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Il grido silenzioso



 

Bollettino di guerra. Le bombe carta dei pacifisti teologi
 di Sandro Magister

Enzo Bianchi e Bruno Forte scrivono editoriali di fuoco contro la guerra. Ma soprattutto contro i cristiani che ragionano diversamente da loro.

[Da http://www.chiesa.espressonline.it del 31 marzo 2003]

ROMA – Da quando è scoppiata la guerra in Iraq, la Chiesa non tace. Ha parlato il papa. Hanno parlato, tra i molti cattolici, due teologi di grande rilievo: Bruno Forte e il priore del monastero di Bose, Enzo Bianchi [...]. Ecco come.

IL PAPA

Il suo primo argomentato intervento dopo l’inizio del conflitto Giovanni Paolo II l’ha fatto rivolgendosi ai cappellani militari di tutto il mondo, il 25 marzo:

«[...] Dovrebbe ormai essere chiaro a tutti che la guerra come strumento di risoluzione delle contese fra gli Stati è stata ripudiata, prima ancora che dalla Carta delle Nazioni Unite, dalla coscienza di gran parte dell’umanità, fatta salva la liceità della difesa contro un aggressore. Il vasto movimento contemporaneo a favore della pace - la quale, secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano II, non si riduce a una ‘semplice assenza della guerra’ (Gaudium et Spes, 78) - traduce questa convinzione di uomini di ogni continente e di ogni cultura.

«In tale quadro, lo sforzo delle diverse religioni per sostenere la ricerca della pace è motivo di conforto e di speranza. Nella nostra prospettiva di fede, la pace, pur frutto di accordi politici e intese fra individui e popoli, è dono di Dio, che va invocato insistentemente con la preghiera e la penitenza. Senza la conversione del cuore non c’è pace! Alla pace non si arriva se non attraverso l’amore!

«A tutti viene ora chiesto l’impegno di lavorare e pregare affinché le guerre scompaiano dall’orizzonte dell’umanità [...]».

Queste le parole testuali del papa, del tutto coerenti con quelle da lui pronunciate prima dell’inizio del conflitto. Forte contrarietà alla guerra in Iraq, ma nessuna condanna morale di chi la guerra l’ha decisa e l’appoggia. No al pacifismo acritico.

I media però hanno dato ancor più rilievo, negli stessi giorni, a un’altra dichiarazione vaticana, attribuendola al papa ma in realtà pronunciata il 18 marzo dal capo della sala stampa della Santa Sede, Joaquín Navarro-Valls. Eccola per intero:

«Chi decide che sono esauriti tutti i mezzi pacifici che il Diritto Internazionale mette a disposizione, si assume una grave responsabilità di fronte a Dio, alla sua coscienza e alla storia».

Quasi universalmente, queste parole sono state interpretate come una condanna morale da parte del papa – senza scampo, da giorno del giudizio – dei governanti entrati in guerra.

Pochi giorni dopo, però, il 27 marzo, l’autorevole cardinale Roberto Tucci ne ha dato una interpretazione del tutto diversa ai microfoni di 105 Live, il canale in diretta della Radio Vaticana. Tucci, gesuita, ha organizzato per vent’anni i viaggi di Giovanni Paolo II nel mondo. E si è detto del tutto contrario a questa guerra. Ecco le sue paroli testuali:

«Il papa non poteva vietare ai governi di decidere liberamente. Si è sforzato di illuminare le coscienze dei politici. Ha cercato di illuminare con una corretta e cristiana valutazione le assunzioni di responsabilità per chi doveva decidere. [...] Vorrei sperare che tutto quello che il papa e i vescovi cattolici hanno detto rimanga nel cuore di ciascuno, che questo patrimonio di riflessione sulla pace non vada disperso». 

