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Il grido silenzioso



 

La pace in divisa
 di Antonio Socci

[Da "Il Giornale", 18 Novembre 2003]

L’orgoglio umile e commosso di essere italiani. La Patria (che vuol dire, etimologicamente: terra dei padri). Il Tricolore. Per la prima volta dopo 60 anni questo senso di appartenenza nazionale, addolorato e autentico (non arrogante o retorico), che si raccoglie sotto i simboli della Nazione e dello Stato, torna fra noi senza far scattare lo stupido sospetto di "fascismo" com’è stato per 60 anni. Anche perché è un sentimento che accomuna davvero, visibilmente tutta la nazione (perfino Veltroni, fiutando scaltramente l’aria, ha invitato i romani a esporre il Tricolore). E’ una svolta, una rivoluzione culturale. Era stato un tabù dell’Italia repubblicana, egemonizzata dall’ideologismo anti-italiano delle Sinistre.

Certo, ci sono ancora – e numerose - le frange ideologizzate del vecchio, così lontane e avverse ai sentimenti della nazione italiana. Si sono esibite, per esempio, in un episodio rivelatore, sabato scorso. Pare infatti che, in una provincia del Nord, un gruppo di animalisti cosiddetti "estremi" - che stavano concludendo l’assedio a un allevamento – abbia preso a urlare contro i carabinieri lì presenti per garantire l’ordine pubblico. Stando alle notizie di agenzia si sono sentiti slogan come "Viva viva Nassiriya" e poi "10, 100, 1000 Nassirija" e altre cose terribili. Oltre agli slogan sono partite anche sassate e un giovane carabiniere (di leva, ventenne) è stato portato all’ospedale per una contusione allo sterno.

Sarebbe molto istruttivo portare questi signori in tv, davanti a milioni di persone, per farli parlare con i familiari dei carabinieri e dei soldati massacrati a Nassirja. Sentire in nome di quale fulgido ideale hanno compiuto una simile, "eroica" impresa. Perché – questa è la cosa triste - con tutta probabilità si tratta di persone animate dal sacro fuoco dell’ideale, gente che arde per la difesa delle bestiole sofferenti, gente convinta di lottare per il Bene, di essere il Bene stesso e – di conseguenza – di essere avversata dal Male.

E’ dal 1968 che certi gruppi settari e fanatizzati, variamente evolutisi, ritengono di essere "la meglio gioventù". Invece – duole dirlo – sono la peggiore. La meglio gioventù di questo paese sta altrove. La si coglie piuttosto nel lavoro umile e faticoso dei giovani carabinieri contro cui hanno inveito gli "animalisti" e di quelli impegnati nelle tante missioni di pace a rischio della vita. Insieme ai volontari che corrono gli stessi rischi per soccorrere le popolazioni e garantire loro una pace vera.

Davanti a loro impallidisce e sprofonda un po’ anche la presunzione di nobiltà ideale della nostra tendenza pacifista. Andare per strada a sventolare la bandiera arcobaleno, la bandiera della pace, come si è fatto per mesi, è gratificante, ma è troppo facile e narcisistico. Tutti eravamo per la Pace e ci sentivamo, per ciò stesso, dalla parte del Bene. Non costava assolutamente nulla e ci faceva sentire incontaminati. Nessuno rischiava alcunché. Anche se c’erano in Iraq centinaia di migliaia di desaparecidos, di torturati e un numero enorme di fosse comuni, a noi bastava dirci "per la pace" per infischiarcene. E nessun dubbio, nessuno scrupolo di coscienza veniva ad agitare i nostri sonni. Appendere un panno colorato alla finestra era sufficiente per sentirsi Puri e per disprezzare i guerrafondai "amerikani". Eravamo gli indignati speciali.

Non dovevamo far la fatica di capire la dura complessità della realtà. Per noi l’alternativa era secca e banale: di qua il Bene e di là il Male. Invece l’alternativa era fra due mali e si doveva scegliere con sofferenza quale fosse il male minore. Dunque c’era da assumersi comunque delle responsabilità e da sentire il peso delle proprie scelte.

