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Il grido silenzioso



 

La scomoda voce della franchezza
 di Franco Cardini

[Da "Il Resto del Carlino", 14 settembre 2000]

Il Cardinale di Bologna, per come lo ricordo, è un ardito innesto di franchezza lombarda in una città esperta nell’arte di arrotondare gli spigoli. Evidentemente, gli anni non hanno reso Sua Eminenza meno spigoloso. La nota pastorale sui rischi dell’immigrazione islamica è una sfida, un tabù del "politicamente corretto", per cui il senso dell’identità nazionale deve considerarsi una volgarità provinciale mentre la disponibilità al meticciato culturale distingue le persone sintonizzate sullo spirito del tempo.

Sarà divertente, adesso, osservare l’imbarazzo dei politicanti per questa "provocazione" di un principe della Chiesa. Un imbarazzo che coinvolge tanto il centrosinistra, perché non osa sostenere le proprie convinzioni dacché un’indagine Censis ha rivelato che i tre quarti degli italiani la pensano più o meno come Biffi, quanto il centrodestra paralizzato dal terrore di essere assimilato ad Haider, l’orco della Carinzia.

Fortunatamente ci è risparmiato, in quanto laici, l’ulteriore imbarazzo di vedere un uomo di Chiesa farsi carico in solitudine di un problema - la salvaguardia della "identità della Nazione" - che gli uomini politici, per un motivo o per l’altro, ignorano. Infatti il medesimo problema era stato recentemente sollevato da due studiosi, Giovanni Sartori e Galli della Loggia, con interventi pubblici coincidenti con l’opinione del Cardinale. Dunque, nell’assordante silenzio della politica c’è almeno qualcuno che si preoccupa di dare voce al senso comune degli italiani. I quali sono preoccupati nel constatare come la poesia della "cultura dell’accoglienza" si rovesci nella prosa di un incremento della pubblica insicurezza dovuto alla criminalità d’importazione. Mentre la poesia di una mai vista "società multiculturale", in cui i costumi più svariati convivono armoniosamente arricchendosi con lo scambio delle diverse esperienze di vita, si muta facilmente nell’incubo della Bosnia, del Libano, dei molti massacri etnici africani o asiatici. Donde domande vaganti in attesa di risposta: fino a che punto aprire le porte? E a quali condizioni? Possiamo permetterci di considerare l’Italia e l’Europa come vuoti a perdere, abbandonati alla sommersione da parte delle culture migranti, come se nulla più potessero offrire alla civilizzazione e alla storia del mondo?

La risposta del Cardinale non sembra diversa, nell’essenziale, da quella che è la politica tradizionale della Francia repubblicana e, oggi, anche della Repubblica federale tedesca. Possiamo accogliere manodopera straniera di qualsiasi provenienza, in proporzione alle capacità di assorbimento delle attività economiche e delle strutture di accoglienza, ma dobbiamo prendere in considerazione come possibili connazionali soltanto quegli immigrati che offrono ragionevoli garanzie di volersi e potersi integrare. Tali garanzie, un immigrato di religione e cultura islamiche difficilmente può darle. In Francia se ne è avuta la riprova quando, dopo l’indipendenza dell’Algeria, sono state aperte le porte agli harkis, costretti alla fuga per aver combattuto insieme con i francesi contro i loro fratelli algerini. Erano musulmani francesi di cuore, se non di sangue, ma i loro figli e nipoti hanno ascoltato il richiamo delle radici e sono diventati un corpo estraneo, spesso ostile e sempre non assimilabile nella società di accoglienza.

Qui il razzismo non c’entra, con buona pace del segretario delle comunità islamiche in Italia che se l’è presa, a sproposito, con Biffi. C’entra, invece, la forza di una cultura teocratica che sottomette ogni scelta individuale ai precetti coranici, senza lasciare nulla a Cesare. Tra la "visione integralista della vita" propria dell’islamismo e il pluralismo della civiltà europea, liberale e cristiana, non c’è mescolanza possibile. Come tra l’acqua e l’olio. Il che non significa discriminare i musulmani che vogliono venire a lavorare da noi. Ma semplicemente pretendere che si sottomettano alle nostre leggi e che l’eventuale ammissione alla cittadinanza sia soggetta a precise condizioni. La debolezza del nostro Stato in trasformazione è tale che lo stesso ministro del Tesoro si proclama entusiasta dei vincoli imposti da Bruxelles alle sue scelte politiche. Ragione di più per stare attenti a chi ci mettiamo in casa, ora che la sopravvivenza del paese Italia non poggia sulla forza dello Stato, ma sulla capacità di coesione di una comunità umana formata dalle tradizioni e da un certo modo di vivere. Certo, italiani non solo si nasce ma si diventa. Però bisogna volerlo e non è per tutti.

© Il Resto del Carlino

 


 
   

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