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Il grido silenzioso



 

Biffi, in gioco la politica delle libertà positive
 di Marco Olivetti

Nessuno tocca i diritti

[Da "Avvenire", 15 Settembre 2000]

La recentissima lettera pastorale del cardinale Giacomo Biffi dal titolo "La città di san Petronio nel terzo millennio" pone, nel quadro di finalità più generali (di tipo, com’è ovvio, squisitamente pastorali), alcuni quesiti di eminente rilevanza civile. Questi ultimi hanno ricevuto grande eco nella società politica e sui mass media laici, ma nello stile ormai consueto della "società del maggioritario": degli "evviva" e degli "abbasso", parimenti errati per il modo in cui si sono espressi. 

La questione centrale, com’è noto, è quella dell’immigrazione e, all’interno di quest’ultima, dell’immigrazione musulmana, nell’ottica non della comunità cristiana (circa la quale il cardinale ribadisce che lo stile non può essere che quello dell’evangelizzazione rispettosa e della carità operosa: nn. 38-41 della lettera), ma nella prospettiva della comunità civile. 

Ad una attenta lettura, nella lettera pastorale si evidenziano - sul punto - alcuni problemi specifici:
a) non è irrilevante (ai fini del loro armonico inserimento nella nostra comunità civile) la fede religiosa degli stranieri immigrati nel nostro Paese (n. 43);
b) per gli immigrati di religione musulmana, occorre tenere presente una serie di diversità culturali a notevole rilevanza pubblica (e che attengono ad esempio alle forme di alimentazione, al giorno festivo osservato, al diritto di famiglia, alla condizione sociale e giuridica della donna, alla concezione del rapporto tra comunità civile e comunità religiosa) (n. 44);
c) non va dimenticato che il cattolicesimo è parte del patrimonio storico del popolo italiano e che, come tale, presenta una rilevanza particolare nella vita civile del Paese (n. 45). 

Queste rilevazioni si prestano ad alcuni brevi commenti. Per la prima volta viene posto esplicitamente un problema che è già stato oggetto di dibattito in altri Paesi d’Europa, i quali hanno affrontato (in maniere diverse) il problema di forme di immigrazione eterogenee rispetto alla cultura nazionale. Eppure, per "misurare" esattamente la questione occorre anzitutto "collocarla" nel suo ambito. E il suo ambito non è quello dei diritti civili individuali, che sono - diciamolo chiaro - fuori discussione. Non è in gioco, in particolare, il problema della libertà religiosa individuale, intesa - secondo quanto stabilisce ad esempio la nostra Costituzione (art. 20) - come libertà di professare individualmente la propria fede religiosa, di farne propaganda e di esercitarne anche in pubblico il culto, col solo limite del buon costume. Si giustifica qui, com’è noto, la pretesa del singolo a che lo Stato (o anche terzi soggetti) si astenga dall’arrecare turbative di qualunque tipo ad una sfera di libertà riconosciuta al titolare di essa (che, si badi bene, in questo caso è riconosciuta a tutti e non solo ai cittadini: quindi anche agli stranieri). E non è nemmeno il problema della libertà di professare la fede religiosa in forma associata: dimensione che, com’è ovvio, è inseparabile dalla prima per qualsiasi fenomeno religioso, il quale - per sua natura - pur essendo individuale, è a proiezione collettiva.
Il problema, insomma, non attiene ai diritti civili, né alle "libertà negative" intese come ora si è detto. Quella che qui interessa potremmo qualificarla come una questione relativa alle "libertà positive", per le quali si richiedono allo Stato prestazioni di vario tipo. E’ questa l’area nella quale è ammissibile ragionare di una "politica delle libertà" ed è qui che si situano - le si condivida o meno - le osservazioni del cardinale Biffi. 

Qui - tra l’altro - si colloca la rilevanza pubblica e collettiva del fenomeno che va sotto il nome di pluralismo religioso, nell’ambito del quale fioriscono problemi come l’educazione scolastica, l’alimentazione nelle mense pubbliche, l’uso del velo islamico nelle scuole da parte di donne minorenni, la garanzia della parità della donna nella concreta gestione della vita familiare, lo stesso rapporto tra fede e società civile… 

E qui si colloca anche la questione di un eventuale favore nei confronti dell’immigrazione di stranieri di religione cristiana. E’ del tutto evidente che non si tratta di discriminare chi arriva alle nostre frontiere - in condizioni spesso di estremo disagio - in base alla convinzione religiosa; si tratta piuttosto, in sede di definizione delle quote di immigrazione, spesso concordate con Paesi stranieri, di valutare se non possa essere vantaggioso per gli stessi processi di integrazione che la compatibilità religiosa sia tenuta in considerazione. 

C’è infatti una variegata serie di situazioni, nelle quali la diversità di convinzioni religiose da parte dei gruppi di stranieri residenti stabilmente sul nostro territorio (e, domani, forse, di nostri concittadini) va commisurata con le tradizioni storiche del nostro Paese. Tradizioni che, certo, non sono un dato immutabile, ma anzi evolvono continuamente, anche al contatto con la diversità (che è spesso una ricchezza) e che diventano archeologia, e non più storia, se messe in naftalina. Ma comunque tradizioni che rappresentano l’eredità che abbiamo ricevuto dai nostri padri e che abbiamo l’impegno di trasmettere - arricchite da feconde contaminazioni col tempo presente - a chi verrà dopo di noi.

© Avvenire

 


 
   

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