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Il grido silenzioso



 

Leggere, nonostante la scuola
 di Andrea Sciffo

I monaci medievali leggevano ad maiorem Dei gloriam, per la maggior gloria di Dio. Leggere era un atto di speranza. Oggi il computer sostituisce il libro. Ritorniamo a leggere bene, magari ad alta voce.

[Da "Il Timone" n. 12, Marzo/Aprile 2001]

Leggiamo sempre meno, leggiamo male, leggiamo i libri peggiori. Una ricerca realizzata nel 1991 per conto del Ministerio Español de Cultura rivela che il 63% degli spagnoli non compra neanche un libro all’anno e che solo il 56% della popolazione adulta dedica del tempo per la lettura. Nel 1992 lo statunitense The Economist nota che il 60% degli adulti americani non compra libri e un terzo dei diplomati nelle scuole degli USA non riesce a leggere quanto è scritto sul proprio diploma. Nel Regno Unito, a dispetto del consolidato abito alla lettura, cala la frequenza alle biblioteche assieme al prestito librario. Il triste elenco di fenomeni allarmanti potrebbe continuare a lungo.

L’esperienza comune della vita quotidiana contempora nea conferma, peraltro, la tendenza negativa del dato statistico: e come si fa, oggi, a riservare uno spazio decente alla lettura? Tra gli ostacoli che impediscono un rapporto equilibrato con il libro, c’è soprattutto l’invadenza del computer, la curiosità per il mondo del web: incontrastabile, se si pensa all’investimento che i colossi dell’informatica mettono in atto per imporre l’informatizzazione del lavoro, del gioco, dell’apprendimento, del tempo libero.

Ma la stanchezza oculare procurata dal video è un alibi. Prima responsabile della fuga dalla lettura è la scuola: per le sue caratteristiche strutturali, infatti, l’operato della scuola in Italia è incontrollabile e incontestabile; le sue procedure inverificabili e non-valutabili; il suo apparato (oltre un milione di dipendenti) inamovibile e non riqualificabile. O così sembra anche agli occhi di chi, come il sottoscritto, ne fa parte. Oggi i vertici del Ministero della Pubblica Istruzione sono infatuati dell’internet: ma domani chi rinfaccerà alla "scuola del computer" le sue colpe?

Proviamoci noi adesso. La riforma Berlinguer-De Mauro è inattaccabile poiché strutturata in forma di sistema: ha dato potere esecutivo ai "formatori" con un disegno di legge che non ammette modifiche critiche, nemmeno il dissenso interno al mondo dei docenti di sinistra. Lucio Russo con il libro Segmenti e bastoncini (Feltrinelli,1998) e Fabnzio Polacco con La cultura a picco (Marsilio,1999), mettono in guardia circa l’impoverimento della formazione scolastica degli alunni e dei docenti. Senza ottenere nessun esito: il Ministero è impermeabile a rimostranze e proteste di democratici insegnanti. Come mai?

Perché la cultura la cui estinzione Russo e Polacco piangono è una cultura dell’illuminismo (su cui il marxismo s’innestò tramite l’egemonia gramsciana, è la stona d’Italia dal 1945 a Tangentopoli): è perciò una cultura d’elite, calata sul popolo dall’alto, grazie alla figura illuministica del professore, sempre pronto a deprecare l’arretratezza socio-culturale delle famiglie non-laureate . Dopo il Sessantotto, simile figura si è anche traslata agli "esperti" dei massmedia.

Sui banchi, intanto, tra il 1962 (scuola media obbligatoria), il 1974 (i Decreti Delegati) e il ’79 ("democratizzazione della scuola" inferiore), si è consumata la squalifica della cultura orale della quale la popolazione italiana era in possesso: occorreva "modernizzare il Paese" e sprovincializzarlo.

Una riforma che deforma 

Gli anni Ottanta, in Italia, mostrarono che cosa significasse modernizzarsi a scuola, l’avvento dell’edonismo (cioè la "la filosofia del piacere a tutti i costi") mandò in decomposizione il senso dell’essere insegnanti e alunni. La noia, regina di molte riforme, suggerì i pletorici programmi, programmazioni, libri di testo, sperimentazioni che oggi imperversano: è la vocazione stessa del docente a uscirne corrotta. Così, nel disinteresse quasi generale, la scuola italiana subisce una deformazione, e la deformità è l’autoritratto di un Paese che dopo il "consumismo" non sa più guardarsi in faccia. Però, reso arduo dagli ostacoli sistematici, prosegue il dovere apostolico di ricercare la verità edocendo pueros, cioè mediante l’insegnamento. Bisognerà dunque studiare e leggere "nonostante la scuola" e cercare il vero malgrado il falso che viene insegnato.

