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Il grido silenzioso



 

L’idea benedettina dell’uomo e la sua attualità
 di Léo Moulin 

Tratto da R. Gregoire, L. Moulin, R. Oursel, La civiltà dei monasteri, Jaca Book, Milano 1998.

Senza voler assolutamente ridurre la prodigiosa avventura benedettina alle sue sole dimensioni umane, può essere interessante, e fecondo, domandarsi se e in quale misura taluni aspetti puramente funzionali e istituzionali dell’organizzazione benedettina possano spiegare il suo enorme e duplice successo; quindi, superata questa prima tappa, se e in quale misura, il pensiero del fondatore, la sua visione del mondo, la sua percezione dell’uomo, in quel che hanno di più semplicemente e strettamente umano, spieghino il successo e la perennità della sua azione. L’approccio è rischioso, non si può negarlo, trattandosi di un uomo come San Benedetto, la cui caratteristica prima è un’estrema religiosità; ma vale la pena, mi sembra, di tentarlo, se non altro nel senso di una rilettura moderna della Regola.

Perché, accanto a quell’intensa vita spirituale che fa vibrare uomini della statura di Benedetto da Norcia o di Bernardo di Chiaravalle, o, più esattamente, nel seno stesso dì questa vita spirituale, a proteggerla, a organizzarla, a favorirla anche, e insieme a nutrirsene, troviamo per forza dì cose, giacché si tratta di "governare gli uomini" e di "amministrare le cose" - delle strutture e un’organizzazione costituzionali che si collocano, si voglia o no, su di un piano puramente umano.

Facciamo un esempio, che servirà a chiarire quanto abbiamo detto. Parlando dell’elezione dell’Abate, Benedetto non scrive: "È evidente che Dio non permetterà mai che la comunità intera elegga una persona complice della sua sregolatezza"; forte della sua esperienza, scrive invece: "Se, per disgrazia (quod quidem absit) capitasse che la comunità intera, di comune accordo, eleggesse una persona complice della sua sregolatezza. ..". Su di un piano strettamente umano la cosa è possibile; dunque, Benedetto accetta la possibilità di una comunità depravata al punto di scegliere, coscientemente, un capo indegno (1).

Di fronte a un simile scandalo, Benedetto non prevede affatto l’intervento di un Dio corrucciato, si rimette invece al vescovo della diocesi, agli abati e ai cristiani dei dintorni, cioè a un intervento puramente umano, per riportare l’ordine.

Val la pena di ricordare un particolare, che rappresenta uno degli apporti fondamentali della civiltà monastica nel medioevo: molto prima dei Comuni italiani e fiamminghi, e in modo ben altrimenti perfezionato rispetto ai Romani, la Chiesa, e in particolare gli ordini religiosi, hanno messo a punto le condizioni di un regime di diritto infinitamente meno sacralizzato di quanto non sarà l’ideologia democratica del 1789, nel quale nessun potere assoluto, Assembleare o Superiore, può essere legalmente esercitato, certe forme di "obiezioni di coscienza" sono riconosciute e un codice elettorale e deliberativo complesso e minuzioso assicura (in linea di principio!) un funzionamento pacifico e regolare (2). Ancora, è previsto che l’organizzazione delle elezioni e delle deliberazioni si attenga a un livello del tutto "terreno" (per evitare le frodi, le pressioni, gli intrighi...). Concluse le preghiere e la messa che la precedono, la scelta dell’Abate è collocata su di un piano assolutamente secolarizzato.

Come Benedetto vede gli uomini

Benedetto vede gli uomini, siano pure i suoi fratelli, così come sono, lucidamente, senza la minima illusione. Partendo da questa constatazione, mi sono dedicato a una rilettura della Regola, mettendomi nello stato d’animo di un uomo del nostro tempo, del capo di un’impresa ad esempio, che si domanda che cosa un documento tanto antico può ancora dargli.

Da un tale punto di vista, la rilettura di questo documento di non più di novemila parole, si è rivelata di una ricchezza insospettata e, soprattutto, di una sorprendente attualità.

