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Il grido silenzioso



 

La pace
 Colloquio di Emanuela Ghini col card. Giacomo Biffi

[Da "Ripartire dalla verità: un dialogo possibile", ed. Leonardo, Milano 1997]

E.G.: La pace è dono di Dio all’uomo in Gesù Cristo, ma il comando di Gesù di non opporsi al malvagio (Mt 5,39) non va inteso alla lettera. Il cristiano è chiamato a sopportare personalmente l’ingiustizia, ma non può subire passivamente l’ingiustizia inflitta agli altri. Il tolstoismo, identificando il Vangelo con l’obbligo della non resistenza al male, può giungere a tollerare la criminalità. Ma Tolstoj ha interpretato il Vangelo moralisticamente e, prescindendo dalla divinità di Cristo e dalla redenzione l’ha privato di senso. Il tolstoismo non può divenire criterio di pensiero e di vita per un cristiano. Egli si oppone e resiste al male, combatte l’errore e la menzogna ovunque si trovino.

Perseguire la pace non significa arrendersi alla violenza. La società deve combatterla, deve avere un esercito capace difenderla da usurpazioni e prepotenze. La vita militare non è immorale in sé. L’universale e irrinunciabile condanna della guerra — sempre distruttiva, ma oggi di inimmaginabili tragiche conseguenze planetarie per il possibile nefasto uso dell’energia atomica —, non toglie al cristiano il dovere di difendersi dal male. I modi saranno possibilmente pacifici, più educativi che repressivi, ma può darsi il caso di aggressioni e prepotenze a cui non si può reagire con una tolleranza che sacrifica i più deboli e incapaci di difendersi. La violenza può essere necessaria, come quando si deve salvare chi sta per suicidarsi, o quando bisogna immobilizzare un pazzo che dà escandescenze. In questa linea, il servizio militare, conseguenza della deplorevole realtà della prepotenza umana, non è un male in sé. Ma lo Stato, con l’imposizione a tutti del servizio militare, non rispetta la dignità umana. Dovrebbe prevedere, per chi per libera scelta lo rifiuta, l’esercizio di compiti diversi, sempre di pubblica utilità.

Per ora questa struttura alternativa manca. Sopperisce così l’obiezione di coscienza, che però «costringe a mettere in campo una realtà intima e personale come la coscienza». L’obiezione di coscienza al servizio militare, propria di chi assume un atteggiamento profetico degno di rispetto e gratitudine, non deve essere tale contro il servizio militare in sé, ma contro "l’attuale ottusità dello Stato in questa materia". Nel Nuovo Testamento la pace è intesa come dono di Dio all’uomo mediante Gesù Cristo. Dono totalizzante, che muove dai livello interiore della persona e deve estendersi a quello sociale e Politico (Mt 10,34). Dove pure è presente la guerra, connaturale alla condizione umana. Il cristiano è chiamato a perseguire la pace, a divenire operatore di pace (Mt 5,9). Ma la pace si coniuga con la giustizia, non può disattendere il rispetto della giustizia sociale.

Vorremmo avere chiara la differenza tra pace e pacifismo, tra le esigenze evangeliche in ordine alla pace e l’ideologia del tolstoismo.


G.B.: Nel Discorso delta montagna Gesù, proponendo le norme di comportamento per l’uomo «nuovo» che vive secondo il suo messaggio, dice tra l’altro: «Io vi dico di non opporvi al malvagio» (Mt 5,39); frase che in italiano si potrebbe anche rendere legittimamente così: «Io vi dico di non far resistenza alla malvagità». I due termini «fede» (cioè visione cristiana delle cose) e «resistenza» (cioè attiva non rassegnazione all’ingiustizia) alla luce di questa espressione sembrerebbero incompatibili.

Va detto però che l’esegesi comune e, più ancora, la stessa costante azione della Chiesa cattolica nella sua lunga storia convengono nel persuaderci che le regole del Discorso della montagna (circa l’altra guancia e circa il mantello e la tunica) sono evidentemente destinate a spegnere nel cuore dei singoli ogni sentimento di vendetta e di rivalsa verso il cattivo che lede i diritti altrui e a proporre l’ideale ascetico persona mitezza e della rinuncia; ma non si offrono affatto come fonti ispiratrici del comportamento sociale del cristiano.

