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Il grido silenzioso



 

L’ultramoderno è arcaico?
 di Maurizio Blondet

[Da "Studi cattolici", anno XXXIX, n. 415, settembre 1995]

Assisto alla Messa domenicale in una chiesona nuova di periferia. Ha l’inevitabile aspetto di hangar. Alle pareti, pitture di storia sacra di ingenuità voluta, da illustrazioni per bambini, o da asilo-nido. C’è un neo-cattolicesimo che si rivolge soprattutto al bambini, rassegnato a perderli fin dall’adolescenza, e ha smarrito il linguaggio adulto. Per gli adulti, presso la sacrestia c’è una porticina: vi è scritto sopra «Centro d’Ascolto». Non so che cosa sia, ma fin dal nome suggerisce il sociologismo impotente di cui vuol tingersi oggi la piccola carità parrocchiale, ribattezzata «lotta alle emarginazioni».

Qui, subisco la consueta, ma mai sopita, mortificazione dei canti diciamo così postconciliari. Le chitarre elettriche, i motivetti sincopati («Allelujà—allelujà»), la voce di una ragazza solista che imita qualche cantante di Sanremo e modula la parola «amoor» in modo da far capire che. per lei, quella parola evoca sensualità. Eppure qualche giorno fa l’esperto musicale di «Avvenire», l’amico Massimo Bemardini, mi assicurava che è in corso un successo discografico della musica sacra nel mondo profano; che l’evento musicale dell’anno è la riscoperta dell’organo e del gregoriano.

È il noto ritardo culturale del «mondo cattolico». Ma mentre ascolto col cuore stretto le canzonette «nuove» e già così invecchiate, mi viene in mente che questo ritardo va interpretato in modo molto peggiore. Cerco di spiegarmi. Di sicuro, o preti e i buoni giovani che han buttato via secoli di tradizione musicale cristiana, e di latino, di cultura e bellezza per le canzonette e le frustrazioni infantili, non hanno avuto solo l’intenzione di adeguarsi al gusto della «gente», né solo di aggiornare il rito antiquato. Mi pare che abbia agito in essi un movente più profondo: quello di restituire il «vissuto cristiano» delle origini.

Una cultura approssimativa

La prima comunità cristiana, quella degli apostoli che avevano visto Gesù, non celebrava forse nella lingua di tutti i giorni? E certo il luogo della celebrazione, alle origini, assomigliava più all’omologo di un hangar che a una chiesa rinascimentale; e sulle pareti doveva esserci, se pur c’era, solo qualche rustica immagine improvvisata, non certo affreschi di Michelangelo. Così almeno si crede. Ecco dunque lo scopo segreto e semi-cosciente di certo «aggiornamento» liturgico: tradurre nello squallore contemporaneo la povertà delle origini per riviverla come si crede che fosse. Naturalmente, tutto ciò si basa su malinteso, dovuto a una cultura approssimativa: le lingue antiche, anche demotiche o «comuni» come il greco evangelico, conservavano — basta rileggere le parole che i Vangeli attribuiscono a Cristo — una solennità aspra e biblica, un’altezza espressiva del mistero e dell’invisibile, che la lingua televisiva di oggi non può veicolare: nessuna lingua odierna pesca nelle zone estreme del linguaggio da cui sono tratte frasi come «là dov’è pianto e stridor di denti» o espressioni come «sepolcri imbiancati» e «cosa fra te e me, Donna?». Solo una superficialità insuperabile e molto contemporanea, nutrita magari di film «storici», può credere che sia possibile all’uomo d’oggi rivivere soggettivamente il vissuto dei «primi cristiani».

Tuttavia, il tentativo è visibile: non a caso nella chiesina nuova il sacerdote dato l‘Eucaristia intingendo prima l’ostia nel vino, goffa riproduzione della comunione arcaica, sotto le due specie. Le forme del contemporaneo più volgare, nella chiesa neo-cattolica, stanno a rappresentare la velleità di recuperare l’origine, l‘arcaico appunto.

Ma questo — a ben pensarci — non è lo stigma della cultura che chiamiamo «contemporanea», e che nei nostri anni giunge alla fine? È Nietzsche che con piena consapevolezza riscopre l’Arcaico, e lo scaglia contro la Tradizione. Da tempo, prima di lui, l’uomo aspirava a liberarsi dalla Tradizione, l’esperienza del passato consegnataci (tradita) dagli avi che ci fa civili, e sentiva questo passato come peso morto. Come maschera della sua autenticità. Gl’illuministi favoleggiavano dello «stato di natura», della bontà e autenticità originaria dell’uomo senza tradizione. Senza troppo successo, Voltaire irrise la Tradizione (che per lui era tutt’uno con la religione cristiana in nome della Raison e des Lumières. Nietzsche, evoluzionista darwiniano, progressista, liberal radicale, scopre l’arma più efficace: Dioniso, l’età dorica. Il passato preistorico ed enigmatico, da interrogare nei suoi simboli silenziosi, per distruggere il passato storico su cui siamo cresciuti, la «cultura».

