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Eugenio Corti: la storia di un altro Novecento
 di Andrea Sciffo

"Chi ascolta una conferenza di Corti rischia di essere invaso dalla gratitudine, verso la vita, verso Dio, verso i propri genitori o verso questo scrittore brianteo dall’aria coraggiosa e serena. Nel panorama delle lettere, un caso più unico che raro".

[Da "Il Timone" n. 10, Novembre/Dicembre 2000]

Gli scrittori impegnati sono fuori moda: passati i postumi del ’68, il tramonto dei Moravia, dei Vittorini e dei Calvino è inesorabile e la letteratura italiana va verso la dolorosa prova dell’analfabetismo di ritorno. Tuttavia, se i giovani di dopodomani leggeranno ancora, scopriranno i libri di Eugenio Corti: avranno cioè oltrepassato il deserto dei falsi maestri e la filosofìa del "Dio, se c’è, non c’entra".

Le responsabilità del crollo culturale andrebbero suddivise tra numerosi complici: intellettuali, giornali, editori, artisti, docenti. Sarebbe un gioco al massacro, un passatempo per cattivi maestri, pronti a sfuggire al proprio compito di ricostruire il tessuto civile italiano ed europeo. Il deserto verrà, è già venuto, nella prosa brutale della televisione, nella fatuità di tanto cinema, nel danno dei libri vuoti e presuntuosi. Ci sono anche autori che dedicano la vita all’arte, alla riconciliazione, all’edificazione dei lettori: agiscono nell’ombra, perché la "repubblica delle lettere" li giudica troppo luminosi. Tra costoro, nell’operosità della sua casa di Besana Brianza (dove è nato nel 1921) Eugenio Corti vive una stagione di creatività: lavora a un romanzo storico su Catone e riceve visite di lettori, soprattutto giovani. Ospite del Meeting di Rimini, dove nell’agosto del 1999 è avvenuta una parziale messinscena della sua tragedia Processo e morte di Stalin, vanta migliala di lettori che gli scrivono per confortarlo: è uno scrittore ispirato da intelletto d’amore. Finalmente anche in Italia si riconosce il suo valore: il 27 ottobre scorso, Corti ha ricevuto il "Premio Internazionale Medaglia d’Oro al merito della Cultura Cattolica", assegnategli dalla Scuola di Cultura Cattolica di Bassano del Grappa, già tributato a studiosi del calibro di Del Noce, Ratzinger. Biffi, Messori, Giussani.

L’arte di narrare

All’uscita de Il cavallo rosso, nell’83, i critici parlarono di "romanzo epico e corale": le edizioni ARES di Cesare Cavalieri avevano pubblicato il manoscritto (milleduecento pagine che i grandi editori avrebbero sfrondato) in tempo per consegnarlo a Giovanni Paolo II in visita in Brianza. Si parlò di un nuovo Guerra e pace, de Il mulino del Po di Bacchelli o del film di Ermanno Olmi L’albero degli zoccoli. Straordinaria l’accoglienza dei lettori di ogni estrazione: dieci anni dopo, un sondaggio di "Avvenire" rivela che è Corti lo scrittore cattolico più amato. Il cavallo rosso, oggi alla tredicesima edizione, circola nel mondo tradotto in spagnolo, lituano, francese, rumeno e inglese: il suo autore condivide destino e magistero con il dissidente Aleksandr Solgeniçyn e indica nell’arte del romanzo una delle vie d’uscita dalla condizione del post-comumsmo. Già due generazioni di lettori si sono affezionate ai personaggi cortiani, nei ritratti che costituiscono dei veri capolavori: cento storie delle quali ognuno segue quella che più gli sta a cuore, sino alla fine. Ma per Corti la morte è morte cristiana cioè una porta aperta su altro. Ecco, è questo senso di una vita oltre la vita, questa percezione completa della promessa di Cristo nel cui regno "c’è tanto posto", a dare carne e sangue alla scrittura: le figure uscite dalla penna dell’autore restano impresse. Don Carlo Gnocchi, padre Gemelli, il comandante partigiano Marco (alias Alfredo di Dio), Mario Apollonio, John Burns, Nilde Jotti, Palmiro Togliatti, sino agli sconosciuti Pierello, Igino, Giulia e Gerardo (patriarca della famiglia Riva, autodidatta, rileggeva sempre il medesimo romanzo, I promessi sposi), alle dolci Colomba e Alma, all’indimenticabile Manno Riva: è la storia di una famiglia, e va dritta all’anima.

