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Il grido silenzioso



 

Femminismo e cattolicesimo
 di Mario Palmaro

Nato contro il Magistero della Chiesa cattolica, il femminismo odierno ha abbandonato i toni battaglieri e gli slogan urlati. Ma non per questo è meno pericoloso. Vediamo perché.

[Da "Il Timone" n. 27, Settembre/Ottobre 2003]

Esiste un femminismo "buono"? E soprattutto: il femminismo è compatibile con il cattolicesimo? Fino a qualche tempo fa, le risposte a queste domande sarebbero state pressoché scontate: il femminismo nasce e si afferma contro il Magistero della Chiesa, colpendo al cuore la famiglia. Per come si è manifestato nella storia, nessuna convivenza è possibile tra la visione del mondo femminista e l’antropologia cristiana.

Il femminismo oggi

Tuttavia, negli ultimi decenni molte cose sono cambiate: da un alto, si è affermata nel dibattito teologico una propensione al "dialogo con il mondo", volto a ricercare aspetti positivi anche nei fenomeni deteriori. Perfino ideologie apertamente condannate dal Magistero, come il comunismo, sono state oggetto di questo tentativo di conciliazione, con i risultati che abbiamo visto: molti fratelli "partirono" cristiani e ritornano marxisti. Dall’altro lato, il femminismo ha modificato le sue strategie: ha quasi completamente messo da parte toni e linguaggi degli anni Settanta, anche perché ha vinto: tutte le "rivendicazioni della donna" sono parte integrante della nostra vita quotidiana e delle nostre leggi. C’è in questo cambiamento un’analogia con il progetto gramsciano di occupazione della società, che evita lo scontro aperto, e che predilige la trasformazione progressiva ma inesorabile dei modelli di comportamento e della mentalità dominante.

Contro le donne o contro il femminismo?

Grazie ad un abile uso dei mass media, le lobby femministe sono riuscite a diffondere nell’opinione pubblica una falsa identificazione tra femminismo e donna; con il risultato che oggi chi critica il pensiero femminista viene bollato come nemico delle donne. Si tratta di un tipico "scacco matto" della ragione, simile alla retorica dell’antifascismo, che atrofizza la discussione vera e sostituisce la verità con i luoghi comuni. Per cui molti uomini pensano nel segreto della loro coscienza ogni male del femminismo, ma preferiscono tacere per non apparire degli anacronistici nemici delle donne. Un sacerdote, ad esempio, può pensare che sia meglio "digerire" il femminismo piuttosto che rischiare di perdere il contributo prezioso di preghiere, di lavoro e di idee che le donne assicurano alla parrocchia. Ignorando che, spesso, le prime a diffidare del femmiriismo sono proprio le donne, soprattutto le donne semplici che fanno da silenziosa colonna portante della Chiesa. In questo contesto è stata autorevolmente proposta l’idea che esista un "nuovo femminismo" - addirittura alcuni parlano di femminismo cristiano - che abbandoni molti dei contenuti del femminismo storico, insistendo sulla promozione della dignità della donna. Si tratta di un’operazione realmente possibile?

I capisaldi del pensiero femminista

Sarà bene riassumere quali sono alcuni elementi caratteristici del pensiero femminista: natura ideologica: il femminismo è un’ideologia, nasce dall’elaborazione di pochi teorici che a tavolino decidono di ridefinire la posizione della donna nella società. Così come i giacobini o i filosofi marxisti, che capovolsero il mondo secondo un modello teorico. La Chiesa da sempre insegna di diffidare degli "ismi", perché essi - come le eresie - offrono una lettura parziale della realtà.

a. Una forma di individualismo: il femminismo vuole che la donna si collochi al centro del mondo, che si preoccupi esclusivamente della propria "realizzazione" cui dovrà essere sacrificato tutto ciò che un tempo costituiva cura primaria della donna.

b. Omologazione dei sessi: il femminismo muove dall’idea che l’unica diversità tra uomo e donna sia quella genitale; ogni altra differenza è frutto di sovrastrutture culturali che dovranno al più presto essere superate.

c. Distruzione del concetto di ruolo: se uomo e donna sono la stessa cosa, significa che possono svolgere le medesime mansioni ed essere del tutto interscambiabili fra loro. Non ci sono più atteggiamenti paterni e materni in senso proprio, attitudini o sentimenti maschili e femminili. E, dunque, non ci sono più ruoli riconducibili a una vocazione legata alla propria identità sessuale. Chi si meraviglia della (assurda) pretesa di ammettere le donne al sacerdozio, dimostra di non cogliere la perfetta coerenza tra questa istanza e la lettura femminista della realtà.