Solo ciò che costa, ciò che ci costringe a rischiare, è vero. Si doveva avvertire il dolore del compromettersi, la fatica del capire, il riconoscimento del possibile errore: solo sentendo di assumersi – in entrambi i casi - una drammatica responsabilità si poteva dirsi veramente contrari all’intervento e si poteva riconoscere che anche gli altri potevano avere delle ragioni. Solo a quel prezzo si era per la pace. Non a cuor leggero, non da anime belle. Non nascondendosi dietro un’ipocrita ingenuità, dietro un’idea semplicistica del mondo che ci faceva sentire immacolati. Insomma non sbandierando il vessillo arcobaleno senza rischiare nulla.

Ecco, la tragedia di Nassirja ci ha fatto scoprire che chi sta veramente dalla parte della Pace magari porta la divisa del soldato e il mitra sulle spalle. E non ha addosso la bandiera arcobaleno, ma un tricolore stampato su una divisa militare. Questi uomini sono andati laggiù, su mandato del Parlamento italiano, per sminare, per proteggere la popolazione civile, per istruire una polizia locale, per garantire i soccorsi, insomma per realizzare con fatica e grandi rischi personali la Pace in un paese lontano.

I giornali hanno notato che su questi poveri martiri, coraggiosi e generosi, e sulle loro famiglie si è stesa, materna e amorevole, la pietà e il conforto della Chiesa che celebra questi figli come i veri operatori di pace delle Beatitudini evangeliche. Mentre denuncia il terrorismo come enorme minaccia alla Pace. Parole solenni del Papa e – anche ieri - del cardinal Ruini.

Diventa così evidente a tutti, anche a chi non voleva vedere, l’abissale differenza fra la parola "Pace" pronunciata dal Papa e dalla Chiesa e quella urlata – talora con odio ideologico – nelle piazze. Per la Chiesa la Pace non è una clava per criminalizzare gli altri, ma è questa disponibilità al sacrificio personale, è questo soccorso di popoli sofferenti, è carità, non odio. C’era un grande equivoco nell’unanimità pacifista dei mesi scorsi: adesso si è dolorosamente chiarito che i cattolici non stanno dalla parte delle "anime belle", ma dalla parte di chi faticosamente rischia e si compromette per costruire.

Sentimento religioso e sentimento nazionale diventano tutt’uno. Adesso bisogna ritrovare la nostra memoria civile collettiva perché finora non è stata una memoria della nazione italiana, ma spesso un memorandum di parte, ideologicamente orientato.

Centinaia di film, canzoni, libri e mitologie – per dire – sui funesti eventi del Sessantotto e sulla retorica pacifista del "mettete dei fiori nei vostri cannoni", ma provate a cercare una sola traccia dei fatti di Kindu. Nessuno ricorda più quei giovani italiani in divisa massacrati mentre erano in missione di pace per conto dell’Onu. Eppure erano loro "la meglio gioventù".

Era l’11 novembre del 1961. Tredici avieri italiani, messi a disposizione delle Nazioni Unite dal governo di Roma, trasportarono a Kindu, in Congo, viveri e aiuti necessari alla missione di assistenza alla popolazione civile. Furono però aggrediti da soldati congolesi, che avevano appena conquistato l’indipendenza dal Belgio. I soldati italiani furono torturati, linciati in modo orrendo e smembrati e si parlò anche di cannibalismo.

Un massacro osceno da cui il mito immacolato dei guerriglieri in lotta contro l’imperialismo e il colonialismo usciva moralmente a pezzi. Sarà per questo che lo si è dimenticato? Sarà perché ciò che riguarda le forze armate italiane e il nostro onore nazionale è stato considerato, stupidamente, per decenni, in odore di "fascismo"?

Per ricostruire la nostra memoria nazionale bisogna ricordare, anche con segni e simboli visibili, i nostri soldati caduti in tanti angoli del pianeta come coraggiosi operatori di pace. Oggi ne sentiamo tutti il bisogno. Finalmente. Oggi è un giorno solenne nella nostra storia.

© Il Giornale

 


 
   

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