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Il grido silenzioso



 

Il moderno Robinson: naufrago e dominatore
 di Maurizio Blondet

"Cast Away", torna il mito anglosassone e calvinista.

[Da "Avvenire", 3 Febbraio 2001]

Certi sogni, insegnava Freud, rappresentano l’esaudimento di esigenze profonde e rimosse. Certi film - sogni industriali per la collettività - hanno la stessa funzione? Se è così, converrà psicanalizzare Cast Away ("il naufrago"), protagonista Tom Hanks: perché si profila come un inevitabile successo di botteghino (segno che coglie un desiderio di massa), e perché è l’emergere di un sogno ricorrente.

Tom Hanks, che nel film è Chuck Nolan, ingegnere informatico tutto carriera e produttività sbalestrato in un’isola deserta, è palesemente Robinson Crusoe redivivo. Anche tre secoli fa, quando Daniel Defoe diede alle stampe il Robinson Crusoe originale, il successo fu immediato e mondiale: Robinson, il naufrago ingegnoso, è un mito fondante della modernità. Perché? Attenti, la risposta non è facile. Specie per noi latini. Perché, va chiarito, Robinson è un mito (o un sogno) radicalmente anglosassone (cioe’ d’origine-calvinista, n.d.r.). Generazioni di ragazzini (e adulti) di altre nazioni hanno sognato l’isola esotica e immaginato l’avventura sulle pagine di Defoe: ma per loro è stata l’evasione della fantasia. Per gli anglosassoni di allora, l’avventura era una realtà sperimentata.
C’è una bella differenza.

Moby Dick è il romanzo nazionale americano, come I Promessi Sposi è il romanzo di fondazione italiano. Le due opere sono quasi contemporanee. Herman Melville sarebbe dunque l’Alessandro Manzoni degli Usa, se non fosse per una piccola differenza: è impossibile immaginare Manzoni, l’ottimo borghese di Milano, imbarcarsi come mozzo a 18 anni su una baleniera e - come fece Melville - disertare alle isole Marchesi, e vivere quattro mesi fra i cannibali: felicemente, visto che raccontò la vicenda in un altro romanzo, Taipi (il nome della tribù che lo ospitò).
Le biblioteche anglosassoni traboccano di scrittori anti-letterati: da Melville a Stevenson dell’Isola del Tesoro (che morì a Samoa, adorato dalle tribù locali che lo chiamavano "Tusitala", colui che racconta storie). da Kipling di Capitani Coraggiosi a Jack London. 

Gente di istruzione sommaria (anche se alcuni studiavano da soli il latino e il greco), marinai, mercanti di ventura. Gente pratica, dai mille mestieri, prototipi del self-made-man frutto indiretto del calvinismo. Il contrario dei letterati o professori universitari di cui sono piene le biblioteche italiane, francesi e anche tedesche, continentali.

A questi dobbiamo un altro mito (buonista), quello del Buon Selvaggio, carico di veleno ideologico; e la fiaba illuminista di Paolo e Virginia, coppia sperduta in un’isola di sogno, paradiso terrestre volterriano. Ma i nostri letterati fantasticavano a tavolino. A quelli, ai marinai-scrittori anglosassoni, non gliela contavi. 

Loro sapevano cos’erano le isole tropicali, prima dell’aria condizionata e delle pasticche anti-malaria: uno splendido, mortifero inferno, che richiedeva coraggio e forza (anche fisica). La sola approssimazione inglese del Buon selvaggio è appunto Venerdì: che è il primo extracomunitario integrato. Integrato da Robinson nella civiltà.

Ecco il punto. Defoe scrive Robinson Crusoe nel 1719: negli anni in cui la grande conquista marinara della Terra è compiuta, e gli inglesi - vinta la scatenata competizione contro spagnoli e portoghesi - cominciano a organizzare quell’immenso spazio selvaggio. Questo fa Robinson. Non è affatto un intellettuale radicalchic che cerca l’evasione: è un marinaio, un popolano che naufraga suo malgrado.
Ne avrebbe fatto a meno, ma il naufragio è una possibilità reale nella sua vita (come in Melville e in London). Una volta sull’isola deserta, non ne approfitta per ridiventare selvaggio, come sognava Rousseau. Al contrario: s’ingegna a farsi il minimo di comfort materiale che gli è necessario, e di organizzare la natura selvaggia, servendosi di tutte le sue conoscenze tecniche e scientifiche di civilizzato. Nietzsche, il professore tedesco e sofisticato grecista, che incitò l’Europa a ridiventare barbara, sarebbe nato molti decenni dopo: in ogni caso, Robinson non l’avrebbe letto. Lui, nell’isola, avrebbe preferito qualche opuscolo tecnico-pratico di chimica e meccanica, o magari di economia domestica. 

Perché Robinson è tutto economia e industria, esperta misurazione dei (pochi) mezzi ai fini: è il primo economista inglese, il precursore pratico di Adam Smith e David Ricardo. Non lo spinge l’avidità: lo spinge la volontà di tendere sulla wilderness (parola intraducibile: il primordiale caotico) la rete, sottile ma tenace, di una civiltà su cui non nutre dubbi: la sua. Può accadere, c’insegna, che quest’opera di civilizzazione spetti a un uomo solo, può spettare a te. Il naufragio ti metterà alla prova: diventerai un cannibale, o saprai lottare per restare migliore?

Oggi, Tom Hanks - il Robinson postmoderno - riappare in film in uno snodo analogo dei tempi. Nel 1719, il primo Robinson era all’alba dell’ egemonia mondiale britannica. Il nuovo Robinson, ingegnere informatico, naufraga mentre a Wall Street la new economy è nella bufera, la struttura dei poteri cambia, e quella dei saperi è in tumultuosa innovazione.

Che riappaia ad accendersi il fuoco coi bastoncini, come un sogno ricorrente, può significare una cosa: che ancora una volta l’uomo anglosassone sente di dover organizzare il caos, rimettersi alla prova, vedere se è capace di imporre il "proprio" ordine sopra sommovimenti che appaiono indomabili.

Noi, spettatori, lo guarderemo come un sogno, un’evasione, un’altra bella favola di successo. Per quelli è realismo.

© Avvenire

 


 
   

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