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Il grido silenzioso



 

Il Papa, le illusioni e il medioevo della pace
 di Alessandro Maggiolini

[Da "Il Giornale", 26 Febbraio 2003]

Ormai si sa. Non c’è giorno senza che il papa torni a parlare di pace. Ricevendo il segretario dell’ONU, il ministro degli esteri irakeno, il premier inglese e così via. O anche semplicemente affacciandosi alla finestra dello studio. È commovente la tenacia di quest’uomo di Dio che non demorde davanti ad alcuna delusione. Invita i fedeli alla preghiera e al digiuno per il mercoledì delle ceneri per superare il pericolo della guerra. Invita incessantemente gli uomini di Stato al dialogo. Chiede di arrestare l’onda paurosa del riarmo. Segnala la necessità di popoli che sono alla fame e non possono permettersi il lusso di profondere ricchezze per esercitare la violenza. Condanna il terrorismo e le situazioni di morte. E invoca il Signore che non può approvare l’odio e la vendetta. Eccetera. 

Che impressione fa un Papa che quasi piange sulle cattiverie umane? Lascio a lato la furbizia stolida - perversa? - di chi osanna Giovanni Paolo II quando chiede la pace in Irak e lo disprezza e lo irride quando richiama i valori della famiglia, della vita e così via. Scelgano: o il plauso, o il disprezzo. Il Papa è uno solo e si esprime a partire da una visione antropologica sintetica: una sola, pure qui. Vedo, invece, credenti che pur sono tentati di tirare il manto papale dalla propria parte politica o ideologica. E’ logica vecchia. Basta isolare una frase dal contesto e si esalta o si condanna chiunque: non capitò così anche a Gesù per l’affermazione circa il tempio del proprio corpo che egli avrebbe ricostruito in tre giorni? O basta mutare chiave di lettura: il Papa annuncia la parola di salvezza e viene letto come se si recitasse un capitolo del Principe di Macchiavelli o una pagina di Richelieu. 

Questo è pure un modo per tradire il capo della Chiesa. Quasi fosse il rappresentante di una potenza umana. Quante divisioni ha l’esercito del Vaticano? Vorrei procedere ancora un poco e valutare l’entusiasmo di quei cattolici che si esaltano per i fastigi, per l’autorità, per la gloria a cui è arrivato il Papa. A lui si presentano e si inchinano i responsabili del mondo. Egli è diventato quasi l’ultimo e unico punto di riferimento per popoli tra loro nemici. Egli solo può dire parole significanti e umane. E richiamare alla speranza e all’impegno per la pace. Sembra di essere tornati al medioevo quando il Papa incoronava re e imperatori secondo la concezione gelasiana. Sembra che riviva quella pagina fulgida di Eusebio di Cesarea in cui si narra dei vescovi usciti dalla persecuzione e introdotti nelle sale dl palazzo di Costantino dove scoprono di essere onorati oltre ogni attesa. Calma. Che Giovanni Paolo II goda di prestigio universale, lo si può negare a fatica. Risulta chiaro che egli si erge come l’estremo tribunale della storia. E come il pulpito più alto da cui si predica la fraternità umana. Umana perché cristiana. E senza incrinature. Senza fragilità. Senza incertezze. A lui guardano anche gli appartenenti ad altre religioni e perfino gli atei o quasi. Si fa presto a saltare dalla celebrazione del Papa alla celebrazione della Chiesa. Noi, cattolici nanerottoli, ci sentiamo eroi perché ci nascondiamo dietro la figura giganteggiante di Giovanni Paolo II. Appropriazione indebita di trionfo, in gran parte. Poiché - lo avvertiamo chiaramente in momenti di difficile lealtà - la Chiesa cattolica di oggi, almeno nel Nord Occidente, è spesso stanca, svilita, quasi rassegnata dentro un mondo senza certezze e senza orientamenti. E la freschezza e il vigore del vangelo quasi si spengono sulle nostre labbra, tanto siamo preoccupati e affannati nell’accordarci con tutti: a costo di non avere quasi più nulla da comunicare all’uomo contemporaneo che attende Cristo senza soverchie sfumature e senza attenuazioni distorcenti. Un grazie al Papa. Un esame di coscienza per noi cattolici un poco svagati, svampiti, boriosi e vuoti. Esagero?

© Il Giornale

 


 
   

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