Non tutti, per la verità, creano macerie o dormono sugli allori, in quest’ultimo quarto di secolo: infatti, molti hanno ben impressa l’immagine della prof "che ama il suo lavoro e lo fa amare" e di qualche compagno di banco che trova la sua strada nella vita malgrado la scolarizzazione obbligatoria. Per conoscere queste esperienze alternative, consiglio di leggere due libri, come esempi sostanziali di una scuola che rispetta famiglia, insegnante e alunno nella loro specifica natura: sono i testi di G. Camiciotti-E Riboldi Il sapore del sapere (Minchella.1998) e di Alberto Faccini L’attimo che resta Cronache di una scuola plausibile (Ares.1998).

Quanti edificano "attraverso la scuola" possono così riconoscere le isole della ricostruzione dentro l’arcipelago del caos educativo e formativo: altrimenti si finisce per credere alle dichiarazioni "non veritiere" dei comunicati stampa, come è avvenuto quando il ministro De Mauro ha parlato di un "33% di analfabeti in Italia". In realtà, si riferiva al tasso di litteracy (volgarmente, "letteratezza") della popolazione italica, che nel Belpaese è basso proprio perché è sintomo di una crisi di rigetto per quanto offre la letteratura ufficiale. Non si può pretendere che uno studente legga Moravia e la Morante, Calvino e Levi, poi gli "emergenti" Buzzi e Culicchia e infine si "ricrei" con la narrativa dissacrante del medioevista Umberto Eco. La Stampa può ben pubblicare il dato che il 46,2% dei giovani non ha letto nemmeno un libro nell’ultimo mese.

Insomma facciamo attenzione ai maestri e ai guru celebrati da giornali ed editori, perché i loro sentieri non portano alla vetta, non perseguono una meta, non consentono di tornare indietro Meglio affidarsi a più affidabili guide.

La lettura cresce con colui che legge 

La domanda veramente decisiva è quindi come leggere? e non perché leggere? La maniera in cui leggiamo rivela la nostra natura: i monaci medioevali leggevano ad maiorem Dei glonam e per nutrire lo spirito; copiavano come amanuensi il proprio libro, talvolta per lunghi anni, ne traevano alimento per lo spirito, senza curarsi del fatto di ultimare la propria opera. Leggere era per loro un atto di speranza, la pagina bianca su cui scriverà la mano della Prowidenza. Un millennio dopo, la scrittrice statunitense Flannery O’Connor nel 1950 annoterà che "chi è senza speranza, non solo non scrive romanzi ma - quel che più conta - non ne legge. Non ferma a lungo lo sguardo su nulla perché gliene manca il coraggio. E il romanzo è senz’altro un modo per fare esperienza".

Parafrasando le parole di san Gregono Magno, si può dire infine che "la lettura cresce con colui che legge". Infatti, il primo gesto costruttivo che suggerisco a tutti è di leggere ad alta voce- quando si incontra un bel brano, un passo di una poesia, una frase memorabile, perché non leggerla a voce a chi sta accanto? Questo metodo, in casa, con i bambini, crea in loro una facoltà dell’animo, l’orecchio attento all’armonia. Fiabe, racconti, leggende sono materiali appropriati. Senza temere che gli amici che ci fanno visita si sorprendano, come si meravigliò sant’Agostino nel vedere che sant’Ambrogio, nel suo studio, leggeva con gli occhi ma senza la voce.

Fare il contrario, leggere dando la nostra voce ai libri, è il primo passo verso una vera controriforma.

Bibliografia

G. Camiciotti - E. Riboldi, Il sapore del sapere, Maurizio Minchella editore, Milano 1998.
Alberto Faccini, L’attimo che resta. Cronache di una scuola plausibile, Ares, Milano 1998.

© Il Timone

 


 
   

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