d. Relativismo: dunque, la natura non esiste; esistono solo le culture, ognuna delle quali esprime una morale del tutto relativa. Non esiste un punto di riferimento oggettivo che può giudicare una certa azione umana. La donna è libera quando finalmente scopre di essere lei metro e giudizio di tutte le cose.

e. Una rincorsa verso il peggio: il femminismo alimenta uno spirito di rivalsa e di competizione nei confronti dell’uomo, che viene visto come un nemico. Tuttavia, esso assume implicitamente gli aspetti deteriori del maschio come modelli da inseguire: se in passato solo l’uomo si permetteva certi difetti, parità significa che anche la donna può finalmente fare le stesse cose sbagliate, in una mortificante rincorsa verso il peggio.

I frutti del pensiero femminista

A partire dagli anni Settanta le società occidentali hanno subito una trasformazione nelle leggi e nei costumi, che ha nel femminismo una delle sue cause principali. L’albero va giudicato dai suoi frutti, e quelli del femminismo sono senza dubbio avvelenati.

a. Parità di potere: la parità predicata dal femminismo riguarda non la dignità — che la Chiesa ha sempre insegnato — ma il potere: nasce da uno schema marxiano che vuole dare alta donna la stessa forza del maschio oppressore.

b. Crisi del ruolo della donna di casa: il femminismo ha svolto un ruolo determinante — per altro funzionale alla società dei consumi - per strappare la donna dal suo ruolo di moglie e di madre. Oggi, dedicarsi a questa vocazione significa imboccare una strada controcorrente, che non gode più di un riconoscimento morale da parte della società. La casalinga è, nell’immaginario collettivo, definibile come "colei che non lavora".

c. Legalizzazione del divorzio: date le premesse appena descritte, l’unità familiare diventa una chimera irraggiungibile. La famiglia è la sommatoria di tanti singoli, secondo un modello individualista esposto ai capricci di ognuno dei coniugi.

d. Legalizzazione dell’aborto procurato: il femminismo ha da sempre rivendicato questo abominevole delitto come simbolo del potere della donna sui figli e sul coniuge.

e. Crisi del ruolo del padre: il femminismo ha travolto ta figura paterna, svuotandola di contenuto e di autorità. Il disagio giovanile è spesso il sintomo più evidente di questa "morte del padre".

Un femminismo dal volto umano?

Come ha scritto il cardinale Giacomo Biffi qualche anno fa, l’immagine della donna proposta dalla società contemporanea sembra essere la negazione programmatica della Vergine Maria. Sofisticata e disperata, la donna femminista appare davvero lontana dal modello della Donna che sbrigava le faccende nella piccola casa di Nazareth. I modelli individualisti — applicati tanto all’uomo che alla donna — sono incompatibili con l’esempio della Madre di Gesù. Alla luce delle considerazioni fatte, si può concludere che inseguire un "nuovo femminismo" è operazione piuttosto pericolosa. Assomiglia molto alla speranza di costruire un comunismo dal volto umano, che è rimasta un’utopia irrealizzabile. Perché delle due l’una: o il femminismo, pur se riveduto e corretto, non rinnega le sue radici; e allora rimane incompatibile con l’antropologia cristiana. Oppure, questo nuovo femminismo abbandona radici e frutti perversi, e si concentra sulla promozione della femminilità vera; e allora cessa di essere un vero femminismo. In tal caso, sarebbe molto meglio evitare di usare questa parola, che tante sciagure evoca alla memoria, e sostituirla con qualche altro termine, che designi il recupero di una nuova sensibilità tutta cristiana per la dignità della donna. Forse, tra gli intellettuali che animano questo giornale e tra i numerosi lettori del Timone qualcuno potrà proporre un termine nuovo per indicare una realtà ben diversa dal femminismo che conosciamo.

Ricorda

"La Chiesa ringrazia per tutte le manifestazioni del "genio" femminile apparse nel corso della storia, in mezzo a tutti i popoli e Nazioni; nngrazia per tutti i carismi che lo Spirito Santo elargisce alle donne nella storia del Popolo di Dio, per tutte le vittorie che essa deve alla loro fede, speranza e carità; ringrazia per tutti i frutti dl santità femminile". (Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, n. 31).

Bibliografia

Libro del Siracide, Antico Testamento.
Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 2 febbraio 1994.
Romano Guardini, Persona e Libertà, Morcelliaria, Brescia 1987.
Ugo Borghello, Liberare l’amore, Ares, Milano 1997.

© Il Timone

 


 
   

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