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Il grido silenzioso



 

“Ieratico, pragmatico, grande attore liturgico”, Giuseppe Siri
 di Camillo Langone

Don Gianni Baget Bozzo racconta a Langone la sua amicizia col cardinale che avrebbe voluto papa.

[Da "il Foglio", 6 maggio 2006]

Per i cento anni dalla nascita del cardinale Giuseppe Siri, Camillo Langone ha sentito l’impellente necessità di recarsi a Genova e discorrerne a lungo con don Gianni Baget Bozzo. Ecco il risultato della loro conversazione 

“Fu tra gli uomini più potenti della società italiana, fino al Concilio Vaticano II, che segnò la sua sconfitta. Ma non rinunciò mai a essere un baluardo della tradizione”. In fondo il suo vero successo, anche se Conclave entrò lui da favorito, fu l’elezione di Giovanni Paolo II.

Prima che montino un “Codice Da Vinci II – Il Quasi-Papa” bisogna correre a Genova da Baget Bozzo per farsi chiarire come sono andate le cose. Il 20 maggio il cardinale Giuseppe Siri compirebbe cento anni e ormai sono pochi quelli che possono vantare un’amicizia lunga quattro misteriosi conclavi col massimo pluripapabile del Novecento. Pochi, pochissimi, forse solo don Gianni. Oggi soltanto il vecchio prete impegnato in politica può rendere giustizia all’antico cardinale che per tutta la vita gli sconsigliò e infine gli proibì (invano) di prendere partito. Perché nonostante la leggenda nera che lo circonda, Siri non fu mai uomo di parte. In quanto uomo di Chiesa, non per altro: “Portò sempre avanti una linea ecclesiale, mai una linea politica. Si dice che nel ’58 non fu eletto Papa perché troppo anticomunista ma è falso, a quel tempo tutta la chiesa era anticomunista, lui non aveva una posizione accentuata. Direi anzi il contrario. Manteneva rapporti con esponenti del Cln ligure, si interessava al mondo sovietico, visitò la Romania, era convinto che il maoismo avrebbe portato la Cina nella modernità e che questo avrebbe consentito l’apertura del paese al cristianesimo”. Addirittura. “Il più preoccupato dai comunisti ero io, quando entrai nella Resistenza mi sembrarono molto pericolosi perché qui a Genova la linea era quella del comunismo insurrezionalista di Pietro Secchia. Siri era già vescovo ausiliario e gli feci presente le mie perplessità. Lui mi disse: “Il comunismo è un diavolo vecchio, il nazismo è un diavolo giovane”. 

Uno scintillante curriculum resistenziale 

Questo chierico più antinazista che anticomunista si meriterà la medaglia di reazionario parecchi anni più tardi: in quel 1945 il suo curriculum resistenziale era scintillante. I tedeschi avevano minato il porto, massima risorsa della città, e prima di ritirarsi minacciarono di farlo saltare. Siri si precipitò dal comandante tedesco in tutta la pompa episcopale possibile, l’abito fece il monaco e il monaco fece il miracolo, i tedeschi abbandonarono Genova senza accendere i fuochi di artificio. Ieratico e formale, dopo il Concilio combattè contro l’abbandono dell’abito talare, con esito infausto causa la nequizia dei tempi. Baget Bozzo non lo vide mai in clergyman come un Tarcisio Bertone qualsiasi, l’attuale arcivescovo Juventino di Genova. Pare che abbia smesso la talare solo in occasione del suo viaggio in Francia, una missione in incognito e perciò in borghese per informarsi sulla novità dei preti operai. Voleva capire se fosse il caso di importarli in Italia. Se all’occorrenza sapeva dimostrarsi pragmatico, di certo il suo cuore non batteva per le innovazioni. “Era un grande celebratore di funzioni, un grande attore liturgico, la sua figura era la maestà incarnata. Era alto più di un metro e ottanta, da giovane fu una promessa del calcio genovese, non mi ricordo se del Genoa o della Sampdoria”. Tifava per una delle due squadre? “No, non manifestava pubblicamente queste cose”. Da che tipo di famiglia proveniva? “Famiglia povera, il padre morì presto e la madre era portinaia”. La famiglia di Baget Bozzo apparteneva a un’altra classe sociale e durante il Ventennio potè iscrivere il giovane rampollo al liceo classico Doria. Fu nella scuola della borghesia genovese che i due si incrociarono per la prima volta: Siri vi insegnava religione e per Gianni fu il primo, decisivo, maestro di fede. Volle seguirne le orme, entrò in seminario contro la volontà della famiglia ma sua madre tanto disse e tanto fece che quella volta l’ebbe vinta e se lo riportò a casa. Una falsa partenza. Si ritrovarono più avanti, nel 1962, quando Siri era già cardinale (nominato a soli 46 anni) e Baget Bozzo, perennemente in bilico tra religione e politica, stava cercando di mettere in piedi un partito cattolico alternativo alla Democrazia cristiana. Obiettivo: evitare la iattura dei socialisti al governo (la famosa “apertura a sinistra” che Moro e Fanfani stavano facendo digerire al corpaccione democristiano). Il nuovo movimento era destra squisita fin dal nome: Centri per l’ordine civile. “Il cardinale Ottaviani mi disse che era mio dovere di cattolico andare avanti. Invece il cardinale Traglia dell’Azione Cattolica annunciò che mi avrebbe sconfessato”. E Siri? “Siri che allora era uno degli uomini più potenti d’Italia…”. 