In tutta la Regola, praticamente ad ogni pagina, Benedetto parla degli "agitati", dei "ribelli", dei "cattivi", dei "caparbi", degli "orgogliosi", dei fratelli con scarsi meriti intellettuali o religiosi, che, insieme - comunque! - aì "dolci", ai "pazienti", agli "obbedienti", formano il "gregge turbolento e indocile" (C. 2,19), affidato alla sollecitudine pastorale dell’Abate. E, aggiunge, talvolta invano (ma è l’Abate che dovrà renderne conto a Dio).

Benedetto parla anche del priore, che può essere animato da un "cattivo spirito d’orgoglio", dei decani che "si gonfiano di superbia" (C. 21, 12), dei monaci estranei all’abbazia, che rischiano "di turbare il monastero con le loro vane esigenze", dei preti ordinati che devono guardarsi dall’"alterigia" (elationem) e dall’"orgoglio" (superbiam) e così di seguito.

Che i malati non stanchino, scrive, "con le loro esigenze superflue" coloro che li curano. Benedetto conosce gli uomini. Che i poveri e i pellegrini siano bene accolti: "quanto ai ricchi... la paura del loro biasimo induce di per sé a onorarli". Una constatazione fin troppo vera, senza dubbio, ma che non fa certo onore al Padre ospitaliere, non si può negano. Stiamo bene attenti: Benedetto non dice: "Il Frate ospitaliere si comporterà certamente in questo modo", si limita a notare che potrebbe farlo. Senza illusioni.

Lo stesso Abate, come tutti quelli che esercitano il potere, o un frammento di potere, dev’essere ben consapevole di correre il rischio di essere lui pure consumato dalla "fiamma dell’invidia e della gelosia", o animato da un "eccesso di zelo pieno di acrimonia"; deve conoscere la sua "fragilità", le sue debolezze e i suoi limiti, e sapere che, correggendo le debolezze dei suoi fratelli, in realtà si trova ad affrontare i suoi stessi difetti (ipse efficitur a vitiis emendatus C. 2; 112) Si ricordi soprattutto che non gode di un potere arbitrario (quasi libera... potestate, C. 63, 6).

È sufficiente, d’altronde, dare una scorsa alle relazioni dei visitatori di Cluny o di Cìteaux per convincersi che questo pessimismo della percezione benedettina è lungi dall’essere eccessivo o ingiustificato: non c’è vizio o delitto, a volte addirittura crimine, che non vi compaia. A ben guardare, ne viene fuori l’immagine di una società monastica piuttosto simile alla nostra, con questa differenza - e non è da poco: la percentuale dei peccatori è, comunque, meno elevata e questi sono, il più delle volte, pentiti.

Ecco, in soldoni, come Benedetto vede i suoi fratelli (e, a fortiori, gli altri uomini): la loro debolezza è radicale. In loro il male, la tentazione del male, ha la meglio sul bene; l’inclinazione naturale a lasciarsi andare è più forte della loro volontà di agire bene.

Necessità delle istituzioni

Di qui, naturalmente, l’assoluta necessità di una guida, una regola, un codice, di legge o di istituzioni, che sopperiscano alla sostanziale fragilità della natura umana.

Benedetto denuncia violentemente (C. 1) quei giovani "isolati o a piccoli gruppi", "senza un capo", che errano "per tutta la loro vita", "sempre in strada, mai tranquilli", "asserviti solo al proprio capriccio", che hanno come unica "legge il soddisfacimento dei loro desideri", cioè del piacere più immediato e decidono "d’autorità" quello che (secondo loro) è permesso e quello che non lo è, ciò che è bene e ciò che è male. Conosciamo l’antifona.

Tentativi di questo genere sono destinati all’insuccesso, la storia l’ha confermato più di una volta (la tentazione "anarchica" è vecchia quanto il mondo e l’esistenza delle "libere comunità di base" e dei drappelli "senza Dio né capo", tenuti insieme dal solo amore umano, è di tutti i tempi).

