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Il grido silenzioso



 

Il conflitto d'interessi dei pacifisti
 di Antonio Socci

[Da "Il Giornale", 23 Marzo 2003]

Ma è poi vero che da tre giorni è cominciata la guerra e il mondo non è più in pace come siamo indotti a credere vedendo decine di manifestazioni? Credo ci voglia un bel po’ di indifferenza al dolore umano per affermarlo o almeno molta disinformazione. Ho infatti qui davanti agli occhi la cartina del pianeta dove sono segnati tutti i conflitti sanguinosi in corso da anni, più o meno intermittenti. Sono una cinquantina (qualcuno ne ha contati settanta). Spesso cruentissimi, come quello sudanese che ha fatto due milioni di morti. Ma chi se ne cura? Vedete manifestazioni, appelli, iniziative anche solo paragonabili alla mobilitazione attuale contro gli Stati Uniti?

Non mi pare. Forse quelle vittime non esistono? A quanto pare per quei poveretti, che hanno la colpa di farsi macellare da tiranni o da gruppi armati "rivoluzionari", non ci sono lacrime, né slogan, né mobilitazioni. Sono così inesistenti che lo slogan delle manifestazioni pacifiste organizzate alla vigilia del conflitto in Iraq era "Lasciateci in pace". Parole terrificanti, di cui qualcuno dovrebbe vergognarsi. Si era forse in pace? E’ forse pace quella che vede decine di popoli massacrati? E’ la pace dei cimiteri e delle fosse comuni. A me, quella pace là, ripugna. Certo, quelli ammazzati lontano dall’Iraq sono morti che non fanno notizia. Ma sono morti di serie B? Quei bambini, quelle donne, sono esseri umani di serie B? Se fossero vittime degli "amerikani" o degli israeliani, allora sì che farebbero notizia e peserebbero. Perché per la maggior parte dei pacifisti e dei mass media sembra che esistano solo due conflitti, quello Usa-Iraq e quello Israele-Palestina. Perché sul resto l’indifferenza sembra regnare sovrana?

Non riesco a darmi una risposta accettabile. E così di colpo – guardando la mobilitazione pacifista attuale - tutto acquista un insopportabile odore di ideologia. Ecco spiegato perché tante manifestazioni pacifiste, occupazioni di scuole, documenti e appelli, invece di esprimere non-violenza trasudano odio e violenza ideologica (ovviamente anti-americana).

Non vorrei essere ingiusto con i tanti che genuinamente hanno orrore della guerra e vanno in piazza a dirlo. Ce ne sono e vanno rispettati. Ma in altri e in certi organizzatori quella indignazione selettiva, parziale, ha uno spiacevole odore. Come vogliamo chiamarlo: menzogna? Insensibilità al dolore? Calcolo? Cinismo? So bene che tante persone oggi inalberano la bandiera della pace in buona fede. Si tratta di bravissime persone seriamente angosciate per le inevitabili sofferenze e le morti che anche il conflitto iracheno porta con sé. Ma si tratta anche di persone molto disinformate. Che ignorano la quantità di altre guerre che insanguinano il pianeta e che lasciano tutti indifferenti. Tutti – guarda caso – eccetto gli Stati Uniti che in genere, pur fra mille errori, talora gravi, sono la sola potenza mondiale che alla fine interviene per ristabilire la pace, la sicurezza, il rispetto dei diritti umani. Ripeto: gli Stati Uniti. Quasi mai l’Onu (che ha fatto errori enormi) e tanto meno l’Europa. Perfino per metter fine ai massacri della Bosnia, o in Kosovo così come a Timor Est, sono dovuti intervenire gli americani. Del resto l’intervento in Iraq (nelle intenzioni della Casa Bianca) dovrebbe aprire finalmente la strada alla soluzione di due antiche tragedie, quella del conflitto Israele-Palestina e quella del popolo curdo.

Gli europei hanno sì goduto di mezzo secolo di pace, ma conquistataci e ragalataci da migliaia di giovani vite americane. Gli europei amano riempirsi la bocca della parola "pace". Ma perché possono contare sul contribuente americano che paga le tasse e finanzia l’esercito americano e quindi la sicurezza anche nostra, europea. L’ha ricordato – e gliene va dato atto – lo stesso Romano Prodi in questi giorni, aggiungendo che non si può costruire l’Europa "contro" gli Stati Uniti. Ed è curioso che non abbia fatto notizia la sua insolita posizione. Forse perché avrebbe diviso il centrosinistra italiano. Forse perché si sarebbe avvertita la consonanza con Berlusconi che ha avuto il merito e la lungimiranza politica di aver lavorato per unire (Europa e America innanzitutto) laddove quasi tutti hanno lavorato per dividere. Ed è stato un lavoro che ha preparato il terreno per il documento unitario del recente vertice Ue.

Ma, per tornare alla "pace" che avremmo perduto solo tre giorni fa, provo a dare qualche flash da agenzia per mostrare di che lacrime grondi e di che sangue, quella "pace" lì. Solo notizie sparse degli ultimi giorni, precedenti la guerra in Iraq: 60 morti a Warri, in Nigeria, per uno dei tanti conflitti, più di 10 dispersi nello Sri Lanka per un attacco dei Tamil, 3 morti ammazzati dai guerriglieri nelle Filippine, 7 operatori umanitari uccisi in Costa d’Avorio, 20 morti in Cecenia, altri 10 in Somalia e vari civili in Congo, più di 20 in Burundi, 18 in Algeria.

A questi andrebbero aggiunti i "fronti" da cui le notizie di massacri neanche trapelano (per esempio il regime comunista della Corea del Nord che però fa notizia per le sue minacce nucleari) o gli altri fronti di orrore e violenza come Cuba e la Cina dove sono in atto dure repressioni, ma nell’indifferenza dell’opinione pubblica.

Indifferenza che può arrivare talora perfino all’intolleranza verso chi fa conoscere queste "guerre". Non ci avrei creduto se io stesso non ne fossi stato un diretto testimone. Dopo aver denunciato da queste colonne (e grazie alla direzione di questo giornale che me ne ha dato la possibilità) le tante violenze e i massacri contro i cristiani che vengono perpetrati sotto molti regimi, l’anno scorso – su proposta di un editore – ho dedicato all’argomento un pamphlet in cui fra l’altro fornivo statistiche agghiaccianti. Statistiche peraltro incontestabili essendo riprese dalla autorevolissima World Christian Encyclopedia, da cui emergeva specialmente quella relativa all’anno 2000 (circa 160 mila morti a causa della fede). Non ho fatto che il mio dovere di giornalista, che è quello di informare.

Ebbene, gli unici veri attacchi pesanti mi sono arrivati da un certo ambito clericale che mi ha accusato di voler così fomentare scontri di civiltà. Raccontare queste tragedie di cristiani perseguitati, dar voce alle vittime, far conoscere stragi e violenze subite da tanti poveretti indifesi, sarebbe un atto di intolleranza. Coloro che mi hanno mosso questa accusa si danno un gran da fare oggi come clerico-pacifisti. Li vedo impegnatissimi a marciare. Sventolare bandiere della pace e lanciare slogan. Tutti e sempre contro gli Stati Uniti. Proprio quegli americani che – guarda caso – hanno realizzato e sostengono le poche iniziative di sostegno e di protezione di quei perseguitati di cui mi sono occupato. God bless the America.

© Il Giornale

 


 
   

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