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Il grido silenzioso



 

La Chiesa pacificatrice e la guerra dell’Occidente
 Il pacifismo, il diritto internazionale, la voce del papa e un po' di enfasi di troppo. Cinque cattolici discutono.

[Da "il Foglio", 26 Marzo 2003]

Parsi: "La Chiesa è contraria al tentativo di risistemare l’ordine internazionale basato sulla forza. Lo era nel 1991, lo è adesso"
Gaspari: "La Chiesa non ha affatto un pensiero debole, invece tra i pacifisti c’è banalità di risposte e antiamericanismo"
Frangi: "Mi colpisce la presa che la posizione del Papa ottiene. Parla come il vecchio parroco del mondo, per questo è compreso"
Marazziti: "Il Papa incarna una consapevolezza drammatica nel XX secolo che parte dalla ‘inutile strage’ di Benedetto XV"
Fazzini: "Si è capito il ruolo di ‘pontifex’ del Papa, nel momento del tracollo dell’Onu e dello sgretolamento dell’Europa"


Milano/Roma. La Chiesa e la guerra. Sotto il grande titolo generale una molteplicità di aspetti si sommano, si mescolano, si fronteggiano. Come molteplici e non sempre in sintonia sono le voci e le esperienze del mondo cattolico che, pur dentro una certa unità di vedute – il giudizio sulla guerra in Iraq è sostanzialmente critico – esprimono sensibilità diverse. Il Foglio ha messo a confronto alcune di queste sensibilità, pur senza la pretesa di incasellare i propri interlocutori su posizioni predefinite. A ragionare di Chiesa e guerra ci sono il professor Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano. Giuseppe Frangi, direttore del settimanale del non profit Vita. Gerolamo Fazzini, condirettore del mensile del Pime, Mondo e Missione. Da Roma, Mario Marazziti della Comunità di Sant’Egidio e Antonio Gaspari, direttore di Greenwatch online e collaboratore dell’agenzia cattolica internettiana Zenit. Il punto di partenza non può che essere la posizione decisamente contraria al conflitto del Vaticano, espressa in questi giorni dal Papa con toni anche emotivamente inediti.

Mario Marazziti – Credo che Giovanni Paolo II incarni la crescita di consapevolezza della Chiesa circa la pace lungo tutto il ventesimo secolo. Una consapevolezza drammatica che va dalla "inutile strage" di Benedetto XV al "tutto è perduto con la guerra, nulla è perduto con la pace" di Pio XII, alla Pacem in Terris di Giovanni XXIII. Con Giovanni Paolo II poi la consapevolezza dell’orrore della guerra diventa anche memoria e coscienza personale. Insomma qui c’è il punto di sintesi di una lunga riflessione. Per questo il no alla guerra della Santa Sede mi sembra parta non solo dal principio morale, ma anche da una posizione di realismo. Oggi il Papa offre al mondo un grido doloroso, denuncia che in ogni caso questa guerra rischia di lasciare un mondo peggiore di quello che ha trovato. Certo, c’è anche la consapevolezza che l’Iraq è uno dei paesi dove i diritti umani sono stati più violati, e dove anche i cristiani hanno sofferto privazioni. Però di fronte ai costi iniziali del conflitto, la spaccatura dell’Onu, la rottura fra gli europei, nel Vaticano si rafforza l’impressione che non tutte le strade alternative siano state tentate.

Giuseppe Frangi – Sottolineo un aspetto indicato da Marazziti: il giudizio della Chiesa non parte da un apriori morale sulla guerra, ma da una valutazione degli elementi in gioco che conducono a considerarla un fattore di grande pericolo. Questo la rende tanto incisiva. Secondo punto. La cosa che più mi ha colpito – lo dico dal punto di vista di un osservatorio come il nostro, in cui la componente cattolica è forte ma non esclusiva – è la popolarità e la presa che la semplicità della posizione del Papa ha ottenuto su persone o gruppi che mai si sarebbero sognati di incrociare il cammino della Chiesa nella loro storia personale. E’ un fattore che mi piace sottolineare perché, in tanti anni, non avevo mai visto una tale attenzione alle posizioni della Chiesa. Il Papa ha fatto breccia in nome del suo realismo, parla come il vecchio parroco del mondo, in modo assolutamente comprensibile a tutti, con trasparenza.