É come la questione del pane. Quando si tratta di fame, Gesù risponde con l’astinenza: «Non di solo pane vive l’uomo»; ma quando si tratta della fame degli altri, risponde con l’intervento fattivo e moltiplica i pani. Perché, notava già Berdjaev, la questione del pane per me è una questione materiale, ma la questione del pane dei miei fratelli è per me una questione spirituale. Analogamente, per il proposito ascetico io sopporterò, se ne sarò capace, l’ingiustizia perpetra verso di me come individuo, ma non sono autorizzato a considerare un valore evangelico la mia rassegnazione all’ingiustizia inflitta agli altri e soprattutto alla collettività.

Sant’Ambrogio, di fronte all’imperatore che voleva derubare la comunità cattolica di una basilica, dice: «Se mi avesse chiesto ciò che mi appartiene — cioè un mio podere, il denaro, ogni altra cosa di mia proprietà — io non mi sarei opposto ... ma ciò che è di Dio non è soggetto all’autorità imperiale» (Ep. 76,8). E ancora: «Se mi si chiedesse qualcosa di mio, o un fondo o una casa o dell’oro o dell’argento, sono pronto a offrire ciò che mi appartiene, ma non posso sottrarre al tempio di Dio né consegnare ciò che ho ricevuto per custodirlo, non per darlo agli altri. Inoltre, io penso anche alla salvezza dell’imperatore: perché né a me converrebbe consegnare né a lui ricevere; ascolti infatti la parola di un libero vescovo: se vuole che si provveda al suo bene desista dall’offendere Cristo» (Ep. 75a,5) ... Così si è sempre pensato nella Chiesa. Ma alla fine del secolo scorso un grande scrittore come Tolstoj si stacca nettamente da questo atteggiamento comune. Inseguendo una forma nuova e naturalistica di cristianesimo egli identifica tutto il Vangelo con il Discorso della montagna e tutto il Discorso della montagna nella dottrina della non resistenza al male (cfr. soprattutto Il Regno di Dio è in voi, 1891-1893). Per il tolstoismo neppure la società, e tanto meno il singolo cristiano, ha il diritto di opporsi efficacemente all’azione degli iniqui. I criminali e il potere perverso si devono affrontare solo con la sopportazione e le buone parole, ma non è lecito opporre una positiva resistenza alla malvagità.

È l’ideologia di un nobile spirito, che però, nonostante le apparenze, si è del tutto allontanato dall’autentica proposta rinnovatrice di Cristo. Per fortuna questo pensiero ha avuto scarsa influenza sulla cristianità italiana della prima metà di questo secolo. Ringraziando il cielo, i protagonisti della nostra «resistenza» non avevano letto Tolstoj.

lo ho però l’impressione che in questi ultimi decenni un certo tolstoismo inconsapevole stia guadagnando terreno specialmente in certi ambienti ideologizzati del cattolicesimo contemporaneo e presso certi maestri spirituali più volonterosi che illuminati, col rischio di promuovere una generale smobilitazione dei credenti di fronte alle forze sempre attive del male ... Noi onoriamo coloro che con grandi sacrifici ha uno saputo resistere alla prepotenza e alla violenza, in vista di un avvenire migliore e più degno. Ma più che altro vogliamo raccoglierne la lezione sostanziale ed eterna: non si finisce mai di resistere alle forze malvagie. I reduci, si sa, sono sempre più numerosi dei combattenti. Ma nelle battaglie per la civiltà dell’amore e per la piena vita dello spirito c e soprattutto bisogno di impegno per il tempo presente.

Noi chiediamo dunque il dono di una maggior fermezza d’animo e di una miglior chiarezza di idee: se è nostra indubitabile regola di comportamento il rispetto delle persone, la comprensione degli stati d’animo altrui e il desiderio di vivere in buona armonia con tutti, è nostro proposito altrettanto fermo di non far mai pace con l’errore, con la menzogna, con la cultura di disperazione e di morte, che in ogni epoca tentano di soggiogare e avvilire l’uomo, immagine viva di Dio. (1)

E.G.: Fino a che punto il perseguimento della pace richiede un totale disarmo e una resa inerme alla violenza?

G.B.: Nutro un’ammirazione sincera per la volonterosità e la buona fede di molti cattolici impegnati su alcune tematiche, come quelle ricordate. Ma non riesco sempre a convincermi della saldezza dei loro ragionamenti e dell’autenticità evangelica delle loro posizioni.

