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Il grido silenzioso



 

Gli Usa esportano democrazia e importano islam?
 di Rino Cammilleri

[Da "Il Timone" n. 27, Settembre/Ottobre 2003]

I cosiddetti neoconservatori americani sembra si dichiarino davvero convinti che la democrazia si può esportare in punta di baionetta, così come fecero a suo tempo i giacobini e Napoleone con i cosiddetti “immortali principi” del 1789.

C’è da credere loro, visto che, in effetti, dopo la guerra mondiale persa, Italia, Germania e Giappone si sono durevolmente democratizzati. Michael Leeden, famoso neoconservative intervistato il 13 luglio ultimo scorso su “Il Giornale”, ha aggiunto alla lista Serbia, Afghanistan e Irak, dicendosi speranzoso che, prima o poi, anche Iran, Siria e Arabia Saudita verranno convinti, con le buone o le cattive, a diventare democratici. Molto probabilmente, Leeden ha nominato solo i regimi alla portata dell’attuale amministrazione americana, perché l’elenco sarebbe motto ma molto più lungo. Ci sono Cuba, Corea del Nord, Cina, una bella fetta di Africa e qualcos’altro. Ma, anche se “l’America é impaziente” e, secondo Leeden, “bisogna far presto”, le cose sono sempre parecchio più complicate di quel che sembrano.

Certo, si può convenire con l’autorevole politologo che, storia alla mano, “il più grande strumento di diffusione della democrazia nel mondo è l’esercito americano” e che “mai come ora c’è una grande opportunità di abbattere i regimi totalitari militarmente”.

Tuttavia, la Ledeen’s List si riferisce a regimi islamici e alla spinta emotiva partita dall’ 11 settembre. Quel che non e stato preso in considerazione da politici e militari (e nemmeno dai sociologi a tutt’oggi. sebbene sia più che altro di loro competenza) è il boomerang pubblicitario che il tanto parlare di islam sta operando proprio negli Stati Uniti. Si parta di un tasso di conversioni di americani al Corano in un ordine che va dalle cinquanta alle ottantamila unità annue (dato reperito su un notiziario on line e segnalatomi da due diversi lettori). Per ora.

L’arabo e diventata una delle lingue più studiate negli Usa e le moschee vanno affollandosi sempre più.

Attenzione: non si tratta di un fenomeno di protesta quale quello dei Black Muslims degli anni Sessanta, quei neri che, seguendo Elijah B. e Malcolm X, cambiavano il loro nome da Cassius Clay in Muhammad Alì in chiave polemica antisegregazionista. No, quel che sta succedendo oggi ha un’altra lettura e non ha nulla dl protestatario. Anzi, paradossalmente, sembra del tutto in linea con lo spirito americano.

Quel che la gente va cercando (ed è il parere, che condivido in pieno, dell’estensore, francese, dell’articolo on line) è di prendere le distanze dal materialismo pervasivo e soffocante; vuole un ritorno al rigore, alla famiglia, alla disciplina, alla morale. Go, insomma, che non ha trovato nelle religioni orientali che pur furono in yoga negli anni Ottanta e Novanta. Di queste ultime si erano invaghite soprattutto le elites progressiste ma le avevano subito ridotte a uno strumento per, semmai, vieppiù incrementare il loro benessere materiale. L’islam americano parte invece dal basso, dalla gente comune e, se sommiamo l’immigrazione al trend, la seconda religione degli Stati Uniti prima o poi sarà questa. I sociologi delle religioni lo andavano dicendo da tempo (in Italia, Massimo Introvigne con particolare insistenza): statistiche alla mano, l’offerta religiosa” vincente e quella più dura, quella che pretende di più, quella che non fa sconti, quella che chiede soprattutto rinunce. Il bello è che lo sapeva, lo ha sempre saputo, anche la mistica cattolica: i santi che hanno rivitalizzato e rilanciato ordini religiosi in declino sono sempre stati quelli che hanno proposto e imposto il ritorno, senza se senza ma, all’austerità delle origini. La lezione è chiara, per chi vuol vederla. Ci siamo abituati a dare del “fanatico” a chi crede talmente in qualcosa da essere disposto a sacrificare la vita. Invece non c’è miglior testimonial. La patria dell’edonismo e dei miti del successo ha fame di trascendente e di serietà nel perseguirne la via. Non sarà che, a cose fatte, l’Impero americano si ritroverà come quello romano? Per il quale accadde che Graecia capta, ferum victorem coepit. Ora, va da sé che nessun paragone e possibile tra i martiri cristiani e quelli dei terroristi. È quasi banale dirlo, ma i primi non erano affatto suicidi né uccidevano nessuno. Accettavano solo di “testimoniare” la loro fede (“martire” in greco vuol dire appunto “testimone”) quando non c’era altro da fare (segno inequivocabile che Dio voleva da loro quella testimonianza). Ebbene, i martiri veri (quelli cristiani, cioè) non sono affatto scomparsi. Ci sono ancora. Anzi, le cifre dimostrano che non ce ne sono mai stati così tanti. Ma nessuno, nemmeno la Chiesa, li mette sotto i riflettori. Il loro martirio è silenzioso e oscurato, così come lo fu quello della, appunto, “chiesa del silenzio” nei settant’anni dell’impero sovietico. La loro è, certo, una testimonianza ben nota a Dio. Ma solo a lui, perché le telecamere guardano altrove, vanificando l’effetto propagandistico (vedi supra) che la cosa sicuramente avrebbe. Mi si dirà che questo non è lo stile cristiano. Risponderò che mi pare una fesseria, visto che “non si accende una lampada per metterla sotto il moggio” Lo dice il Vangelo, non io. E dice anche: “risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedendo le vostre buone opere glorifichino il Padre vostro…” eccetera. Cito a memoria, ma sono brani notissimi. Insomma, l’apostolato dovrebbe fare a meno dei suoi maggiori testimonials? Insisto: mi pare una fesseria, tanto più grave nella “società dell’immagine”. Nella quale quel che non compare sui media semplicemente non esiste.

© Il Timone

 


 
   

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