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Il grido silenzioso



 

Elogio della censura
 di Rino Cammilleri

[Da "Il Timone" n. 24, Marzo/Aprile 2003]

Una delle tante cose che si rimproverano alla Chiesa è l’avere avversato la libertà di stampa fin dal suo inizio. E il suo inizio coincide con Gutenberg. Ora, va detto che ogni innovazione tecnologica porta, come tutte le cose, il marchio del Peccato originale. Per esempio, inventata la fotografia, il secondo soggetto immortalato fu una donna nuda. Il Vaticano, sempre per esempio, fu il primo al mondo a dotarsi di telefono, con ben dieci linee a commutazione automatica. Dai due esempi traiamo la posizione cattolica sulle novità: bene l’invenzione, male il cattivo uso.

La stampa a caratteri mobili fu subito usata da Lutero & C., indovinate per farci cosa. La Chiesa reagì con l’Indice dei "libri proibiti", scandalo inaudito per i libertari e grande fesseria per gli informati: detto Indice ci mise poco a diventare la guida per i golosi e il "tre stelle michelin" per chi, pur non eretico, non sapeva resistere al fascino del proibito. Efficacia? La si desuma da questi dati: perché un libro venisse inserito nell’Indice occorreva che i prelati della congregazione apposita venissero a conoscenza dell’esistenza di un libro probabilmente eretico (che, dunque, già circolava); poi bisognava procurarsene una copia (alla velocità delle curie del XVI secolo); indi esaminarlo accuratamente (col necessario intervento di teologi o scienziati, a seconda del ramo interessato; anche traduttori, se opera straniera); infine, decidere se vietarlo del tutto o censurare solo le parti giudicate erronee. Quest’ultima cosa implicava la censura (inchiostro nero sulle righe imputate) su tutte le copie. Certi libri si riusciva a inserirli nell’Indice solo dopo mezzo secolo (garantendo loro, tra l’altro, un ulteriore lancio pubblicitario).

Insomma, l’Indice ha solo fatto la felicità dei laicisti, che lo paragonano ai roghi di libri nel Terzo Reich (mai a quelli nell’Urss) e continuano a stracciarsi le vesti ancora oggi, meravigliandosi che il papa non l’abbia infilato nei "mea culpa" di fine secolo. Ora, la libertà di stampa fu invocata da Lutero pro domo sua, guardandosi bene dal concederla a chi, dalle sue parti, osava dissentire da lui. Idem per Calvino e gli altri. Divenne uno dei cavalli di battaglia degli Illuministi, ma ci pensò Robespierre a farla ritornare a senso unico. Insomma, la libertà di stampa è quella cosa che ognuno vuole per sé ma non per gli altri. Comprensibile. Nelle liberaldemocrazie moderne la stampa e i media in genere è meglio stiano in mani private se vogliono fare il Quarto Potere, perché in mani statali diventano strumento di chi mette le mani sullo Stato. Prima difficoltà: si è mai visto un giornale pubblicare qualcosa di sgradito a chi lo finanzia? Problema non ideologico ma semplicemente pratico, come si vede, però rilevante e privo di soluzione. Seconda difficoltà: chi ci mette i denari non vuol certo perderci e, quando le vendite calano, la (terza) difficoltà è tutta a carico dell’ "indipendenza" degli operatori del settore. Morale: si rischia di non venire mai a sapere cose importanti ed essere subissati di sciocchezze eclatanti.

Si aggiunga un dettaglio all’apparenza insignificante ma fondamentale: il bene non fa notizia. Ce lo vedete in prima pagina questo: "Boy-scout aiuta una vecchietta ad attraversare la strada in un incrocio pericoloso"? No, certo. Invece è sicuro che troverete quest’altro: "Vigile spara a una vecchietta che cercava di attraversare col rosso". Perché quest’ultima è una "notizia" e quella di prima no? Non chiedetelo ai sociologi; la risposta giusta l’ha la Chiesa (ed è nella dottrina del Peccato originale). Come mai una stellina televisiva provvista di altissimo I.Q. prima o poi la si vede dodici volte nuda sul calendario? Risposta: la Tac del suo Quoziente Intellettivo non venderebbe una copia. Nemmeno il volume con i quiz di matematica quantistica da lei risolti. Anche per questo mistero chiedete al teologo. Agatha Christie, che se ne intendeva, era assolutamente convinta che la televisione, facendo entrare in tutte le case nelle ore più indifese immagini di violenza e sesso, contribuisse a incrementare la violenza e l’egoismo nella società. Infatti, finché fu viva, non volle mai consentire a riduzioni televisive dei suoi racconti. Già, perché ciò che fa "notizia" sui quotidiani (e i media in genere) è appunto quotidiano, e tutti i giorni, tutto il giorno, viviamo avvolti in questo genere di informazioni che giungono da tutto il mondo.

Quante pagine ha un quotidiano? Ebbene, vanno riempite tutti i giorni che Dio manda in terra, pena la perdita di "posti di lavoro". Così per i palinsesti televisivi. Ora, essere accompagnati dalla culla alla bara dalla visione di tutte le disgrazie che in ogni istante avvengono sul pianeta, come minimo produce ansia. Vedere il nostro prossimo sempre intento al vizio, all’omicidio e ai peccati capitali induce a pensare di vivere in un mondo ostile e senz’altro peggiore di quanto realmente sia. Tutto ciò lavora ai fianchi la nostra psiche e ci modifica, ci piaccia o no. Tutti concordano su questo ma, quando si va al dunque, il massimo che si riesce a escogitare sono "codici di autoregolamentazione" che lasciano il tempo che trovano (giacché il Peccato originale insiste anche sugli autoregolamentati). Ci vorrebbe un’authority morale super partes, che tutti accettino come unica autorizzata alla censura.

Ebbene, questa cosa esisteva, ed era la Chiesa. Ma, come è noto, nel XVI secolo fu deciso che ognuno poteva far da sé ("libero esame"). Un secolo dopo qualcuno rincarò la dose scoprendo che "l’uomo è buono per natura".

Pochi anni e i nodi vennero al pettine. Solo che non c’era più nulla da pettinare.

© Il Timone

 


 
   

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