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Il grido silenzioso



 

Il suicida di Cercola e gli immigrati del duomo di Treviso
 di Rino Cammilleri

[Da "Il Giornale", 31 agosto 2002]

Quando un Paese che si vanta di essere la quinta o sesta potenza industriale del pianeta permette che uno dei suoi cittadini si tolga la vita per la disperazione di non saper come sfamare i suoi figli c’è qualcosa che non quadra. E non quadra anche perché, in contemporanea, i telegiornali trasmettono le immagini dell’occupazione del duomo di Treviso da parte di immigrati che protestano per ottenere alloggi. Paragonate, le due notizie disegnano qualcosa che con buona dose di eufemismo si potrebbe definire una disarmonia, quella che non è mai stata composta tra il Nord e il Sud dell’Italia.

Un eterno precario napoletano sceglie un mezzo clamoroso e agghiacciante per attirare l’attenzione sul suo caso: darsi fuoco fino a morire. Ha ben sei figli; dunque, è uno dei pochi che ha preso sul serio l’allarme denatalità. Ma, anziché premiarlo e additarlo ad esempio, lo si lascia vivere, lui e la sua famiglia, in un sottoscala di cinquanta metri quadri, a pagamento per giunta. Il deprecato regime fascista l’avrebbe ritratto sulle copertine delle riviste propagandistiche; la moderna democrazia parlamentare, vanto e merito del popolo italiano, non gli ha neanche dato uno straccio di lavoro fisso. Spostiamoci a Treviso.

Qui, un gruppo di nordafricani anziché protestare in moschea hanno invaso il duomo, sicuri che il vescovo, lungi dal farli buttare fuori, avrebbe distribuito caramelle ai loro bambini. Ma diciamolo: e che doveva fare, quel presule? L’immagine che il buonismo imperante ha imposto ai preti è quella del "buon pastore", con buona pace del don Camillo guareschiano che sarebbe intervenuto a maniche rimboccate. Così, per non dover passare le settimane successive a giustificarsi in estenuanti interviste con i media (un vescovo ha un sacco di cose, e più serie, da fare), ci si adegua all’immagine che ormai la gente si aspetta e si cerca di risolvere la cosa con le buone. Anche se ciò finirà col costituire un pericoloso precedente.

Il sindaco di Treviso, da parte sua, si è lasciato scappare quell’infelice frase sulla "razza del Piave". I veterani dell’intervista volante sanno bene che sono altri i modi per esprimere quel che tutti pensano ma che nessuno osa dire (già, perché dopo aver scritto in lettere di fuoco le parole "libertà d’espressione" sulla nostra Costituzione, a questo siamo finiti: all’autocensura). Bene, vorrà dire che quel sindaco farà esercizio. Invitati a venire a impiegarsi in campagna, dove le case ci sono e il lavoro abbonda, gli extracomunitari hanno risposto picche. Trovati loro gli alloggi in affitto, hanno detto che sono troppo cari. Qualche bella penna ha riesumato i trascorsi d’emigrazione dei veneti, dimenticando di dire che quando si ha davvero fame - e gli emigrati veneti lo hanno dimostrato a suo tempo - a fare i difficili non si pensa neanche. Ma torniamo alla disarmonia di cui si discorreva.

La quale introduce una curiosità: come mai nel Sud ci sono disoccupati italiani che si suicidano e nel Nord si importano maghrebini? Si dirà che certi lavori gli italiani non li vogliono più fare. Ma, a quanto pare, neanche i nordafricani, visto che nelle campagne del trevigiano darebbero anche la casa a chi vi si occupasse. Oh, certo, la questione è complessa; la questione è sempre più complessa di come la si pone in un commento di giornale. Ma esiste, e forse tocca proprio a Bertoldo dare la sveglia al re. La gente comune si chiede: visto che in certe zone d’Italia non c’è lavoro e in altre ce n’è troppo, perché non portare al Nord i disoccupati del Sud? Qualcuno avanza l’ipotesi che la vita al Nord sia troppo cara, specialmente il fitto delle abitazioni. Ma se, a quanto pare, si sta trovando una soluzione per gli occupanti il duomo, perché soluzioni del genere non sono state neppure tentate, e a suo tempo, per i disoccupati del Sud?

© Il Giornale

 


 
   

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