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Il grido silenzioso



 

Il realismo di Fini
 di Giovanni Cantoni

Finalmente un’idea politica e non mera gestione amministrativa dell’esistente

[Da "Il Foglio", 15 Ottobre 2003]

Le dichiarazioni dell’on. Gianfranco Fini sulla problematica circa il trattamento istituzionale da riservare agl’immigrati regolari da parte dello Stato italiano sono state occasione di polemiche diverse e di diverso peso. I "soliti noti" ne hanno tratto da un lato motivo per denunciare la confusione che regnerebbe sovrana nella Casa delle Libertà, dall’altro per dichiararsi gradevolmente sorpresi dalla proposta avanzata dal vice premier del governo di centrodestra. Lo hanno in questo modo arruolato surrettiziamente e con intenti polemici a sinistra e hanno così, per l’ennesima volta, "messo male" fra le file avversarie, cioè incrementato appunto la confusione denunciata. Per certo queste modeste mosse non hanno avuto particolare successo, se non massmediatico. Ma meritano forse qualche notazione a margine. In termini generali, che cosa ha fatto il massimo esponente di Alleanza Nazionale? In primo luogo ha reso noto e ha preso atto del successo, nei suoi elementi quantitativi forse insperato, conseguito dalla cosiddetta Legge Bossi-Fini. Quindi è andato oltre, in questo modo facendo un passo nel territorio che si stende fra l’amministrazione, la nobile attività intesa a organizzare l’esistente, e la politica, l’altrettanto nobile attività vocata a organizzare il prevedibile. Che cosa di diverso dovrebbe fare chi, avendo verificato il successo di una mossa gestionale, ha titolo - se non, piuttosto, addirittura dovere - a ipotizzare la gestione politica delle sue conseguenze?

Dunque, sull’Italia - come sull’Europa tutta - incombe una tragedia demografica: secondo dati forniti dall’ONU il decremento della popolazione in età lavorativa, cioè dai 15 ai 65 anni, è previsto in -14,8% fra il 2000 e il 2025 e in -31,8% fra il 2000 e il 2050. Tale decremento, che mina alla radice la struttura della piramide generazionale, contribuisce - con la malagestione pubblica - al disastro previdenziale e colora di nero il futuro della struttura produttiva, cui servono non solo investimenti e brevetti, ma anche mano d’opera, e mano d’opera adeguatamente retribuita, pena il venir meno degl’importantissimi consumatori. Il tutto nel costante perseguimento di un equilibrio di questi diversi fattori, non certo di una condizione definitivamente stabile, che peraltro non avrebbe assolutamente i caratteri della perfezione, irrealizzabile in questo mondo, ma del rigor mortis. E il popolo italiano - come quello europeo -, "demograficamente suicida", tenta di reintegrare il proprio deficit attraverso quell’incremento delle nascite sui generis, quel modo di "adozione sociale" costituito dall’immigrazione. Quindi, in Italia - come nell’intera Europa - trovano ampio spazio immigrati da paesi in cui arretratezza economica e/o instabilità politico-sociale si sposano a normali incrementi demografici. Il loro arrivo è percepito come un’autentica aggressione, mentre se ne nasconde consuetamente la necessità, tale non affinché il nostro mondo materialmente migliori, ma perché almeno materialmente non peggiori. All’arrivo, non spontaneo ma voluto e organizzato malavitosamente - infatti i cingalesi o i centrafricani non sono frontalieri -, si è proposto di far fronte il governo di centro-destra con la Legge Bossi-Fini, intesa non a negare i problemi - la necessità dell’immigrazione e il modo della sua realizzazione -, ma ad avviarli a soluzione, anche se di tali problemi il primo, la necessità, è stato ed è ampiamente messo in ombra.

Fin qui si può parlare soprattutto, se non esclusivamente, di amministrazione dell’esistente. Ma, a questo punto, si presentano problematiche che, a partire dall’esistente, aprono sul futuro prevedibile, sul cosiddetto "prossimo futuro". E qui entrano obbligatoriamente in gioco la politica e i suoi operatori. Infatti, non basta l’enunciazione anche reiterata di parole a effetto, come "integrazione" e "multiculturalità", ma occorre immaginare un addestramento adeguato, un training che preveda non solo l’acquisizione di una qualificazione professionale e della competenza linguistica, ma che prepari pure al passaggio dallo status d’immigrato a quello di cittadino integrato culturalmente. E "culturalmente" vuol dire anche amministrativamente e politicamente, dunque - è l’ipotesi fatta dall’on. Fini - significa addestrare alla "politica congiunta alla cittadinanza" attraverso una previa partecipazione da definire alla vita amministrativa, addestramento forse da legare a una consistente e regolare permanenza, quale - per esempio - quella attestata dal rilascio della carta di soggiorno. Ergo, la logica che chiede gradualità e non improvvisazione presiede all’apertura formale del problema da parte di chi pratica professionalmente la politica. Diversamente si vive di emergenze, che sono tali non perché si tratti di situazioni improvvisamente emerse, come nel caso di una calamità naturale, ma perché irresponsabilmente trascurate e/o maliziosamente occultate. Diversamente - ancora - della stessa Legge Fini-Bossi si rivelerebbe di avere - o si finirebbe per avere - una percezione strettamente emergenziale, come di un gesto compiuto per contenere un’ondata e non come una tappa di un percorso.

I problemi sono la realtà

Infine, un tale atteggiamento di lungo respiro può essere qualificato solo sulla base di parametri adeguati. I problemi non sono né di destra né di sinistra: i problemi sono la realtà di domani implicita, per chi la sappia o la voglia vedere, nei fatti di oggi; quindi, i problemi sono in qualche modo " la realtà". Ma è realista, quindi di destra, chi li affronta per tentare di risolverli, mentre è di sinistra servirsene per immaginare confusamente e a lungo termine "mondi nuovi possibili", insomma utopie - e per essere "fantasticatori" non è necessario andare alla fiera degli scampoli ideologici di Porto Alegre, basta pensare che gl’immigrati siano "pezzi di ricambio" -, e coglierli concretamente e a breve termine solo per mettere in difficoltà l’avversario politico.

Mi si dice che uno dei padri del neoconservatorismo statunitense, Irving Kristol, affermi da qualche parte che un neoconservatore è "[...] un progressista che è stato colpito dalla realtà". In attesa che i progressisti nostrani subiscano lo stesso trauma, quanti non sono progressisti - non dico felicemente conservatori - non devono almeno disturbare con chiacchiere distraenti e inconsistenti chi si sforza di affrontare seriamente la realtà perché la coglie prima di esserne colpito.

© Il Foglio

 


 
   

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