> Un lavoro utile
Editoriale del cardinale Roberto Tucci

ENZO BIANCHI

Ebbene, proprio l’indomani di questo intervento del cardinale Tucci, Enzo Bianchi ha pubblicato sul quotidiano “La Stampa” una nota che è tornata a ribadire l’interpretazione apocalittica della sentenza di Navarro-Valls: data come se annunciasse il «giudizio di Dio», il «momento supremo e ultimo», e il «manifestarsi di tutta l’empietà di chi ha invocato Dio in proprio favore calpestando in nome suo il vangelo» (allusione, quest’ultima, al presidente George W. Bush).

Bianchi è figura di primo piano della Chiesa in Italia e nel mondo. È fondatore e priore del monastero di Bose. È teologo famoso. È predicatore conteso. È scrittore prolifico. È ecumenista attivissimo. È amico di innumerevoli vescovi, pastori e metropoliti, cattolici, ortodossi, protestanti e anglicani. Per una parte importante del cattolicesimo progressista italiano ha preso il posto di un altro grande leader spirituale del passato, anche lui monaco, Giuseppe Dossetti.

Nella sua nota su “La Stampa” del 28 marzo, dopo aver riassunto il messaggio di pace di Giovanni Paolo II, Bianchi passa in rassegna quelli che in campo cristiano farebbero resistenza all’insegnamento papale.

E su tutti cala la sua condanna morale, con una violenza che contrasta con la sua conclamata professione di pacifista. Non fa i nomi dei condannati, tranne in un caso, ma di ciascuno fornisce un ritratto caricaturale.

Essi sono – scrive – quelli che «avevano ritenuto che la chiesa si fosse ormai rappacificata con il potere del libero mercato e omologata all’ideologia occidentale», e oggi «si sentono frustrati e delusi».

Sono coloro che «ogni giorno intervengono nei mass media o per criticare il papa, nel quale vedrebbero prevalere la dimensione di opinion leader del pacifismo rispetto a quella pastorale e spirituale del suo ministero, o per fornire distinguo e interpretazioni riduttive al suo magistero: il papa non è pacifista, il papa contrasta ma non condanna questa guerra contro l’Iraq, il papa si distanzia dal pacifismo di vasti settori del mondo cattolico…».

Sono gli «ambienti cattolici pronti a spacciare per ‘teologi’ dei prezzolati affabulatori di corte – che sognano il cristianesimo come religione civile del nuovo impero». Chiara allusione al teologo e politologo americano Michael Novak.

È il presidente degli Stati Uniti, che Bianchi appaia a Hitler e Saddam Hussein, e la cui condanna egli ammanta dell’autorità del papa e di altri capi di Chiesa:

«È un atteggiamento – quello del papa, condiviso dalle massime autorità delle diverse chiese cristiane, d’oriente e d’occidente – che ha tolto ogni credibilità alla ostentata fede cristiana di George W. Bush, un uomo che fa sapere di iniziare ogni riunione politica con la preghiera, che invoca Dio contro il Male impersonato oggi da Saddam, che recita quotidianamente i salmi invocando l’aiuto di Dio per la propria azione militare, in una logica che speravamo di non dover più rivedere dopo il ‘Gott mit Uns’ nazista. [...] Il vescovo Melvin Talbert, appartenente alla stessa chiesa di Bush, lo ha sconfessato ribadendo che egli ‘non segue né il vangelo né l’insegnamento della chiesa di cui è membro, ma un’ideologia che non appartiene al cristianesimo’. Di fronte alle affermazioni di Bush, tristemente parallele a quelle di Saddam nel definire questa guerra come combattuta nel Nome di Dio, come uno scontro tra il Bene e il Male, il cardinal Ratzinger ha reagito definendole ‘bestemmie’».
Per finire, Bianchi condanna anche «un docente dell’Università Cattolica», che accusa di «irridere alla forza del diritto, paragonandola alla panna montata e contrapponendola alla forza che sarebbe la torta al cioccolato». Non ne fa il nome, ma il condannato è Vittorio Emanuele Parsi, professore di relazioni internazionali ed editorialista del quotidiano della conferenza episcopale italiana, “Avvenire”.