Egli compie il giro che l’Illuminismo lasciò incompleto: in lui l’arcaico è lo «stato di natura» privato dell’idillio fantastico, la barbarie (presunta) del presunto uomo-belva primigenio e, insieme, la «funzionalità» di una vita senza ornamenti. Dopo Nietzsche, il contemporaneo si sforza di coincidere il primitivo: l’uomo d’oggi si vuole «uomo nuovo», che vive il mondo come appena nato, come se non avesse passato né tradizione. Soprattutto, si suppone privo di necessità spirituali come l’uomo arcaico nicciano, la belva bionda e feroce, magari nella versione dell‘Operaio di Ernst Jünger, il solo essere capace di vivere tra le Tempeste d’Acciaio. Cerca il suo io non come «formazione storica», risultato di esperienze vissute e consegnategli, ma — da Freud in poi — come emergenza di impulsi vitali; la psicanalisi gli insegna a cercare la sua autenticità nella libido e nel subconscio, a valorizzare il suo pre-razionale, il fondo barbaro oscuro che sopravvive in noi viene assunto come il fondamento più «vero» dell‘io. E mentre l’individuo è invitato a sprofondare narcisisticamente in questa interiorità primitiva, che parla per simboli arcaici, i sistemi politici dell’età contemporanea hanno elevato simboli arcaicissimi — la Svastica — o primigeniamente informi — le Masse, il Proletariato — per proclamare che non è più il tempo delle individualità, che il futuro è del collettivo: della Razza o della Massa. Il nostro secolo ha visto rinascere le Sparte nuove e tecnologiche («nuove» perché primordiali e dunque senza passato), le società-alveari e formicai, in cui l’Io è annullato. L’Io, la coscienza del bene e del male, è del resto una costruzione della Tradizione; non esisteva davvero prima di Cristo. Non a caso le architetture dittatoriali mescolano il dorico all’egizio, al megalitico, al babilonese.

L’età contemporanea è tutta intrisa di questo sogno dell’arcaico, talora non riconoscibile proprio perché espresso nelle forme dell’«ultramoderno»: dalla rivalutazione picassiana dell’ante negra e tribale alle stilizzazioni dell’astrattismo, dal futurismo all’architettura funzionale (che suppone un uomo senza cielo, che vive nel «qui e ora» del suo corpo e del suo tempo senza riserve mentali); fino alla banalità dell’uomo-massa urbano che campa nella civiltà come se fosse la foresta primordiale, godendone i frutti senza sentirsi responsabile della loro coltivazione, della «cultura», e di quel che della civiltà consegnerà ai figli, la «tradizione».

Ambiguo ritorno alle origini

Non è stupefacente che la Chiesa sia stata infettata da questa temperie, con il solito ritardo e pochissima consapevolezza, come attardata seguace della contemporaneità. Dalla morte di Pio XII, credo, si fa vocale nel cattolicesimo un’urgenza, fatua eppure impellente, di recuperare «l’ebraicità» del Cristo che si presume cancellata da millenni di latinità: il «Kerigma», il «messaggio originario della prima comunità cristiana», che si suppone oscurato da venti secoli di commento e interpretazione: la «semplicità e povertà» della liturgia che si sente come falsata dal gregoriano, dal latino, dall’oro, dal sacro fasto. Gli innovatori vogliono tornare alle «origini», alla Chiesa-nomade e pellegrina, spogliata dal «trionfalismo» romano e imperiale; è a nome dell’arcaico che esaltano Gerusalemme contro Roma (come fa, ultimo epigono, Quinzio). Rifanno canti e pitture su misura dell’infanzia, simbolo dell’umanità «nuova» senza storia: chiedono all’architettura ultramoderna di costruire chiese quanto più simili a tende, o che perlomeno sembrino casuali e disadorni contenitori di folle profughe: negate le volte e le cupole, i tetti han da essere gittate piatte o lucernari; le pareti sian di cemento nudo, sicché la materia brutale abbia la meglio sulla forma; tutto ricordi l’architettura industriale, massimo punto di coincidenza fra l’Arcaico e il Funzionale. Il tutto ha un significato inequivocabile: gli innovatori ecclesiastici hanno scagliato la Rivelazione (originaria) contro la Tradizione. Nicciani senza saperlo.

Nemmeno si accorgono, temo, che l’epoca del contemporaneo come ritorno all’arcaico, che ha sparso stragi e rovine esterne e interiori, sta finendo. L’esaurimento delle ideologie totalitarie ne è il sintomo più vistoso. Il più soggettivo è la nausea che proviamo di fronte all’ennesima pittura «astratta» o «informale», o all’architettura razionale e funzionale. ancorché pittori e architetti continuino lo stanco modulo, incapaci di dare forma al «post-modemo» che a parole annunciano.