La pace, la carità, la fraternità, l’opposizione al male sono traguardi che tutti dobbiamo fattivamente inseguire. Ma l’ideologia del pacifismo, della non violenza, del pauperismo ecclesiale sembra a me che abbia troppo spesso matrici inconsapevolmente naturalistiche e in fondo mondane. È curioso che, nella persuasione di seguire Cristo, ci si faccia in realtà discepoli di Tolstoj. Solovëv e Chesterton — uomini sì diversi, ma ambedue dalla fede forte e intelligente — ci avevano già messo in guardia a suo tempo dalle lusinghe del tolstoismo. Ma bisognerebbe rileggerli.

È come il digiuno compiuto pubblicamente a favore dell’una o dell’altra causa. Chi si sacrifica personalmente merita sempre rispetto. Ma in base a che principio il fatto che digiuni diventa probativo della bontà del suo messaggio?

Quali argomenti concettuali il digiuno apporta alla validità una tesi? È in fondo una specie di ricatto psicologico che offende la mia richiesta di razionalità. C’è da aggiungere queste forme di digiuno conclamato sono del tutto estranee alla tradizione ecclesiale e non hanno rispondenza né con l’insegnamento né con l’esempio di Cristo, che è l’unico maestro. (2)

E.G.: Coscienza cristiana e mondo militare. Forse occorre impostare correttamente la questione, nella radicale riprovazione a la violenza e della guerra...

G.B.: L’attualità dell’argomento è confermata anche dalla percezione di un diffuso malessere che serpeggia a questo proposito nella crlstianità. Sono tra loro compatibili scelta militare e coscienza cristiana? Se non sono compatibili, perché la Chiesa non lo dice con un pronunciamento che valga per tutti? Se sono compatibili, quale opzione deve essere giudicata evangelicamente più radicale e coerente? Se poi la decisione è del tutto indifferente, come si fa a proporre una scelta con sollecitazioni ideali in grado di affascinare il cuore di un giovane?

Il disagio è innegabile. Sarà bene però che la questione sia impostata correttamente. Non si tratta qui di decidere se sia meglio la pace o la guerra, la violenza o la non violenza, l’uccidere o il non uccidere. Queste sono scelte che il cristianesimo ha fatto da sempre: la condanna della guerra, la riprovazione della violenza, il rispetto assoluto della vita umana sono persuasioni necessarie e universali dei discepoli di Gesù.

Ricordiamo che la Chiesa si è trovata spesso in contrasto con la mentalità dominante: basti pensare alla retorica bellicistica che ci ha afflitto fino alla seconda guerra mondiale; basti pensare alla esaltazione della lotta civile anche cruenta per imporre le proprie visioni politiche, che dalla Rivoluzione francese ha infestato il mondo fino alle varie crudeltà marxiste e ai vari gruppi eversivi di questi anni; basti pensare alla ignobile legislazione abortista. Di fronte a queste aberrazioni disumane l’atteggiamento della Chiesa, anche quando rimane sola a opporsi, non può essere che di irriducibile contestazione.

Ma qui la questione è diversa: qui si tratta di vedere se — non nella società dei Cherubini, ma nella società umana oggi concretamente esistente — sia o no legittimo e perfino doveroso avere un esercito che scoraggi l’aggressione di eventuali governi folli e prepotenti; se sia o no legittimo e perfino doveroso dotare di armi i tutori dell’ordine per mettere un freno ai malvagi che, ci piaccia o non ci piaccia, trovano sempre il modo di essere armati; se sia o no legittimo e perfino doveroso dare alla società i mezzi per reprimere, anche con la forza, le prevaricazioni sempre rinascenti.

Anche con queste precisazioni, la risposta dei cristiani oggi non sembra più univoca. Di qui nasce in molti una certa pungente perplessità e conseguentemente un certo turbamento abbastanza diffuso nell’opinione pubblica. (3)

E.G.: Il Nuovo Testamento non contesta la necessità degli eserciti e la funzione dei soldati, presupponendo la necessità di un ordine nei rapporti umani e l’esercizio di legittima autorità. Da dove nasce secondo lei la diffusa opposizione odierna alla vita militare?

G.B.: Il fenomeno è relativamente nuovo, almeno in queste proporzioni. La cristianità prima di questo secolo non ha mai avuto il sospetto che ci fosse qualcosa di immorale nella vita militare in quanto tale.