A Parsi, Bianchi contrappone il ministro degli esteri della Santa Sede, Jean Louis Tauran, secondo il quale è invece doveroso «far prevalere la forza del diritto sul diritto della forza». E in effetti Parsi è critico di questa formula. Ma non nel modo che Bianchi gli attribuisce. All’opposto, proponendo di «riconciliare forza e diritto». Ecco un passaggio chiave dell’editoriale di Parsi su “Avvenire” del 20 marzo:

«Nelle ultime settimane abbiamo assistito alla contrapposizione del ‘diritto della forza’ alla ‘forza del diritto’. Queste due visioni della politica mondiale, ambedue riduttive e - in modo diverso - semplicistiche, sono state brandite come fossero randelli, con nessuna cura che, dai loro colpi, il tessuto istituzionale della comunità mondiale venisse ridotto in briciole. Alle soluzioni per rimediare a questa sconfitta, per riconciliare forza e diritto, entrambi valori necessari per un ordine internazionale insieme giusto e sicuro, bisogna iniziare a pensare già da ora, mentre tremiamo. Sarebbe infatti una tragica beffa se l’eclissi di un tiranno che per decenni si è preso gioco della legalità, si trasformasse nella sua ultima, postuma rivalsa».

Il link al testo integrale della nota di Bianchi su “La Stampa” del 28 marzo, riprodotta nel sito del monastero di Bose:

> Il papa e la guerra: non nel Nome di Dio
di Enzo Bianchi

BRUNO FORTE

Invece l’articolo integralmente riportato qui sotto è uscito il 20 marzo, a guerra da poco iniziata, sulla prima pagina di “Il Mattino”, il principale quotidiano di Napoli.

L’autore, Bruno Forte, è il teologo italiano più famoso in Italia e nel mondo, autore di numerosi libri tradotti in molte lingue. Non solo. È stimato in Vaticano e nella conferenza episcopale italiana. Ha collaborato alla stesura di documenti importanti, tra i quali il testo esplicativo dei “mea culpa” papali pubblicato nel 2000 dalla congregazione per la dottrina della fede. Ed è stato ripetutamente in corsa per essere fatto vescovo di diocesi importanti.

Questo suo editoriale è una folgorante sintesi della ‘vulgata’ pacifista diffusa in larga parte del cattolicesimo intellettuale, italiano e non solo: 

Senza giustificazioni

di Bruno Forte

La barbarie ha vinto: con la stessa logica con la quale il governo Sharon reagisce all’efferatezza criminale del terrorismo palestinese con azioni militari che hanno tutti i caratteri di un terrorismo di stato, l’amministrazione Bush colpisce il tiranno Saddam con l’atrocità di una guerra, che non solo non ha alcuna giustificazione etica, ma ferisce profondamente l’ordine internazionale e isola paurosamente dal mondo civile l’America e i suoi sostenitori nella folle avventura bellica. Addolora particolarmente gli Italiani il fatto che il nostro paese sia stato annoverato fra questi ultimi dal governo degli Stati Uniti, senza che sia giunta purtroppo alcuna smentita. Su tre piani almeno questa guerra - qualunque ne sarà lo sviluppo - appare devastante.

In primo luogo, essa segna il fallimento dell’Onu: il ‘gendarme del mondo’ ha dimostrato di non curarsi affatto delle procedure che le Nazioni Unite hanno stabilito per garantire l’umanità dalla piaga dei conflitti armati, offrendo al ‘villaggio globale’ l’immagine desolante del trionfo della legge della forza sulla forza della legge. Qualunque cosa accada, l’autorità e la credibilità del consesso delle Nazioni è gravemente intaccata.