Ma, dirà qualcuno, e gli eremiti? Gli eremiti non vivono anch’essi "senza capi", "soli o in piccoli gruppi"? Benedetto stesso non ha cominciato la sua vita con lunghi anni di eremitaggio? Che ne pensa lui, che ha messo insieme l’esperienza della solitudine più totale con quella della vita comunitaria? Egli stesso ci risponde, nel primo capitolo della sua Regola: ci sono dapprima, e soprattutto, "i cenobiti, quelli che vivono in comunità in un monastero e militano (militans) sotto una Regola o un Abate", dunque nel quadro delle istituzioni anteriori ed esterne ai monaci.

Seguono gli anacoreti o eremiti, che non sono dei novellini: non ci si improvvisa eremiti, sotto la spinta del "semplice fervore dell’esordio nella vita religiosa". Sono, al contrario, degli uomini "formati da una lunga prova", vissuta nel monastero, nel seno della "milizia fraterna" dei loro fratelli, degli uomini "ben esercitati", trascinati alla "battaglia solitaria del deserto" che, "sicuri di loro stessi, possono condurre la lotta" contro i vizi della carne e dello spirito, "senza l’aiuto di nessuno", ma Deo auxiliante, "con l’aiuto di Dio".

Prova terribile, avventura pericolosa, riservata soltanto a pochi, nella quale non è consigliabile arrischiarsi, senza essersi sottoposti, prima di tutto, ad un lungo e duro processo di socializzazione, che permette di interiorizzare le strutture e lo spirito della vita monastica, in modo che l’anacoreta non cessi di appoggiarsi alle istituzioni che la solitudine sembra aver cancellato. Mutatis mutandis, è, vissuta su di un piano religioso, e volontariamente, l’avventura di Robinson Crusoe, il più solitario e il più socializzato degli uomini, che trionfa sulle insidie e sui pericoli della solitudine perché, naufrago miserabile, è stato plasmato al cento per cento dalla società stessa, per poter fare a meno di lei. In un certo senso e provvisoriamente. 

"Conoscere gli uomini e amarli lo stesso"

(Leone Tolstoj) 

Benedetto dunque conosce gli uomini, le loro debolezze e i loro limiti. Non nutre alcuna illusione a loro riguardo. Tuttavia, ed è questo che lo distingue da un Machiavelli, ad esempio, o da un Hobbes, la sua visione disincantata e realistica non lo induce a pensare che i figli di Adamo siano irrimediabilmente perduti e che non ci sia nulla da fare o da sperare. In Benedetto non c’è traccia di disprezzo o acredine, non c’é ombra dello "zelo tetro e amaro" (C. 73,1), che anima tanti puritani o idealisti che vogliono fare la felicità della gente suo malgrado.

Benedetto ama gli uomini per quello che sono, e specialmente i deboli, i malati, i vecchi, i poveri, i giovani, i peccatori, i recidivi (C. 31). Per loro vuole essere un "tenero padre", che "sempre preferisce la misericordia alla giustizia" (C. 64, 26), che "desidera farsi amare piuttosto che temere" (C. 64, 36). Machiavelli, e qui sta tutta la differenza, opta per la paura e il terrore (Il Principe, cap. XVII), Benedetto è il pastore di un gregge a cui non propone nulla di rigoroso o gravoso (nihil asperium, nihil grave, Prol. 107), in quella che, dopotutto, ai suoi occhi è soltanto una "piccola regola per nuovi adepti", (hanc minimam inchoationis regulam, C. 73, 23).

Di questa tenerezza, incessantemente e attivamente presente, si potrebbero moltiplicare gli esempi: ogni pagina della Regola ne offre a iosa. Notiamo, ad esempio, con quanta umanità Benedetto tratta i fratelli esclusi, per errori gravi, dalla comunità, gli scomunicati, i recidivi. Un problema sociale che ci è familiare anche oggi. Per lui costoro sono, anzitutto, dei malati (C. 27 e 28) ai quali la Comunità deve stare vicina con tutto il cuore, per evitare che affondino "in un abisso di tristezza" (abundantiori tristitia). Se tutti i rimedi falliscono, la Comunità deve ricorrere a "un mezzo più efficace", la preghiera, "affinché il Signore, che puo’ tutto, renda la salute al fratello malato" (C. 28, 17), che verrà così a resipiscenza. La stupenda parola! Derivata da sapientia, etimologicamente significa "ritorno alla ragione", e solamente in seguito assumerà il significato di "pentirsi". Essere – infine - ragionevole, comprendere, conduce al pentimento (speriamo).

