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Il grido silenzioso



 

L'ora di un confronto spassionato e leale
 di Stefano Zamagni

Sull’immigrazione

[Da "Avvenire", 4 Ottobre 2000]

Lo stupefacente dibattito, accompagnato da una fioritura di polemiche inutili e talvolta capziose, che ha fatto seguito - ad esempio - agli interventi sull’immigrazione svolti dal cardinale Giacomo Biffi, ha evidenziato una volta di più la bassa propensione della società italiana al confronto spassionato e leale delle idee. L’uso strumentale, a fini anche politici, che da una parte (i critici) e dall’altra (i sostenitori) è stato fatto di questi pronunciamenti e soprattutto l’incapacità dimostrata da una parte di opinionisti e commentatori di afferrare il significato ultimo delle dichiarazioni rese dall’arcivescovo di Bologna dicono di una certa povertà di temi del nostro dibattito politico-culturale, una povertà che - come sempre accade - sospinge i più a concentrare l’attenzione sul dito anziché sulla luna verso cui il dito indica. 

Due punti importanti mette conto subito precisare. Primo, i passi "incriminati" degli interventi del card. Biffi non sono rivolti alle comunità cristiane in quanto tali, ma alla società civile e ai policy-makers in special modo. Sono dunque fuori luogo, o meglio fuori bersaglio, le reazioni di tutti coloro che volendo prendere le distanze dagli interventi biffiani lo fanno scomodando il Vangelo o la prassi ecclesiale. Le buone regole del metodo argomentativo, infatti, ci dicono che deve esserci congruenza tra piano e strumenti della critica e oggetto della stessa. Quando non si tiene conto di ciò, il rischio è di scivolare sul versante pendente dell’integralismo: si vorrebbe impedire ad un uomo di Chiesa, solo perché tale, di occuparsi di questioni laiche o civili. La critica, che è sempre benvenuta, deve dunque riferirsi all’oggetto, e non al soggetto del discorso. In secondo luogo, gli interventi del card. Biffi hanno come referente pratico non già la politica dell’accoglienza degli immigrati, al cui proposito egli così si esprime: "Di fronte a un uomo in difficoltà - quale sia la sua razza, la sua cultura, la sua religione, la legalità della sua presenza - i discepoli di Gesù hanno l’obbligo di amarlo operosamente e di aiutarlo a misura delle loro concrete possibilità" (n. 39). Piuttosto la prospettiva del pastore bolognese è in questo caso quella propria della politica chiamata a operare per un inserimento definitivo dell’immigrato nella società di accoglienza. Non sono dunque in questione gli interventi emergenziali, né l’aiuto che sempre e comunque va dato a tutti coloro che si presentano in situazioni di bisogno alle frontiere. Eppure, non pochi tra coloro che sono intervenuti nel dibattito hanno interpretato quelle parole come se da esse discendesse l’invito a discriminare gli ingressi in base alla fede religiosa di chi si presenta ai confini. Se proprio si vuole usare il termine (improprio) selezione, questa va riferita alla fase iniziale del processo migratorio, non a quello finale. (D’altro canto - e rilevo qui una certa dose di ipocrisia - nessuno, o quasi, solleva obiezione e perplessità quando si parla di selezionare gli afflussi in base al profilo professionale o alla condizione lavorativa e familiare di chi chiede di entrare nel nostro Paese). 

Ciò premesso, ritengo che la questione centrale sottesa agli interventi citati possa essere posta nei termini seguenti: preso atto che il modello assimilazionista - per intenderci il modello "francese" di integrazione forzata dell’immigrato nella società ospitante - non è più in grado di funzionare nelle attuali condizioni storiche e preso altresì atto che non può essere legittimata sul piano dei principi la posizione di chi vorrebbe mantenere in situazioni di marginalità, quasi di ghettizzazione, l’immigrato all’interno del Paese di arrivo, è saggio ed eticamente accoglibile il modello interculturalista, che al momento sembra raccogliere i maggiori consensi? L’idea che sta alla base della proposta interculturale è semplice: si tratta di incorporare nella cultura del Paese di accoglienza "pezzi" rilevanti delle culture di cui sono portatori gli immigrati. Solamente così, infatti, si riuscirebbe a riconoscere e dunque a tutelare non solo gli interessi ma anche le identità di chi giunge ospite. 