Vittorio Parsi – Mi sposto su un diverso terreno. Nel 1991 Giovanni Paolo II fu contrario a una guerra approvata dall’Onu, perfettamente legittima dal punto di vista formale internazionale. Oggi è contrario a una guerra decisamente più controversa rispetto al problema della legittimità, e comunque non combattuta sotto la bandiera dell’Onu. Dunque il Papa reagisce in modo identico a due guerre profondamente diverse. In più, la posizione del Vaticano non è stata mai così netta, nella storia degli ultimi conflitti. Io trovo in ciò una grandissima coerenza di analisi politica. Il Papa nel ’91 era contrario a un ridisegno dello scacchiere politico internazionale che passasse fondamentalmente attraverso l’uso della forza militare. Al di là del fatto che in punto di diritto l’intervento fosse in aiuto del Kuwait e dunque legittimo, la sostanza politica era questo tentativo americano – allora decisamente ottimista, mentre ora i toni sono più allarmati – di risistemazione di un’area geopolitica attraverso l’uso delle armi. Oggi il punto è lo stesso: al di là della prevenzione del terrorismo, che non è poi così centrale, questa guerra mira a rimettere ordine nell’area, sempre principalmente con lo strumento delle armi. E a questo il Papa è ancora, coerentemente, contrario. Un’altra cosa importante è l’irritazione del Papa. Perché è così irritato? Secondo me perché non è convinto che si siano tentate tutte le strade per evitare il conflitto. E’ un fatto molto umano e molto politico. Penso inoltre che l’attivismo così poco felpato della diplomazia vaticana abbia anche la volontà di dimostrare concretamente e in modo plateale al mondo musulmano che quella che in corso è una guerra della politica e non uno scontro tra civiltà, o una guerra tra religioni.

Fazzini – Se la domanda è per quale motivo la Chiesa sia così esposta, la risposta è duplice. La prima è che la Santa Sede si è trovata, suo malgrado, a essere l’unico referente internazionale credibile nel momento del tracollo delle Nazioni Unite e dell’inconsistenza dell’Europa. Raramente nella storia recente, lo dico da un punto di vista politico e non morale, si è capito il ruolo di "pontifex" del Papa. I suoi ambasciatori sono andati a destra e a manca, lui ha ricevuto Blair e Tareq Aziz. Tutto questo senza rinunciare all’equilibrio: non ha scomunicato Bush, non ha giustificato né incoraggiato Saddam. In secondo luogo, c’è l’attenzione al rapporto col mondo islamico, in relazione alla situazione delle Chiese cristiane ma non solo. Dopo l’11 settembre c’è stata una recrudescenza del fondamentalismo islamico che va molto al di là, come dimensioni e capillarità, degli attentati che assurgono agli onori della cronaca occidentale. Ma la Chiesa ha capillari sensori in tutti i continenti, segnatamente in Asia e Africa. E anche se i media occidentali non sono sensibili a queste notizie, va detto che negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli interventi dei vescovi asiatici e africani tesi a spiegare che la guerra con l’Iraq non è una guerra di religione. Interventi con due scopi: scongiurare la guerra e proteggere le comunità dai rischi di maggiori violenze. Tutto questo non è presente nelle posizioni della Chiesa, così come l’impressione che non tutto sia stato fatto per scongiurare la guerra.

Antonio Gaspari – Sono ovviamente d’accordo con la sottolineatura del senso complessivo delle posizioni del Santo Padre, della legittimità dei suoi dubbi sulla guerra e anche sull’ascolto pubblico che sembrano avere trovato. Ma vorrei andare un po’ contro corrente, essere un po’ critico: mi sembra che tutto questo rischi di essere solo una grande enfatizzazione, una grande ipoteca retorica posta sulla posizione del Papa da parte di un mondo che invece, solitamente, non è poi così attento a ciò che la Chiesa dice. Innanzitutto, è vero che nel 1991 la situazione era diversa, ma allora Giovanni Paolo II espresse una posizione altrettanto netta e non trovò la stessa disponibilità d’ascolto, fu sostanzialmente isolato. Dirò di più, per esemplificare che cosa intendo quando sostengo che oggi c’è una enfatizzazione in buona parte retorica, o strumentale, delle posizioni della Chiesa: nel 1994, prima della conferenza dell’Onu al Cairo sulla popolazione, il Papa inviò una lettera a tutti i delegati e a tutti i capi di governo a proposito delle problematiche di stretta attinenza etica della conferenza, ma fu sostanzialmente ignorato. E il suo messaggio passò sotto silenzio non solo presso le opinioni pubbliche ma anche in gran parte del mondo cattolico, che preferì far finta di nulla. Questo per dire che sicuramente è legittima e forte la posizione del Papa, ma condividerne le radici profonde è faccenda diversa.