La sollecitudine di Benedetto non si applica solo ai casi estremi, come quelli di cui abbiamo appena parlato, ma si estende agli aspetti più umili del vivere quotidiano. Ne è testimonianza questo passaggio del capitolo 22: "Levandosi,.. i fratelli si incoraggino dolcemente (sottolineo l’avverbio, L.M.), in modo da non offrire a quelli (ancora) assonnati il pretesto di reagire brutalmente". E altrove (Cap. 8): "Ci si leverà all’ora ottava della notte (cioè, tra le due o le tre del mattino), in base a una valutazione ragionevole... in modo che ci si alzi a digestione compiuta" (iam digesti surgant). E più avanti, questo passaggio, nel bel mezzo del capitolo relativo agli "uffici divini della notte", che tratta di un dettaglio assolutamente prosaico (ma Benedetto, padre del monastero, pastore del gregge, medico delle anime, Vicario di Cristo, pensa a tutto): "dopo un breve intervallo, durante il quale i fratelli potranno uscire per soddisfare i bisogni della natura" (ad necessaria naturae C. 8, 12)...

Bisogna prendere gli uomini come sono, nella piena coscienza della loro intima debolezza, della "debolezza dei deboli", (infirmorum contuentes imbecillitatem, C. 40, 6); organizzare, ad esempio, il lavoro con moderazione, tenendo conto di quelli che sono deboli (mensurate (...) propter pusillanimes) "infermi o delicati" (C. 48,57) e, soprattutto, è necessario non pretendere che siano conformi all’immagine astratta, idealizzata, che ci si è fatta dell’uomo.

Gli uomini bisogna accettarli per quello che sono, nella loro infinita diversità, nonostante le ineguaglianze nel sapere, nell’intelligenza, nella ricchezza spirituale, nella saggezza, nei meriti, nello zelo, nella resistenza fisica e morale, che li caratterizzano. Perché soltanto agli occhi di Dio esiste e può esistere uguaglianza: "noi serviamo, allo stesso titolo, nella milizia di un solo Signore" (C. 2, 56). Sul piano del terreno e del quotidiano, gli uomini sono profondamente ineguali. Benedetto lo sa e lo dice.

L’Abate dovrà dunque "piegarsi alle disposizioni della maggioranza", "senza parzialità", "secondo il valore dell’intelligenza di ciascuno" (C. 2, 92); "non turberà il gregge che gli è affidato" (C. 63, 5) con decisioni arbitrarie o nocive all’armonia della Comunità. Non deve logorare le sue pecorelle con troppe pretese, ma guidarle con "discernimento e moderazione" (discernat et temperat, C. 63, 42) - due parole-chiave del pensiero benedettino.

Dunque, niente gregari. Nessuna irreggimentazione, nessun livellamento alla base. Meno ancora ugualitarismo, questo attentato alla dignità della persona umana, che mortifica i migliori, abbassandoli ingiustamente al livello della folla, e avvilisce gli umili, facendo loro credere, mendacemente, che non esistono differenze tra gli uomini. L’Abate deve rispettare le diversità tra un uomo e l’altro e dare ad ognuno la possibilità di far fruttare il talento (Matteo, 25, 14-30) che Dio gli ha dato, e in questo modo di sbocciare.

L’età in sé non è un merito né un demerito: "in nessun momento, e in nessun caso, l’età saprebbe creare un prestigio o un’inferiorità" (C. 63,14): questo significherebbe l’introduzione di un elemento meccanico nel processo di giudizio e di scelta, e un attentato alle ricchezze potenziali della diversità. La frase è sconvolgente, per quell’era della gerontocrazia in cui fu scritta. Benedetto spiega: "spesso è proprio ai più giovani che Dio rivela la soluzione migliore" (C. 3, 8).