Gli equilibri faticosamente raggiunti, conquistati a prezzo delle grandi tragedie del Novecento, a cominciare dalle guerre mondiali e dai genocidi, sono stati spazzati via dalla sordità dell’amministrazione Bush a ogni argomento contrario alla sua guerra per il petrolio, mascherata dietro l’esistenza non provata di armi di distruzione di massa che sarebbero in mano al raìs e dietro l’asserzione - parimenti non provata - di connivenze fra Saddam Hussein e Bin Laden nell’azione del terrorismo internazionale. Mettere in crisi l’autorevolezza dell’unico organismo cui i popoli della terra potevano guardare come a possibile salvaguardia dei diritti dei deboli è un crimine dalle conseguenze gravissime e non calcolabili fino in fondo. È per questo che perfino Bush senior si era espresso con severità contro l’ipotesi di un attacco senza l’avallo dell’Onu.

In secondo luogo, la guerra segna la fine dell’Occidente o almeno la più grave crisi che la solidarietà atlantica abbia conosciuto dalla fine della seconda guerra mondiale: l’inedito scacchiere delle alleanze insinua un cuneo drammatico fra la grande Mittel-Europa, rappresentata da Francia e Germania, e gli Usa da una parte, ma anche fra di essa e paesi come la Gran Bretagna, la Spagna e l’Italia dall’altra. Decenni di europeismo sono così gravemente incrinati: e la solidarietà fra i paesi occidentali - nata dai comuni valori e dalle grandi speranze della lotta antitotalitaria contro nazismo e comunismo - è compromessa in maniera non facilmente riparabile. L’azione degli ispettori Onu - che stava cominciando a dare frutti significativi - è stata spezzata brutalmente: dare tempo ad essa avrebbe potuto far maturare soluzioni giuste e pacifiche per tutti, anche se non avrebbe assicurato all’America assetata di petrolio le risorse di cui - in caso di vittoria - potrà disporre a suo piacimento, calpestando ogni diritto internazionale.

Lo scenario che ne risulta è drammatico: da una parte c’è il blocco dei ‘guerrafondai’, dall’altra c’è chi - pur condannando fermamente Saddam e il suo regime - ha scommesso sul diritto internazionale e sulla ricerca di vie pacifiche e tutt’altro che deboli per il superamento del conflitto. In nome del suo patrimonio di valori, l’Europa non potrebbe stare che da una parte, quella a difesa dei diritto e della dignità della persona umana, specialmente dei più deboli, i tanti innocenti che pagheranno con la vita la politica di morte della guerra: il mito di un’America paladina delle libertà crolla sotto i colpi del suo attuale presidente. Il solco etico che si apre fra le sponde dell’Atlantico - e purtroppo anche fra le rive della Manica - potrebbe diventare insanabile.

La terza e forse più devastante conseguenza di questa guerra è nelle coscienze: essa mostra il trionfo dell’arroganza, la brutalità della legge del taglione assunta a misura dei rapporti fra i popoli, la risposta alla barbarie di un regime sanguinario con la barbarie dell’uso massiccio delle armi di distruzione di massa a spese di un intero popolo. Con quale coraggio l’amministrazione americana potrà combattere all’interno degli Stati Uniti la violenza già così estesa? E chi potrà convincere i cittadini del mondo che l’onestà, il rispetto dei diritti di tutti, la difesa dei deboli siano valori da perseguire? Corrado Alvaro scriveva che “la tentazione più sottile che possa impadronirsi di una società è quella di pensare che vivere rettamente sia inutile”. Bush e i suoi alleati stanno facendo di tutto per far cadere il mondo in questa tentazione. L’odio antioccidentale e antiamericano aumenterà dappertutto con conseguenze realmente imprevedibili.

Su questo fronte, a tutti è chiesto di aiutare il bene a non morire nelle coscienze. I credenti, in particolare, dovranno sentirsi chiamati ad aiutare Dio a restar vivo nei cuori di tutti, vittime e assassini, deboli e forti, vincitori e vinti. Perciò ha pienamente ragione il papa quando si appella al giudizio divino, delle coscienze e della storia nei confronti di chi di questa guerra priva di ogni giustificazione etica e giuridica si è reso responsabile.


[...]

 


 
   

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