È curioso notare che il Nuovo Testamento sembra nutrire una evidente simpatia per i centurioni, ufficiali subalterni che costituivano il nerbo dell’esercito romano anche nella sua funzione di vigilanza territoriale. Del centurione di Cafarnao Gesù loda l’eccezionale intensità della fede (cfr. Lc 7,9). Secondo la narrazione di Matteo, il centurione che è comandato a dirigere la crocifissione del Signore è il solo a riconoscere nel condannato del Golgota il vero figlio di Dio (cfr. Mt 27,54). Gli Atti degli Apostoli ci informano che è un centurione, di nome Cornelio, il primo pagano che si converte a fede cristiana. Ancora gli Atti ci parlano di un centurione Giulio che, nel naufragio di Malta, si dà da fare per salvare vita a san Paolo (cfr. At 27,43).

È vero che all’esercito del tempo delle persecuzioni i Padri assegnano volentieri l’appellativo di «castra impia», ma soprattutto per il fatto che vi si adorano gli idoli e vi è in imposto il culto dell’imperatore. Sant’Ambrogio, nell’inno per i santi Vittore, Nabore e Felice, in cui usa proprio questa espressione, riconosce al servizio militare pagano un carattere salutarmente propedeutico a una generosa vita cristiana: la disciplina, cui avvezza, è un’eccellente scuola di sacrificio; chi imparato a morire in armi per un re terreno, più facilmente saprà morire inerme per il vero Dio.

Profecit ad fidem labor,
armisque docti bellicis
pro rege vitam ponete,
decere pro Christo pati. (4)

La stessa frequenza del linguaggio «militaresco», che si scontra in san Paolo, denota una consuetudine non problematica con il mondo delle caserme (cfr. 2Cor 10,4; Ef 6,11.13.16; 2Tim 2,3). Da dove è venuta allora in qualche corrente della mentalità ecclesiale contemporanea l’idea di una certa immoralità in ciò che ha attinenza con le armi?

Certo, la spaventosa dilatazione della moderna capacità distruttiva ha contribuito a porre in termini giustamente angosciosi la questione della guerra e di tutto ciò che vi attiene e vi contribuisce. Sotto tale profilo, è doveroso ripensare con serietà tutta questa tematica. Ma una legittima preoccupazione non basta a spiegare l’assolutezza di certe posizioni di condanna. A mio giudizio, la fonte principale del pacifismo del nostro secolo è il pensiero di Tolstoj. E non è, per un credente, fonte rassicurante.

È noto che il grande romanziere si è arrogato il compito un rifacimento del cristianesimo, il quale, secondo lui, va purificato di tutti gli elementi improponibili o almeno senza utilità per l’uomo di oggi. Procede dunque a "riscrivere" letteralmente il Vangelo, censurandovi tutti i dati soprannaturali, sopprimendovi l’avvenimento ontologico della redenzione, e specialmente eliminando la realtà della divinità di Cristo e della sua risurrezione. Tutto si riduce dunque a una proposta morale, che Tolstoj condensa in cinque regole ricavate dal Discorso della montagna.

Che ci interessa in questo momento è la quarta norma, è cioè il principio della non resistenza al male e della radicale e assoluta non violenza. In virtù di questo principio — che egli non interpreta come un’indicazione ascetica personale ma come una legge sociale vincolante — il delinquente deve essere solo ammonito; alla prepotenza sia individuale sia delle nazioni bisogna sempre cedere; alle armi dei malvagi non si possono opporre le armi; l’idea stessa di giudizio e di pena viene vanificata; le funzioni di polizia e il servizio militare sono intrinsecamente immorali; lo Stato stesso non è che un brigantaggio organizzato.

Molte posizioni ideologiche del ventesimo secolo, che si succedono in varie forme e in varie commistioni, trovano qui la loro ispirazione spesso ignorata. (5)

E.G.: In che cosa consiste la reazione di Solovëv al tolstoismo?

G.B.: Al tolstoismo ha reagito subito il più grande filosofo russo, Vladimir Sergeeviĉ Solovëv, che è stato anche, al suo tempo, il più grande apostolo della pace tra i popoli e tra le Chiese, l’avversario dichiarato di ogni risoluzione violenta e costuittiva dei problemi umani. Uomo di robusto pensiero e di limpida fede, egli ha visto immediatamente che il pacifismo pseudoevangelico di Tolstoj era squilibrato e «non vero» proprio perché partiva dall’oggettivo rinnegamento di Cristo risorto, Uomo-Dio, Salvatore radicale dell’universo, che è altresì la «verità sostanziale».

