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Il grido silenzioso



 

I cattolici hanno due anime ma certi laici ne vorrebbero una sola
 di Ernesto Galli della Loggia

[Da "Sette", inserto del "Corriere della sera", n. 5 (2004), rubrica "Passato e presente"]

Due notizie dal mondo cattolico all’apparenza non molto significative, ma che invece danno secondo me un’idea precisa non solo delle sue (ovvie) diversità, ma soprattutto di due suoi diversi modi di entrare in rapporto con la cultura laica. La prima notizia, che prendo dal quotidiano La Provincia di Como, riguarda la celebrazione del «Giorno della Memoria» organizzata in quella città dalle Acli e dalle Suore di San Paolo (le proprietarie delle ben note Librerie Paoline). Ebbene, per mantenere vivo il ricordo della Shoà non è stato ritenuto nulla di più adatto che la proiezione agli studenti del triennio delle superiori (circa 700) del film di Costa-Gavras Amen. Si tratta — come molti lettori certo ricorderanno — di quel film sulla cui locandina giganteggiava una grande croce cristiana che si tramutava in una croce uncinata: raffigurazione solo appena appena un po’ enfatica rispetto al contenuto della pellicola che, per l’appunto, consisteva in un attacco senza mezzi termini nei confronti di Pio XII definito insieme alle gerarchie cattoliche come un ipocrita oggettivamente complice della persecuzione antisemita scatenata dai nazisti. Che un film di tal genere abbia potuto essere scelto da organizzazioni cattoliche (perfino da un ordine religioso come le Paoline) mi pare che la dica lunga sulla spiccatissima capacità che la cultura laica (anche quella d’intonazione più radicale) ha mostrato negli ultimi decenni di egemonizzare quella cattolica: addirittura per ciò che riguarda l’ambito cruciale della sua stessa vicenda storica, consegnata, in questo come in tanti altri casi, a un’interpretazione che definire faziosa è dire poco.

Di segno contrario è invece la seconda notizia. Riguarda Vita e pensiero, l’antica rivista dell’Università Cattolica di Milano che esce da qualche numero in veste rinnovata, e la pagina culturale di Avvenire curate, non casualmente, dalla stessa persona, Roberto Righetto. Entrambe colpiscono per la spregiudicata apertura tematica e per una decisa volontà di ascoltare anche voci non appartenenti al proprio campo. Ma direi soprattutto per un’altra caratteristica: per la capacità di inserirsi in modo autonomo nel dibattito delle idee non mostrando altresì alcuna subalternità nei confronti della cultura cosiddetta laica e neppure dei punti di vista che vanno per la maggiore.

Sugli ultimi due numeri di Vita e pensiero si è sviluppato, per esempio, un dibattito a partire da un articolo della storica Anna Foa che, proprio a proposito della Shoà, poneva e si poneva alcune domande coraggiose sulle conseguenze negative che potrebbero scaturire dall’inevitabile ritualità che finisce per caratterizzare celebrazioni come quella della Giornata della Memoria. Servono davvero delle leggi che tutelino il ricordo dell’Olocausto punendo giudiziariamente coloro che lo negano? Serve davvero mandare le scolaresche ad Auschwitz al fine di educarle ai valori della democrazia? Davvero discutere l’unicità dell’Olocausto è il primo passo per banalizzarlo? Ecco alcune delle questioni per nulla scontate come si vede — diciamo pure spinose — sulle quali sono poi intervenuti Lerner, Strada e Stefani. Pressoché contemporaneamente sull’Avvenire è iniziata un’inchiesta che dura tuttora, a cura di Roberto Beretta, dal titolo «Il triangolo dei preti»: volta cioè a illustrare, nel solco della discussione aperta da Giampaolo Pansa con Il sangue dei vinti, la tragica sorte a cui andarono incontro nei giorni successivi al 25 aprile ‘45 non pochi sacerdoti e militanti cattolici nelle zone del Paese dove più forte e violenta fu l’azione dei partigiani comunisti all’indomani della Liberazione. Anche in questo caso, come si vede, un tema per così dire certo poco "conciliativo" ma scelto con l’evidente proposito di rivendicare il ricordo di una presenza, di una storia nella quale i cattolici si guadagnarono sul campo il titolo a rappresentare la nuova Italia democratica nemica di ogni ideologia totalitaria. In questo come nel caso di Vita e pensiero l’esatto contrario, insomma, di quella dismissione del proprio retaggio e di quella subalternità al «politicamente corretto» che invece sembra andare per la maggiore in quel di Como. Peccato che troppo spesso troppi osservatori cosiddetti laici - a cui pure dovrebbe stare a cuore sopra ogni altra cosa l’indipendenza e la spregiudicatezza del pensiero - quando guardano al mondo cattolico mostrino viceversa di avere più interesse per la conformità di quel mondo medesimo al loro proprio modo di pensare, alle loro proprie idee: lo vorrebbero cioè sempre obbediente e conformista. E quindi siano larghi di complimenti e di omaggio solo quando esso si mostra effettivamente tale.

 


 
   

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