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Il grido silenzioso



 

Difendere la pace con le armi è moralmente lecito
 di Vincenzo Sansonetti

Il cardinale Ruini ai funerali dei nostri soldati: Fronteggeremo i terroristi assassini». Così, chi si era gettato a capofitto in un comodo e sterile pacifismo utopista ha cominciato a ricredersi. Scoprendo che si può dare la vita per un ideale.

[Da "Il Timone" n. 29, gennaio 2004]

Che sorpresa. Due mesi dopo la strage di Nassiriya sono sempre più sbiadite le bandiere arcobaleno

«I vostri soldati combattono per la causa americana, voi italiani siete forze occupanti. L’Italia è ad alto rischio. Non state combattendo per la causa giusta». Queste le inquietanti parole pronunciate dall’imam Omar Bakri, rappresentante di Al Qaeda in Europa, negli studi di “Porta a Porta”, pochi giorni dopo il sacrificio del nostri militari caduti in Iraq. Per conto di Bin Laden, l’oscuro burattinaio del terrorismo mondiale, il barbuto imam Bakri, in collegamento da Londra, ha in pratica consegnato una farneticante dichiarazione di guerra al nostro Paese, casa per casa. «Vi avviso — ha minacciato — gli islamici hanno colto vittoria dopo vittoria. Abbiamo visto quello che è successo a Riad, alla Mecca, nelle sinagoghe in Turchia, con le forze italiane in Iraq... Vi state mettendo nei guai».

Ebbene, di fronte a questi precisi avvertimenti di stampo mafioso, due sono le possibili reazioni: convincersi che e opportuno che il nostro contingente militare (tutto formato da volontari) resti in Iraq, onorando cosi la “grande e nobile missione” di pace votata dal Parlamento, e non abbassare la guardia sulle misure di sicurezza in Italia: oppure mobilitarsi affinché i nostri militari tornino a casa, fino al punto di scendere in piazza in difesa della cosiddetta “resistenza irachena”.

La prima posizione e leale, realistica. solidale, frutto di coraggio, gradita al popolo iracheno e moralmente lecita; la seconda posizione appare come vile, utopica, non rispetta gli impegni di solidarietà internazionale, non richiede particolare coraggio, non è gradita alla maggioranza del popolo iracheno e non è moralmente lecita, se fa mancare le condizioni di sicurezza che ci siamo impegnati a garantire. Non è una novità che esistano questi due differenti punti di vista sulla presenza del nostri carabinieri e soldati in Iraq. La nostra è che un numero crescente di cattolici, che fino a ieri sventolavano con entusiasmo e sconsideratezza i vessilli arcobaleno della pace, ora si ritrovi, dopo i tragici fatti di Nassiriya, con un atteggiamento meno sterile, più costruttivo, e soprattutto pronto a interrogarsi su una verità diventata scomoda perché non politically correct: si può difendere la pace con le armi. Proprio nell’omelia pronunciata durante il rito funebre in onore delle vittime, Ruini, vicario del Papa come vescovo di Roma e presidente della Cei, aveva sottolineato che i «nostri caduti... hanno accettato di rischiare la vita per servire la nostra Nazione e per portare nel mondo la pace». Poi l’affondo, a proposito dei “terroristi assassini”: «Non fuggiremo davanti a loro, anzi, li fronteggeremo con tutto il coraggio, l’energia e la determinazione di cui siamo capaci». Con una precisazione: «Non li odieremo». Anzi. «Non ci stancheremo di sforzarci di far loro capire che tutto l’impegno dell’Italia, compreso il suo coinvolgimento militare, è orientato a salvaguardare e a promuovere una convivenza umana in cui ci siano spazio e dignità per ogni popolo, cultura e religione».

E che altro sono andati a fare i nostri militari laggiù, in una terra finalmente affrancata dalla feroce dittatura di Saddam Hussein (ben 360 le fosse comuni scoperte, con i resti di decine di migliaia di oppositori al regime), se non a proteggere la popolazione civile, togliere le mine anti-uomo, istruire la polizia locale, garantire i soccorsi, insomma realizzare davvero, nel concreto, con fatica e gravi rischi, una pace autentica? Pace che e sempre sinonimo di disponibilità al sacrificio personale, soccorso di popoli sofferenti, carità, mai odio. Quell’odio che invece spesso caratterizza tante chiassose manifestazioni pacifiste, tutto sommato un comodo alibi, per chi vi partecipa, per evitare di pagane in prima persona il prezzo della pace.

Ha osservato Antonio Socci: «C’era un grande equivoco nell’unanimità pacifista dei mesi scorsi: adesso si è dolorosamente chiarito che i cattolici non stanno dalla parte delle ‘anime belle’, ma dalla parte di chi faticosamente rischia e si compromette per costruire». Cosi, ‘la tragedia di Nassiriya ci ha fatto scoprire che chi sta veramente dalla parte della pace magari porta Ia divisa e il mitra sulle spalle. E non ha addosso la bandiera arcobaleno, ma il tricolore”. Giudizio confermato dal nunzio apostolico a Bagdad, l’arcivescovo Fernando Filoni. Parlando anche a nome di tutti i vescovi dell’Iraq (latini, ma anche caldei, armeni, sire cattolici), l’”ambasciatore” del Papa nella martoriata terra dell’antica Babilonia ha riconosciuto che «il modo con cui agiscono i soldati italiani ha tanto di umano, come se inaugurassero un nuovo stile di essere presenti in Iraq. Mostrano che non esiste solo la guerra e che la pace è costruzione di convivenza civile». È vero. La gente semplice di Nassiriya, ancor più dopo il feroce attentato, ha cominciato ad amare i nostri carabinieri e i nostri soldati.

Monsignor Rino Fisichella, rettore dell’Università Lateranense, è pienamente convinto della necessità di sporcarsi le mani: «In Iraq per rispetto di chi ha dato la vita, per rispetto di chi la rischia, per rispetto della pace, l’impegno è necessario. Non si può stare alla finestra, bisogna stare in mezzo, essere coinvolti nel processo di pace». Quello che abbiamo imparato dai militari italiani caduti in terra irachena durante il compimento del loro dovere, è che è ancora possibile dare la vita per un ideale. Senza dimenticare, come ci ha ricordato Ruini al termine della sua omelia, che non si deve cessare di chiedere a Dio, «con umile fiducia, di rinsaldare nei nostri animi la convinzione e la certezza che il bene è più forte del male e che anche nel nostro mondo, segnato dal peccato, e possibile, con il suo aiuto, costruire condizioni di libertà, di giustizia e di pace».

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“Coloro poi che al servizio della patria esercitano la loro professione nelle file dell’esercito, si considerino anch’essi come servitori della sicurezza e della libertà dei lori popoli; se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono anch’essi veramente alla stabilità della pace”. (Concilio Vaticano II, Costituzione Gaudium et Spes, n. 79).

© Il Timone

 


 
   

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