che insanguina l’Europa moderna e neppure quell’altra piaga della modernità che è il razzismo. L’inquisitore era visto non come un incubo ma come il garante dell’ordine sociale: l’ebreo, il musulmano erano isolati, magari combattuti, ma mai visti come gente da sopprimere; l’eretico era invece il nemico più insidioso, una quinta colonna che rodeva dall’interno le basi stesse della convivenza civile, era il traditore che pugnala alla schiena. Si pensi anche ai disastri provocati da certe eresie come quella dei catari o di certi movimenti pauperistici: in questi casi, era la gente stessa che aspettava con sollievo l’inquisitore.» In effetti, mi ricorda, quest’epoca lunghissima conosce qualche rivolta, ma per trovare un posto più adeguato nel sistema, accettato liberamente da tutti. «Non conosce affatto il concetto tutto moderno di rivoluzione, come scardinamento del sistema stesso. La gente in quel sistema ci si riconosceva.» Eppure, tutta una storiografia, appresa sui banchi di scuola, ci ha insegnato che dal Medio Evo i popoli uscirono con sforzo e con sollievo, come liberati da una cappa come quella cristiana, ritenuta intollerabile. «È inesatto. La società medievale si indebolisce e poi crolla non perché fosse "troppo" cristiana ma - a mio avviso almeno - perché lo era "troppo poco". Perché, cioè, gli uomini (a cominciare da quelli di Chiesa) non furono coerenti con un progetto che in realtà ha mostrato fecondità e sapienza e non fu affatto avvertito dalle masse come degno di essere spazzato via.» Insomma, una mediocre pellicola come quella tratta dal romanzo di Eco ci ha portati lontani, nella rivisitazione di un’epoca tanto diffamata quanto ancora misconosciuta, almeno dall’uomo della strada. Professor Tangheroni, quale, per finire, l’aspetto più prezioso della cultura medievale? «Credo fosse la consapevolezza del peccato personale, che rendeva l’uomo conscio dei suoi limiti, bisognoso di perdonare per essere perdonato a sua volta. In questo senso, meglio un "ipocrita" medievale che un "radicale" di oggi. Quello, fingendosi virtuoso, faceva in questo modo un omaggio alla virtù. Questo, nega che esistano vizi e virtù, afferma che tutto è egualmente irrilevante sul piano morale, rifiuta sdegnosamente di avere bisogno di perdono. Per quali colpe, se il peccato è, secondo lui, soltanto un mito dannoso inventato dai preti? Ma è questa presunta "liberazione" che ha spalancato le porte a una delle società meno libere, nel profondo, che la storia conosca.» Per concludere: «L’uomo del Medio Evo sapeva di avere un solo padrone, Dio, e un solo giudice cui rispondere, Gesù Cristo. Noi, credendo di rifiutare padroni e giudici, li abbiamo in realtà moltiplicati».

 


 
   

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