Si pone allora la domanda: il progetto di ibridazione culturale è desiderabile, prima ancora che fattibile? Intravvedo qui almeno due grosse difficoltà, quelle sulle quali ha voluto richiamare l’attenzione lo stesso arcivescovo bolognese. In primo luogo, è certamente vero che il contatto e il confronto di culture diverse porta queste a modificarsi a vicenda provocando influenze e scambi che non si identificano con la pura assimilazione. L’immagine dell’insalatiera (salad bowl), introdotta di recente dal Consiglio d’Europa, trasmette l’idea di "integrazione con interazione". Ma ciò presuppone che risulti soddisfatta la condizione di equivalenza o di pareteticità tra le culture. Diversamente, il rischio è che mescolando ingredienti tra loro non combinabili si ottengano risultati perversi. Si pensi a quello che potrebbe accadere in campo educativo se, in nome del reciproco arricchimento, si dovesse realizzare una scuola propriamente interculturale nella quale ciascun bambino dovesse acquisire le norme sociali di comportamento, le tradizioni di pensiero, gli stili di vita - sono questi i tre pilastri che definiscono una cultura - delle culture rappresentate dai ragazzi presenti nella varie classi scolastiche. 

La seconda e più rilevante difficoltà è quella che concerne i limiti morali di una richiesta legittima di riconoscimento a livello istituzionale, cioè pubblico, per una particolare cultura. La società interculturale, nel momento stesso in cui postula la convivialità delle differenze non può eludere il problema della definizione di valori su cui tutti si sentono impegnati, dell’adesione cioè ad un nucleo duro di diritti che, nell’attuale temperie culturale, non può che essere quello dei diritti fondamentali dell’uomo. Che ne è allora di quelle culture che chiedono di partecipare al progetto interculturale ma che non accettano di trasformarsi per accogliere lo statuto dei diritti fondamentali dell’uomo?
Come si può parlare di "scambio tra le culture" o di "attività interculturali comuni" (cfr. il T.U. sull’immigrazione, D. Lgs. 25/7/1998 n. 286), se non vengono previamente sciolti i nodi posti da domande del genere? Come si comprende, la questione cruciale che una politica del riconoscimento delle differenze deve essere in grado di risolvere è: come assicurare a tutti il soddisfacimento dei diritti fondamentali dell’uomo e al tempo stesso garantire uno spazio pubblico in cui i soggetti portatori di una identità culturale diversa da quella del Paese ospitante possano mettere a confronto le loro rispettive posizioni in modo pacifico e possano negoziare, senza violenza, la tutela dei loro interessi. 

È questo il grande tema sollevato dalla provocazione intellettuale dell’arcivescovo Biffi, un tema che - dispiace osservarlo - non è stato colto dalla più parte dei vari interventi. Se si conviene che non tutti gli aspetti delle diverse culture sono degni di eguale considerazione, il problema che sta di fronte a noi è allora quello di discernere ciò che, di una data cultura, è condivisibile, rispettabile, tollerabile e ovviamente ciò che non può essere tollerato. Chiaramente, la tolleranza costituisce il primo grado di accettabilità di una determinata posizione; il rispetto, invece, è una rete a maglie più strette; ancora più strette sono le maglie della rete della condivisione. Infatti, per rispettare una posizione non abbiamo bisogno di condividerla; dobbiamo piuttosto accertare che essa rispecchi un punto di vista morale che, pur non coincidendo con il nostro, non contraddica quel nucleo di valori di cui sopra si diceva. E così via. A nessuno sfuggirà come tale lavoro di discernimento sia necessario per assicurare la sostenibilità di un governo del processo migratorio che non si limiti ad una mera politica per l’immigrazione ma che voglia giungere ad una vera e propria politica dell’immigrazione. Esso è ancor più necessario per scongiurare il rischio di confondere la tolleranza o il rispetto per le diversità culturali con forme di complicità con le violazioni dei diritti fondamentali che, in nome dell’interculturalismo, potrebbe venire compiute e razionalizzate.

© Avvenire

 


 
   

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