Marazziti – Quella di Gaspari è un’annotazione paradossale ma vera. Però io direi che va anche osservata la drammatica non-presa che la posizione del Papa ha avuto sui politici cristiani. E anche questo è un fatto nuovo. Parsi – Prendo spunto dagli accenni fatti circa l’eccesso di enfasi. L’urgenza con cui ci si è infilati nella guerra ha fatto sì che tutti gli sforzi di riflessione si concentrassero su come evitarla. Tanto che alla fine si sono fatte apparire come "pacifiste" posizioni che tali non sono, penso alla Francia, o che comunque sono più articolate. Questo ha impedito di lavorare per definire strategie alternative.

Frangi – C’è stata poca elaborazione, ma è anche vero che la strategia della guerra è stata molto invasiva, anche a livello mediatico…

Parsi – Perfettamente d’accordo. Ma spesso in questi mesi si sono contrapposti nel dibattito il diritto e la forza, come fossero due realtà che non hanno nulla in comune. Invece non dobbiamo avere paura, anche come cattolici, di entrare nel dibattito. Prendere atto del fatto che il sistema delle Nazioni Unite, una certa visione della legalità internazionale, era già comunque in crisi, guerra o non guerra. Sarebbe crollato lo stesso. E che l’amministrazione Bush alla ridefinizione dei rapporti tra forza e diritto ha già iniziato a lavorare. Su questo che dobbiamo riflettere, per capire quale possa essere oggi il senso dell’affermazione che la guerra è l’ultimo strumento. Per poter affermare che la guerra deve essere progressivamente espulsa dalle relazioni internazionali bisogna poterla sostituire con altri strumenti efficaci.

Marazziti – Nella posizione della Chiesa rimane però il dubbio radicale, se non assoluto, sull’uso della guerra come strumento di soluzione dei conflitti. Inoltre rimane anche la valutazione di opportunità, e qui entra la preoccupazione di non alimentare guerre di religione. In Vaticano, per quanto riguarda la soluzione dei conflitti ma anche sul problema di arginare l’Islam radicale, prevale una visione più realistica. Credo che il superamento dell’Islam radicale avverrà con un suo scioglimento e recupero nell’Islam moderato, non solo con la coercizione politica o militare. La preoccupazione per lo scontro di civiltà è in questo momento superiore, nella Chiesa, rispetto ad altre preoccupazioni.

Frangi – Per quel che riguarda il mondo cattolico e il movimento per la pace vorrei sottolineare che a mio avviso negli ultimi due anni – e direi, malgrado l’esito disastroso, dal G8 di Genova – è iniziata a emergere una componente anche sociologicamente interessante, un amalgama sociale nuovo. Che cos’è? E’ un sentire diverso, persone della più varia provenienza che chiedono semplicemente un modello di sviluppo diverso, che non implichi più quella quantità di ingiustizia, o di doppio binario di sviluppo, che c’è nel mondo attuale. Questa attitudine sociale e politica, che sembrava ghettizzata a sinistra, ha trovato un volano nella posizione dei cattolici. Oggi è evidentissimo nel movimento per la pace, che non ha più nulla a che vedere col pacifismo "a uso politico" di vent’anni fa, e neanche e col gandhismo, o col pacifismo. Questi al massimo sono elementi presenti come residuali. La posizione dominante è di chi sa che si devono risolvere dei problemi, ma vuole farlo senza arrivare al conflitto. Questo è un fatto inedito, e non si spiegherebbe diversamente l’ascolto delle posizioni della Chiesa se non nell’ambito di questo realismo che è naturalmente pacifico, moderato.

Fazzini – Vero, a patto che non si confonda la ricerca di pacificazione con una vocazione al quieto vivere, all’indifferenza morale. Che pure c’è, e l’accusa è stata anche mossa a coloro che sfilano per la pace, ma se fosse dominante sarebbe triste. Il problema è però come incanalare questa forza ideale, e qui entra in gioco la politica alta. Lo sbaglio a Genova, per riprendere Frangi, fu proprio dire "Voi G8, noi 6 miliardi". E’ il rischio dell’antipolitca che va evitato. Bisogna invece iniziare a ragionare in termini di strumenti possibili di una politica di pace, uscire da una logica dei valori assoluti ma inutili. La pace per i cattolici è un valore assoluto solo se si cercano soluzioni di problemi.