Processo e morte del comunismo

L’élite europea contemporanea, però, ha il cuore inaridito. Solgeniçyn disse, in occasione del Premio Templeton, che "il mondo è giunto oggi a un estremo: se lo si fosse rappresentato alle generazioni dei secoli precedenti, avrebbero sospirato unanimi "l’Apocalisse!". Ma noi ci siamo abituati". Aggiunse poi il punto finale della profezia: all’impatto dell’ideologia comunista è impossibile resistere con le semplici armi del liberalismo, cioè privi della dimensione morale e spirituale.

Corti vide il socialismo reale con i suoi occhi, da soldato, durante la campagna dell’inverno ’42-’43 con l’ARMIR; poi, reduce, lo studiò al punto da divenirne conoscitore-avversario: la vocazione di scrittore gli impose di combattere con l’arma dell’arte e della vita. Ne Il cavallo rosso le vicende di Michele Tintori (personaggio-controfigura dell’autore) dal gulag di Crinovàia alle elezioni del 18 aprile 1948 rappresentano la scelta di una politica cristiana contro la minaccia di "rivoluzione" preparata dal Fronte Popolare. Eppure, nella Repubblica Italiana nata dalla Resistenza, un anticomunismo filosoficamente fondato non fu possibile. L’impostazione dell’antifascismo impedì un serio confronto concettuale e mutilò il naturale sviluppo del Paese sulla base della risoluzione degli errori del passato. Le limitazioni imposte agli autori "non organici", cioè in lotta contro l’egemonia "gramsciana" furono drastiche: si veda il caso del filosofo Augusto Del Noce e del teologo Cornelio Fabro.

Uno scrittore tra bellezza e riconoscenza

Già nel toccante diario della ritirata di Russia I più non ritornano (1947), Corti, giovane ufficiale, era sembrato un promettente narratore. Da quell’esperienza terribile, la sua firma resterà per sempre riconoscibile, quella di un uomo che vive e scrive tra bellezza e gratitudine. Lo si nota in altri romanzi. Gli ultimi soldati del re (1951-1994), e nei "racconti per immagini". La terra dell’indio (’98) e L’isola del paradiso (’00), già pronti in forma di copione per essere portati sullo schermo. Anche l’opera teatrale Processo e morte di Stalin (1962) mostra la decomposizione necessaria dell’utopia comunista solo per aprire un varco nell’animo.

Nella crisi degli anni ’60 e ’70, i saggi sulla chiesa cattolica raccolti ne Il fumo nel tempio (’96) sono mattoni per le fondamenta di una pastorale che verrà, non modernista. Oggi leggere o rileggere Corti significa desiderare la ricostruzione della cultura cristiana. L’autore stesso descrive questo nostro comune compito di edificatori: "Più tardi, come già le sere precedenti, nella nostra casetta recitammo tutti insieme il rosario. Anche i pochissimi che erano stati increduli. E non per confusa paura: in quei giorni si sentiva il Soprannaturale così vicino al Naturale, che volerne negare l’esistenza sarebbe stato come voler negare l’esistenza di cose materiali e presenti: della neve fuori, oppure del fuoco che scoppiettava sordamente nella stufa, dandoci nostalgia di un po’ di pace, o di noi stessi".

Attenzione, dunque: chi ascolta una conferenza di Corti rischia di essere invaso dalla gratitudine, verso la vita, verso Dio, verso i propri genitori o verso questo scrittore brianteo dall’aria coraggiosa e serena. Nel panorama delle lettere, un caso più unico che raro.

© Il Timone

 


 
   

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