È stata proprio la penetrazione dell’arcaico a metterci sulla via della guarigione: esso ci appare ormai quello che è, un residuo archeologico di una cultura, sia pure perenta. L’uomo non è mai stato «selvaggio»: sappiamo che dalla notte dei tempi ha vissuto nella cultura, non nello «stato di natura». Fin da principio, l’ha ossessionato non la fame, la sopravvivenza o la volontà di potenza, ma la ricerca di significato, il sacro, il metafisico. La stilizzazione arcaica non fu mai rozzezza infantile, ma intenzione metafisica: la captazione di una essentia; i «primitivi» sapevano pure, a Lascaux, dipingere vivissime scene naturalistiche, quando volevano suscitare la simpatia magica. La conoscenza di popoli diversi ci ha reso impossibile ridurre gli uomini «primitivi», etnologici o tribali, a barbari: non è mai la vitalità nativa che li spinge, ma una cultura e una storia. Ogni convivenza umana — tranne la nostra «di massa» — è l’emergenza attuale di un passata consegnato. Cominciamo a indovinare che l’Arcaico privato della sua Tradizione è residuo da museo, enigmatico e morto. E che la Tradizione è il canale più fedele per farci attingere all’origine della nostra cultura, all’Arcaico vivente che essa conserva e tramanda. La mia speranza è che se ne accorga, un giorno, anche il mondo cattolico.

Le forme contemporanee che ci disgustano per la loro vacuità, artificialità, o arbitrarietà, indicano che cominciamo a sentire la mancanza della Tradizione: che cominciamo, forse, a guarire dall’accecamento di Nietzsche. Anche se, purtroppo, una Tradizione è viva come un albero, e una volta recisa non basta fame ricombaciare i tronconi. Non sappiamo nemmeno che cosa sia veramente. Ce ne può dare un’idea l’architettura cristiana pre-contemporanea, fino al barocco, linguaggio che resta presente nelle nostre città: quel linguaggio — come ogni lingua che l’uomo comprende — contiene una tradizione vivente di cui è erede.

Il segreto del barocco

L’architettura barocca è il contrarlo del purismo. dello spogliamento; essa contiene gli «elementi» dell’architettura greca ma non recuperati archeologicamente. come nel già cimiteriale neoclassico, bensì incorporati in una forma più evoluta, e l’esempio è Roma. L’elemento — la colonna, l’architrave — primario nella architettura ellenica che fu sempre particolaristica, diventa ornato del «legamento» che nell’architettura romana, da sempre universalistica, unifica e articola lo spazio. Un ornato vivo e muscolare; l’arcaico è qui, come ordine dorico, ma sottoposto allo ionico e al corinzio in tre piani, che simboleggiano la conquista del dominio sulle tre facoltà dell’uomo: l’istinto, la volontà, l’intelligenza. Ma entrate nel Pantheon, opera dell’architetto dilettante Adriano che nessun professionista moderno sa imitare, e scoprirete i, grandioso segreto de,l’architettura romana: che supera d’un balzo le fatiche della grammatica (l’elementare, le colonne, gli architravi, i pilastri) per mettere l’accento sulla «sintassi» costruttiva: gli elementi sono presenti e pure assorbiti ne!l’unità dello spazio serenamente dominato. L’architettura di Roma fu come la politica di Roma: il dominio dello spazio, articolato eppure mai sfuggente, tramutato in un «interno» (l‘arte greca non conobbe interni) arioso secondo norme precise, e sempre ricondotto al suo centro.

E l’arte cristiana accetterà questa consegna. Il cristianesimo non si farà una sua architettura dal nulla, non pretenderà di essere la fede di un uomo senza passato: anche in questo assumerà la Tradizione di Roma. Solo che, con la Chiesa, lo spazio architettonico di Roma diventa luce: le cupole da emisferiche si slanciano e si traforano; le pareti continue circolari, massicce, si arcuano in absidi, si aprono in finestre: le muraglie si sciolgono, e gli spazi perimetrali sono ora segnati senza peso dalle ombre; la forma si gonfia quasi una forma interna la spingesse armoniosamente. Il romanico, il Rinascimentale, il barocco, non faranno — con mezzi via via più sofisticati — che articolare questo linguaggio secondo il sentire del tempi, in forme infinite in cui sono però infinitamente riconoscibili la Grecia, Roma, la luce di Cristo apparsa in noi e nel mondo: il passato vive e giunge fino a noi, contemporaneo, nella sua interezza, proprio perché nessun elemento è stato rifiutato della lunga storia, nulla si è perso di quel che ê stato consegnato.

Questa è la Tradizione, ho pensato nella chiesona nuova, durante il rito squallido, tra i canti bambineschi. Nel mondo profano si vendono bene i compact-disc col canto gregoriano e la musica sacra: la gente ascolta volentieri in casa ciò che era nato per la Chiesa. Col consueto ritardo. Si può sperare che gli ecclesiastici copieranno anche questo, dal mondo profano. 

© Edizioni Ares, Milano

 


 
   

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