Gaspari – Io non sarei così entusiasta. Ho già detto che non sono convinto del tipo di ascolto che il Papa ottiene tra i pacifisti. Ma ci sono altri due elementi su cui riflettere. Il primo è una evidente debolezza del pensiero. Pace sì, ma poi? Se provi a interrogare qualcuno di questi giovani che manifestano ottieni risposte banali, quando non vacue o fuorvianti, dettate dal pregiudizio. Inoltre vedo un imbarbarimento. Nessuno nota che certi giudizi, ad esempio sull’America o ancor di più l’atteggiamento radicalmente anti israeliano, sono gli stessi presenti nei movimenti della destra estrema. Da dove nasce questa confusione? Invece la posizione della Chiesa non è affatto un pensiero debole, ho l’impressione che ci sia una grande differenza di percezione. Infine, la pace non è un valore in sé. Togliamo un attimo di mezzo gli americani: lasciare in mano l’Afghanistan ai talebani e l’Iraq a Saddam, è un progresso della pace?

Parsi – Secondo me questo movimento per la pace è, paradossalmente, un po’ come la guerra: è talmente forte e irruento che ottenebra la capacità di ragionamento. Impedisce di ragionare in positivo della pace. C’è molto antiamericanismo, c’è sottovalutazione del fatto che l’Europa può permettersi certi suoi atteggiamenti perché è fuori dall’area di conflitto e non è decisiva, c’è molta "borghesia compradora", opponiamoci alla guerra perché blocca i nostri affari. E c’è un livello di scontro almeno verbale in crescendo. Differentemente dall’esempio del Papa, che tanto più è netto nelle sue posizioni, tanto più non ha avuto una parola di accusa, per le posizioni degli altri, di tutti gli altri. Credo che la preoccupazione vera, anche nel mondo cattolico, debba essere l’antipolitica.

Il Foglio – C’è un sospetto che aleggia, più o meno vago, sulla Chiesa, quello di non essere fino in fondo "leale" con l’Occidente, né abbastanza ferma nel difendersi dall’Islam.

Marazziti – La Chiesa è parte dell’Occidente, è alle sue radici, ma non è infeudata all’Occidente. Lavora sempre e spesso con un contributo importante alla soluzione pacifica dei conflitti, e questo è anche parte della cultura dell’Occidente. Ma va detto che, se per cinquant’anni abbiamo assistito al fatto che il pacifismo del secondo Dopoguerra ha indicato il ricorso alle armi come totalmente negativo, oggi la guerra è invece tornata a essere un elemento di dibattito. C’è una svolta epocale, la guerra si è imposta di nuovo nell’agenda mondiale.

Gaspari – La Chiesa ha assolutamente una posizione forte e chiara, non equivocabile. Piuttosto l’equivoco è ancora una volta in un certo pacifismo che elegge la Francia a propria bandiera, dimentichiamo ad esempio che proprio la Francia vuole tenere Dio fuori dalla Costituzione europea. In questi giorni sto leggendo un’opera di Vladimir Solov’ev scritta cent’anni fa, la "Leggenda dell’Anticristo", che è un’analisi ancora attualissima della debolezza del cristianesimo.

Fazzini – La Chiesa non ha alcun problema di lealtà occidentale, e che chi conosce il suo lavoro lo sa. Casomai il problema è tenere desta l’attenzione al dialogo con l’altro mondo. Ciò non toglie che la Chiesa sia attenta anche al rischio di prendere scorciatoie, abbia dubbi sul fatto che basti cambiare un governo o un regime. Paradossalmente, la linea di dialogo della Chiesa ha prodotto qualche piccolo esito di dialogo anche con l’Islam, e questo va a favore di tutto l’Occidente.

Frangi – Nessuna slealtà. Anzi, la Chiesa ha fatto suo uno dei migliori patrimoni dell’Occidente, la tolleranza. Per questo oggi può parlare di dialogo e di difesa della sua civiltà senza prevaricare. Ma, nei confronti dell’Occidente, oggi è anche l’ultima valvola di salvezza per chi non ha diritti né voce. In questo fedele a se stessa, dentro una nuova situazione. E’ un fattore straordinario di civiltà.

© Il Foglio

 


 
   

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