La dottrina della non violenza è inaccettabile ed è in effetti antievangelica, proprio perché porta alla non difesa dei deboli e a privilegiare i forti prepotenti. Esaminiamo — diceva Solovèv — la teoria tolstoiana nel suo caso più semplice. Io vedo un assassino che sta uccidendo un uomo. Secondo il tolstoisrno, non avrei il diritto di interrompere a disarmarlo con la forza; devo solo cercare di persuaderlo. Ma così facendo non rispetto la dignità della persona umana né nell’aggredito né nell’aggressore, lasciando l’uno e l’altro, in maniera diversa, in balia degli impulsi cattivi.

D’altronde — continua il filosofo — la violenza non è intrinsecamente immorale: è immorale se con essa si avvilisce la persona al rango di strumento, ma non in sé. Perciò si può usare violenza, per salvarlo, a chi sta per annegare e si dimena nell’acqua, o a un bambino che non vuol sottoporsi a un necessario intervento chirurgico.

Quanto al servizio militare, pur avendo molte riserve sulle forme coattive con cui viene attuato, Solovëv osserva che risultato di una situazione deplorevole (qual è quella un umanità che non ha ancora debellato la prepotenza prevaricazione), ma non è deplorevole per se stesso. «L’organizzazione militare e la coscrizione obbligatoria non sono male, ma la conseguenza e il sintomo dì un male ... Finché i sentimenti di Caino non saranno scomparsi dal cuore degli uomini, il soldato e il poliziotto saranno un bene e non male» (La justification du bien, p. 403).

E ha un pensiero anche a proposito dell’obiezione fiscale che qualche volta viene proposta nell’ambito del pacifismo: «Si dirà: i contributi e le tasse percepiti dallo Stato sono utilizzati non per scopi evidentemente utili, ma per delle finalità che mi sembrano inutili o addirittura dannose. Ma allora mio dovere è di denunciare questi abusi, non certo quello negare con dichiarazioni o con atti il principio stesso tassazione da parte dello Stato» (Ibid., p. 402). (6)

E.G.: È morale il servizio militare? Come si pone nei suoi confronti l’obiezione di coscienza?

G.B.: Che cosa dobbiamo pensare in definitiva dell’obiezione di coscienza e, che è lo stesso, della moralità del servizio militare? I testi del Concilio Vaticano II in materia sono significativi per la sobrietà e la moderazione. «La guerra» vi si dice «non è scomparsa dall’orizzonte dell’uomo. E fintantoché esiste il pericolo di guerra, e non ci sarà un’autorità internazionale competente munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di legittima difesa» (Gaudium et spes, 19). Di conseguenza, coloro che si dedicano alla vita militare, si considerano anch’essi come ministri della sicurezza e della libertà dei popoli e, se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono veramente alla stabilità della pace» (Ibid.).

Il Concilio dunque ritiene che:

— è legittimo un esercito per la difesa, nella concretezza della situazione attuale;

— la situazione attuale è deprecabile, e bisogna auspicare l’avvento di un’autorità internazionale capace di risolvere le vertenze tra gli Stati;

— anche quell’auspicata autorità internazionale avrà legittimamente un esercito, perché siano garantite le ragioni del diritto contro ogni tipo di prevaricazione.

Detto questo, il Concilio aggiunge: «Sembra conforme a equità che le leggi provvedano con umanità al caso di coloro che, per motivi di coscienza, rifiutano l’uso delle armi, purché accettino qualche altra forma di servizio della comunità umana» (Ibid.). Dove, più che una giustificazione dell’obiezione dì coscienza in se stessa, c’è la raccomandazione a trattare bene coloro che credono di doverla avanzare. (7)

E.G.: Coscienza e obiezione di coscienza. Vorremmo ci chiarisse il vero significato di coscienza, da cui deriva la legittimità dell’obiezione di coscienza.

1. La coscienza retta e certa è per ogni uomo sovrana: va sempre seguita, qualunque cosa comandi e qualunque cosa proibisca.

2. Ma la coscienza di un uomo è sovrana solo per lui; perciò non è molto corretto citarne l’autorità quando si discute con gli altri, anche perché la sua voce è inverificabile da parte di terzi. Perciò la frase: «La mia coscienza mi dice... » in una discussione andrebbe evitata, perché o non significa niente o significa che si vuol porre fine a ogni dialogo e a ogni confronto. Con gli altri bisogna sempre portare ragioni che possano essere valutate anche da loro.