L’Abate dunque verrà scelto "in base ai meriti della sua vita e alla saggezza della sua dottrina, anche se è l’ultimo (per la data della sua professione, L.M.) nella gerarchia della comunità" (C. 64, 7-8). L’età non ha importanza; è (in linea di principio, perché gli uomini restano uomini) un sistema di selezione e di promozione che si basa su di un’amplissima gamma di scelte possibili.

Segue uno splendido quadretto di quel che deve essere il capo di un’impresa benedettina. L’Abate, "Vicario di Cristo", dalla cui volontà tutto dipende e deve dipendere, sarà, proprio per questo, moderato, riservato, indulgente; non sarà agitato o inquieto, eccessivo o ostinato, o geloso o troppo sospettoso (un po’ è bene che lo sia: è il destino di tutti coloro che dirigono un’impresa). Che non finga, soprattutto, di ignorare gli errori nascenti; che vi porti rimedio, che li "recida alla radice", appena "cominciano ad avere un peso". Che non esiti dunque a punire, ma "con prudenza e carità", "senza nulla di eccessivo", dosando i suoi interventi a seconda delle circostanze (Miscens tempora temporibus, C. 21, 13). (Questo vale per gli insegnanti, per gli ufficiali e per i capifamiglia).

Perché, di tutte le virtù che insegna Benedetto, quella che mette maggiormente in evidenza è la discretio, "madre di tutte le virtù" (C. 64, 48), ovvero il senso della misura, il discernimento, la moderazione, il giusto equilibrio tra quel che si può sperare dagli uomini e i gravami della realtà quotidiana.

In Benedetto non c’è niente di repressivo. Quando punisce, vuol punire l’errore o l’ostinazione in esso assai più che il colpevole. Dal momento che non si fa illusioni sugli uomini è incline a perdonare: ai suoi occhi, la colpa è parte integrante della natura umana, ed è alla luce di una simile visione che egli la giudica. Punire, punire un "malato", va bene, ma non troppo, "per non spezzare la canna (già) incrinata" (C. 64, 33), per non infrangere il vaso, a forza di voler "togliere la ruggine" (C. 44, 31): non sogniamoci di voler rendere gli uomini perfetti, soprattutto loro malgrado. Insomma, "che l’Abate odi i vizi, ma ami i fratelli" (C. 44, 27): la distinzione non è sempre facile da fare. E meno ancora da applicare nella vita di tutti i giorni: come amare questo fratello "vizioso", "colpevole", "malato", forse, ma "cattivo"? Benedetto ha piena coscienza del fatto che la vera grande arte è quella di governare gli uomini, come verrà detto nel medioevo: "ARS ARTIUM, GUBERNATIO HOMINUM". Egli sospira: "È un compito difficile e faticoso governare gli uomini" (C. 2, 84).

Che cosa si può sperare dagli uomini

La visione realistica degli uomini che impregna tutta l’esperienza personale di Benedetto e ispira la sua Regola, non induce affatto il Patriarca d’Occidente ad abbandonarli a se stessi; è convinto che del "gregge turbolento e indocile" che gli è affidato sia possibile fare qualcosa di buono. Questa "piccola Regola per i neofiti" può, quanto meno, permettere dì acquisire "onestà di vita e muovere i primi passi nella vita religiosa": per mezzo della preghiera, "breve", "pura e frequente", della mortificazione ("odiare la propria volontà"), con l’obbedienza e con la fede. Per mezzo della vita vissuta insieme ai fratelli, in quella preghiera di pietra che è il monastero, "l’officina (officina), dove, scrive Benedetto, dobbiamo lavorare diligentemente con tutti questi strumenti" (C. 4, 98), animati dalla ferma intenzione di restarvi sempre "legati" (stabilitas, C. 11, 99). "Militando sotto la Regola e l’Abate", incarnazione della Regola cui si deve obbedienza e clic è il solo autorizzato ad esigere tale obbedienza (Regulae auctoritas, C. 37, 3). Sono questi gli ingredienti fondamentali di tutta la vita religiosa.

