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Il grido silenzioso



 

La nuova iconoclastia dell’arte contemporanea
 di Alain Besançon, a colloquio con Lucetta Scaraffia

L’astrattismo ha fatto scomparire il volto di Dio dando spazio al nichilismo. Ma anche i credenti hanno delle colpe nella dimenticanza della tradizione figurativa.

[Da “Vita e Pensiero” n. 2, marzo-aprile 2004]

Alain Besançon è uno degli intellettuali francesi più attenti alla Chiesa cattolica e a quello che i francesi hanno preso a chiamare – forse per prendere le dovute distanze – “le fait réligieux”. Besançon non si preoccupa invece di prendere distanze, ma rivela senza problema la sua appassionata preoccupazione per il futuro del cristianesimo in Europa. Come si vede chiaramente in una sua recente raccolta di saggi su questo tema, intitolata “Trois tentations dans l’Eglise”. E di questi temi – le prospettive della religione e l’arte, soprattutto – ha accettato di parlare per “Vita e Pensiero”.

Nella sua bella casa nel cuore di Parigi, sulla “rive gauche”, fra antiche icone e bellissimi quadri di soggetto sacro, rivela subito che una delle sue prime preoccupazioni è senza dubbio la crescente ignoranza della tradizione cristiana da parte delle giovani generazioni:

“Si tratta veramente di un disastro di dimensioni drammatiche. Le cause possono essere fatte risalire alla decadenza della cultura cattolica e alla deriva umanitaria e sociale che ha preso il cattolicesimo negli ultimi decenni. Ai ragazzi si insegna, giustamente, a essere gentili, a non essere razzisti, a dimostrarsi sensibili ai problemi sociali, ma non la religione. E uno dei motivi principali di questa decadenza è la fine del metodo tradizionale d’insegnamento del catechismo, che una volta s’imparava a memoria. È vero, come molti hanno denunciato criticamente, che i ragazzi spesso imparavano senza capire, senza fare propri gli insegnamenti religiosi e morali, e nell’adolescenza tendevano a distaccarsene. Nonostante questo, restava nella loro mente un segno profondo, una memoria solida della tradizione religiosa. E quando, divenuti adulti, sentivano rinascere un interesse spirituale, avevano a disposizione questa memoria sedimentata alla quale tornare”.

“Oggi, l’esperienza religiosa vissuta da ragazzi – sottolinea Besançon – è solo di tipo sentimentale ed emotivo, viene dimenticata rapidamente e non c’è più nulla a cui tornare. La Chiesa non trasmette più una tradizione di storia sacra, e in questo senso sembra di assistere a un ritorno del marcionismo, l’antica eresia di Marcione che nel secondo secolo aveva rifiutato in blocco il giudaismo, e quindi anche le sue Scritture sacre, l’Antico Testamento dei cristiani. Ci si limita soltanto a una religione umanitaria e democratica, sempre più simile a quello che si sente continuamente ripetere in televisione”.

Uno dei segni più evidenti della crisi della cultura cristiana è senza dubbio la decadenza dell’arte sacra che – come sostiene Besançon in “L’image interdite”, un bellissimo e importante volume che è stato tradotto in molte lingue ma, stranamente, non in italiano – sembra aver fatta propria l’iconoclastia dell’ottavo secolo, condannata dal secondo concilio di Nicea nell’anno 787. In questo libro Besançon confronta i due momenti storici che segnano la sparizione del volto di Cristo – cioè il periodo iconoclasta, che durò fin verso la metà del nono secolo, e l’arte contemporanea – e fa rilevare, tra l’altro, che quando scompare il volto di Dio scompare anche quello dell’uomo e l’arte si vota a un astrattismo di matrice nichilista.

Lo studioso si è accorto di questa coincidenza anni fa, mentre teneva un seminario sulle avanguardie russe, e si è reso conto della somiglianza fra le parole degli artisti contemporanei che stava studiando in quel momento e quelle degli iconoclasti, e di conseguenza delle radici mistiche, esoteriche e gnostiche di queste forme di rappresentazione.

“È una catastrofe, come ben si può vedere nella collezione vaticana di arte religiosa contemporanea: gli artisti – dice Besançon – non sanno più rappresentare Cristo e la Vergine come i cristiani sanno che sono per fede. Si tolgono dalle chiese le opere dell’Ottocento, sincere e ortodosse, per riempirle di orrori moderni o, dal momento che non si è più capaci di rappresentare il sacro, di icone, che spesso sono false. In Francia questa tendenza è molto forte perché affonda le sue radici nella tradizione iconoclasta calvinista e giansenista”.