3. Il cristianesimo conosce da sempre il fenomeno dell’obiezione di coscienza. Basti pensare ai martiri che si rifiutano di sacrificare agli idoli, ma il sostegno logico di questo rifiuto non è tanto il dettato soggettivo della coscienza, quanto la ragione oggettiva e oggettivamente analizzabile che l’idolo è un dio falso e non può essere adorato. Caso analogo è l’obiezione del medico che si rifiuta di praticare aborti; il sostegno logico non è tanto il dettato soggettivo della coscienza quanto la ragione oggettiva e oggettivamente analizzabile che l’aborto è un delitto contro la vita umana innocente. In tutti e due i casi, la voce della coscienza è l’eco soggettiva di una verità oggettiva evidente e, in ogni caso, appartenente senza alcun dubbio alla coscienza ecclesiale come tale.

4. La vera obiezione di coscienza, poiché si fonda su una verità oggettiva, è assoluta, necessaria e intransigente, e non può che ritenere immorale e dunque illecito ogni comportamento diverso.

5. L’obiezione di coscienza deve provenire da una coscienza che si preoccupa continuamente di essere «retta» e «certa». E per un cristiano, che non è mai un individualista, fonte non trascurabile della rettitudine e della certezza è di mantenersi in sintonia con quanto ha ritenuto e ritiene la Chiesa. È estremamente improbabile che un singolo, in giovane età, senza lunghi esami dei diversi pareri e senza accurate ricerche della verità oggettiva, possa persuadersi che una legge o un comportamento, comunemente accettata nei secoli dalla coscienza ecclesiale, possano essere giudicati così chiaramente in contrasto coi principi etici, da esigere la disobbedienza civile. L’indivìdualismo morale non è un atteggiamento che possa essere accolto senza riserve.

6. Non è conforme al rispetto della dignità dell’uomo, delle sue libere scelte, delle sue personali ripugnanze, che lo Stato imponga a tutti come doveroso, tra i molti servizi possibili, soltanto il servizio militare. L’idea che ogni cittadino debba mettere a disposizione della collettività uno spazio della sua vita è bella e preziosa. E, anche se storicamente è nata in connessione con le esigenze della difesa e l’uso delle armi, non si vede perché non debba essere normalmente attuata in tutta la pluralità delle opzioni possibili e utili ai bene comune. Ovviamente nella assegnazione dei compiti si dovrà tener conto tanto dei bisogni dello Stato quanto delle inclinazioni e delle capacità dei singoli. È naturale che tutto ciò presuppone che lo Stato si dia un’organizzazione applicativa adeguata che oggi non c’è; o meglio, che oggi c’è solo nell’ambito della struttura militare.

7. Lo Stato però non è ancora arrivato a comprendere e a valorizzare questa prospettiva, anche se sta lentamente muovendosi in questo senso. Mostra solo di tenere conto, e non da troppo tempo, soltanto dei concetto di «obiezione di coscienza»; e così costringe a mettere in campo una realtà intima e personale come la coscienza, della quale in pubblico dovrebbe parlare il meno possibile.

8. Bisogna avere la chiarezza di dire che l’obiezione di scienza al servizio militare è tale solo in senso analogico, e non va assolutamente confusa, per esempio, con la universale e inderogabile obiezione che i cristiani muovono nei confronti dell’aborto. E va rilevato che l’uso della identica terminologia è pastoralmente deleterio. Ma poiché è l’unica strada lasciata aperta dai nostri ordinamenti per far maturare la coscienza civile comune nella linea che abbiamo indicato, chi si qualifica obiettore di coscienza al servizio militare assume in qualche modo una prerogativa profetica, e ha il diritto a la nostra stima e alla nostra gratitudine.

A essere espliciti fino in fondo, dovremmo dire che in sostanza non si tratta tanto di un’obiezione di coscienza contro il servizio militare per se stesso, quanto di un’obiezione di coscienza contro l’attuale ottusità dello Stato in questa materia; e, capita in siffatti termini, va da tutti noi incoraggiata e sviluppata.

Il problema [coscienza cristiana e mondo militare] se è impostato in questa maniera può essere risolto nel pieno rispetto delle diverse opzioni, secondo una visione che promuova il progresso nella concezione della vita sociale, senza che si faccia violenza né alla ragione né all’autentica tradizione ecclesiale. (8)

NOTE

(1) Saluto al convegno «Fede e resistenza», 20.4.90

(2) Intervista di Mario Traina, cit., 27.5.90

(3) Ibid.

(4) «La disciplina giovò alla fede:/l’uso rischioso delle armi belliche/li ammaestrò nel penoso dovere/di dare la vita a Cristo, vero Re.»

(5) Intervista di Mario Traina, cit., 27.5.90

(6) Ibid.

(7) Ibid.

(8) Ibid.

 


 
   

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