L’Osservanza

Interviene ancora un altro elemento, altrettanto fondamentale, sia nella vita quotidiana dei religiosi, sia, questa volta, nella vita quotidiana del cittadino del nostro tempo: voglio parlare dell’osservanza. L’osservanza, che è la stretta applicazione, in tutti i momenti della vita, in tutte le azioni, di una attenzione tesa e totale. Significa fare, "senza ritardo", senza esitazioni, senza mormorare né replicare, senza tiepidezza o pigrizia, con zelo e applicazione la missione affidata a ciascuno, o semplicemente i piccoli doveri quotidiani. E farlo bene! Vuol dire essere sempre presenti a sé stessi, senza sosta: "Actus vitae suae omnia hora custodire" (C. 2, 56), che, in linguaggio moderno, si potrebbe tradurre: "conservare ad ogni istante il controllo delle proprie azioni", dei propri atti, dei propri gesti e del proprio pensiero. La distrazione, il ritardo, la balordaggine, la dimenticanza, il lapsus, la fantasticheria, la negligenza, l’errore (nell’oratorio, C. 45, a tavola, C. 38) non sono permessi. L’uomo è sempre considerato responsabile di ciò che fa, di quel che è e di quel che pensa. (È inutile, credo, sottolineare la modernità di questa esigenza: il self-control, la padronanza di sé, la razionalizzazione dei comportamenti, sono uno dei fondamenti dell’azione e della supremazia europea nelle società del passato. Cf. L. Moulin, L’aventure européenne, pp. 67-69).

Citiamo un solo passaggio della Regola, il capitolo 46, per illustrare quel che abbiamo appena detto: "Quando a un monaco, durante una qualunque attività, nelle cucine, in cantina, nel corso di un servizio, nella panetteria, in giardino, nell’esercizio di un mestiere, o in qualsiasi luogo (notiamo l’enumerazione, il più possibile esaustiva), capita di sbagliare, di rompere o di perdere qualche cosa, o di commettere un altro fallo, dovunque ciò avvenga... ": giacché tutto questo costituisce una colpa, un delitto (delictum). D’altronde, Benedetto precisa (C. 33): "Se qualcuno tratta uno degli oggetti del monastero senza garbo o con negligenza, sarà rimproverato. Se non si corregge (sempre quest’idea tipicamente benedettina: è la perseveranza a costituire la colpa per eccellenza), subirà la disciplina regolare", che va dalla reprimenda pubblica (C. 23), alla privazione della "comunità del desco" (C. 24), dalla scomunica alla verga.

In nessuna circostanza, per poco importante che sia, il monaco può sbagliare o cedere, né può giustificarsi dicendo "non l’ho fatto apposta". Certo, ma hai sbagliato. Oppure "Ho creduto di far bene": bisogna far bene, e non "credere" - questo verbo invertebrato - di averlo fatto. E così di seguito. Praticando giorno dopo giorno, scrupolosamente, queste virtù, è possibile diventare un pochino migliori di quanto non si fosse al punto di partenza; senza illusioni, perché la caduta e la recidiva non sono mai lontane e sono sempre possibili. Taluni, tuttavia, potranno percorrere un cammino più arduo (omnia dura et aspera) che permetterà loro di "raggiungere le più alte cime della dottrina e della virtù" (C. 73, 25), e "per mezzo del quale si arriva a Dio" (C. 58, 18). Ma non a tutti è dato il percorrere questo cammino: "paucorum est ista virtus" (C. 49, 31). Morale; l’uomo non è, in alcun momento, il prodotto esclusivo del suo ambiente e/o dell’ereditarietà; può, se vuole (e, fatto "a immagine e somiglianza di Dio", è, per definizione, dotato di libertà e di volontà), diventare diverso e migliore di quel che sarebbe, se fosse in balia di se stesso. Egli può costruire la sua vita.