In particolare, Besançon critica la recente esperienza del vescovo di Poitiers, monsignor Albert Rouet – riferita in un libro, “L’Eglise et l’art d’avant garde. De la provocation au dialogue” – che è presidente dell’organizzazione cattolica Arts-Cultures-Foi:

“Per iniziare il clero della sua diocesi all’arte contemporanea, il vescovo Rouet ha portato una delegazione di preti a New York e ha fatto loro incontrare, come prima tappa, Andrés Serrano, artista conosciuto per una famosa fotografia dal titolo inequivocabile, Piss Christ, che faceva parte di una serie di lavori in cui l’artista immergeva nell’orina ogni tipo di oggetti, anche reliquie”.

L’arte di Serrano – che ha anche scattato una serie incredibile di foto di persone senza fissa dimora per mostrare tutta la miseria del mondo – negli Stati Uniti ha suscitato molte polemiche, ma sembra invece essere stata ben accolta dal gruppo di preti francesi.

“Essi infatti – spiega Besançon – condividono pienamente quella che è stata la concezione dell’artista da Schopenhauer in poi, per cui l’artista non copia, ma crea, fa vedere il piano nascosto del mondo, che l’uomo ordinario non è capace di vedere. Il mondo ‘vero’, quello a cui si accede attraverso lo sguardo dell’artista scelto, trasuda di orrore e di abominio. Il vescovo interpreta i quadri in termini sociali, come gli ha insegnato la cultura venata di marxismo che ha assorbito. Ma, in verità, con questo tipo di opere andiamo ben al di là della protesta sociale: i nostri artisti si sono installati in un nichilismo generalizzato, in un dolore coltivato con compiacimento che tocca tutto l’universo”.

Besançon menziona poi l’esempio di chiese contemporanee, come la cattedrale di Evry, dove quando si entra ci si domanda se si è in una chiesa o nella sede di una setta sconosciuta:

“Dietro a questi atteggiamenti c’è la grande paura di essere tagliati fuori dall’arte viva, e questo ha portato a un rifiuto progressivo della figuratività, che risveglia nella Chiesa antiche tendenze iconoclaste”.

Lo studioso francese è critico soprattutto verso l’arte concettuale, secondo la quale è l’artista a decretare cosa è arte e cosa non lo è, secondo la quale si può disegnare un orinatoio e chiamarlo fontana:

“Questa forma di arte può essere analizzata, da un certo punto di vista, come un passaggio all’artista del privilegio sacerdotale di operare la transustanziazione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo. Anche se si tratta di operazioni fatte in uno spirito di derisione e di sacrilegio, questo atto è una delle numerose vie contemporanee attraverso le quali il sacro diserta il prete e la chiesa e si sposta verso l’artista e verso il museo. È l’artista che fa diventare arte ciò che vuole, perché si attribuisce la capacità di vedere l’assoluto”.

Proprio per questo i fedeli non ritrovano l’arte nelle chiese o, per meglio dire, “trovano una religione diversa, contraria alla loro, una religione che si fonda su un odio radicale per la creazione. Si è passati dal vuoto, che significa l’incapacità dell’arte di rappresentare il divino, all’orrore, che è un’accusa a questo mondo, un odio a ciò che questo è, come quello degli antichi gnostici”.

Siamo molto lontani, quindi, da un’arte sacra la quale “insegni al fedele che la religione può dare origine a un equilibrio, a una pace, a una felicità e, nell’arte, a una celebrazione di ciò che esiste”.

Il rifiuto della religione, insieme con l’ideologia del politicamente corretto, ha portato gli europei, e i francesi in particolare, a non accorgersi, dice ancora Besançon, della crescita e del peso attuale del fenomeno musulmano:

“Chi ne parlava era accusato di essere razzista, di mancare di solidarietà con gli immigrati, e proprio per questo la presa di coscienza improvvisa della gravità del fenomeno ha portato a una decisione precipitosa e discutibile come quella di proibire il velo. In Francia l’islam sta per diventare la prima religione praticata. In Italia siete più chiari, perché, come per certi aspetti la Spagna, siete ancora un paese cattolico”.

Nelle parole dell’intellettuale traspare con chiarezza il suo amore per il cristianesimo – straziato da una trasmissione parziale e che lo sta mutilando – e per la creazione, alla cui armonia e bellezza è stata dedicata tutta la produzione artistica occidentale fino al Novecento.

Ed è proprio nell’abbandono di questa grande tradizione che Besançon vede anche le origini della debolezza che la nostra cultura occidentale sta mostrando verso l’islam degli immigrati. Debolezza che – come spesso accade – può anche prendere la forma dell’aggressività.

Alain Besançon è uno dei più importanti intellettuali francesi. Siede dal 1996 all’Académie, dove ha preso il posto del filosofo Jean Guitton. È autore di numerosi studi sui totalitarismi e sulla storia della cultura, poco tradotti in italiano: l’ultimo è “Novecento. Il secolo del male”, pubblicato nel 2000. Uno dei suoi volumi più noti, “L’image interdite”, riguarda la storia delle immagini, ma attende ancora un’edizione italiana.

 


 
   

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