La dolcezza dei rapporti umani

È questo l’ultimo grido della saggezza benedettina, in quanto essa ha ancora di valido per l’uomo d’oggi? Qualche tratto, di un’abbagliante attualità, completa il quadro. In un monastero si vive gli uni sugli altri: è la più dura delle mortificazioni, mi disse un Padre Trappista (insieme alla solitudine, mi fiata un Certosino). I contatti quotidiani sono molteplici, inevitabili; essi inaspriscono singolarmente quanto può esserci di doloroso, di penoso o di francamente insopportabile nella presenza di questo o di quello (pensiamo alle tensioni che scandiscono la vita di due persone che vivono insieme da molti anni). La Regola e le Leggi Consuetudinarie sono lì apposta per evitare che esplodano clamorosamente gli attriti che esistono, latenti, nel seno della Comunità più profondamente unita nelle cose essenziali; ma la vita quotidiana è fatta di simili momenti di tensione. Nei capitoli 4 e 36 della Regola - in particolare - Benedetto ha raccolto un breve trattato di civiltà sul modo di evitare urti di questo genere che, per secoli e ancora oggi, ha impregnato e impregna l’intera vita benedettina e le dona quella dolcezza, quella tenerezza umana, quella serenità dell’anima, che sono le sue caratteristiche. Citiamo: gli ospiti, i forestieri, saranno ricevuti "tamquam Christus" (C. 53, 2); si cureranno i malati "come se fossero Cristo" (C. 36, 2).

"Fare a gara per onorarsi a vicenda": è il rispetto per la Persona dell’Altro in quanto ha di essenziale e di unico (avviso agli automobilisti). "Fare a gara per ubbidire gli uni agli altri": il religioso non ubbidisce soltanto alla Regola, all’Abate e agli "ufficiali", che questo ha scelto; deve ubbidire agli altri, a tutti gli altri. "Sopportare pazientemente le infermità altrui; sia quelle del corpo che quelle dello spirito". Aggiungiamo: e anche le proprie, per non disturbare gli altri con lamentele superflue e con la descrizione minuziosa dei propri mali.

"Avere per l’Abate un affetto umile e sincero": non basta obbedire, bisogna amare. Il grande saggio Konrad Lorenz, Premio Nobel per la medicina nel 1973, ha scritto: "Il rispetto della gerarchia e l’amore non sono incompatibili". Il monaco, dunque, deve anche amare il suo Abate. Ecco perché se, dopo esser stato rimproverato, si accorge che il suo superiore "è irritato con lui o in collera, per quanto poco (quamvis modice), gli chiederà perdono fino a quando la sua benedizione gli avrà fatto capire che la collera si è calmata" (sanetur illa commotio). Perché bisogna riconciliarsi, "fare pace" (in pacem redire), prima del calar del sole, "con quelli che sono in discordia con voi" (C. 4, 88), (se lo ricordino le coppie, vecchie e giovani).

«Venerare gli anziani. Amare i più giovani». Altrove (C. 63, 23): «I più giovani onoreranno gli anziani e gli anziani avranno dell’affetto per i giovani»; (minores suos diligant: notate la tenerezza del suos). Ed ecco qualcosa che riguarda direttamente l’uomo d oggi che e fin troppo incline ad attribuire la responsabilità delle sue colpe alla sorte, all’ereditarietà o all’ambiente , o a tutto insieme in un magma confuso: «Riconoscersi» sempre come autori del male che è in noi e farcene carico». (C. 4, 49).

Civiltà di tutti gli istanti cortesia, tenerezza fraterna, carità, educazione, quel «riconoscimento quotidiano della dignità umana», Scrive Bernard de Jouvenel, equilibrio di una vita armoniosamente distribuita tra la vita spirituale, il lavoro, la distensione, il riposo: valori questi che, da secoli, Sono l’appannaggio della vita monastica se non, sotto molti aspetti, quelli che popolano le nostalgie dell’uomo moderno, che si sforza di ritrovarli, bene o male, nella sua seconda casa o nelle sue gite domenicali: i valori dell’interiorità, i cibi semplici e naturali, il silenzio, la natura, i riti della convivialità e, chissà?, qualche volta, la preghiera.

NOTE

(1) Léo Moulin, «Sanior et maoir pars. Etude sur l’évolution des techniques électorales et délibératives dans les ordres religieux du VI au XIII siècle», Revue historique de droit français et étranger, n. 3 et 4, 1958.

(2) Il primo codice elettorale è quello di Lorenzo di Somercote: risale al 1254.

 


 
   

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