Uno degli uomini più potenti della chiesa italiana. “No, uno degli uomini più potenti della società italiana, negli anni Cinquanta e fino al Concilio Vaticano II. Era l’uomo di fiducia di Pio XII, seguiva i rapporti fra chiesa e politica, tutte le nomine Iri avevano la sua approvazione e infatti lo chiamavano Siri-Iri. Ma non usò mai questo potere per fini personali”. E che cosa disse della sua iniziativa? “Fu contrario e io mi fermai. Lui contrastava l’apertura a sinistra ma credeva nell’unità politica dei cattolici, non voleva un partito che facesse concorrenza alla Dc. Lui aveva fiducia…”. Fiducia nei democristiani? “Il suo punto di riferimento era Andreotti, fino a quando aprì a sinistra anche lui”. Rimase deluso? “Rimase deluso e rifiutò di partecipare al nuovo gioco politico pur sapendo che questa rinuncia gli sarebbe costata la perdita del potere. Dopo il Concilio, nel ’65, venne licenziato perché ormai rappresentava la resistenza al nuovo, Paolo VI commissariò la Cei per togliergli la presidenza”. Quindi Siri fu una vittima del Concilio. “Lo visse in modo drammatico, non si aspettava la rivolta dei teologi. Io stando a Roma, frequentando l’Università lateranense, studiando la letteratura teologica francese e tedesca, soprattutto Karl Rahner, vedevo quello che stava per succedere e lo avvisai più volte. Ma lui non ci credette, si impegnò molto nei lavori preparatori che poi vennero spazzati via quando i teologi divennero i padroni del Concilio e tolsero il potere ai vescovi”. 

Quasi un colpo di stato 

Detta così sembra un colpo di stato. E qualcosa di simile a un golpe o a un tentato golpe effettivamente avvenne, se nelle fessure della religione più realista che ci sia cominciò a filtrare l’ideologia, l’astrazione, tutto quello che Paolo VI chiamò il fumo di Satana. “E Siri si ammalò”. Di che cosa? “Di tumore”. Quindi non reagì per motivi di salute. “Fece pochi interventi conciliari ma non a causa della malattia. Non volle mai fare parte della minoranza capeggiata da Luigi Carli, il vescovo di Segni, sapeva che era una posizione destinata a soccombere. Da politico esperto capì che solo il Papa poteva resistere al Concilio”. E quindi? “Quando ci fu tensione fra Papa e Concilio, Siri si mise dalla parte del Papa. Avevano la stessa concezione del papato”. La resistenza riuscì? “Paolo VI con la Nota Previa tamponò la richiesta di collegialità che proveniva dal Concilio. Ma Siri venne emarginato e in quel momento iniziò una nuova fase del nostro rapporto. Insieme fondammo Renovatio, rivista di teologia per il cui nome mi ero ispirato a Savonarola e alla sua Renovatio Ecclesiae. L’idea era che la chiesa si dovesse rinnovare nello spirito ma non nella struttura dottrinale e istituzionale. Essenziale doveva essere l’annuncio, non il dialogo. Siri scriveva gli articoli di fondo. Ci furono molte difficoltà. La chiamarono Conservatio perché considerata anticonciliare. Le Librerie Paoline non volevano diffonderla”, Invece prese in qualche modo piede, Siri divenne il baluardo della tradizione, la torre che non crolla. Passò il Sessantotto, che secondo Baget Bozzo venne accelerato, se non scatenato, proprio dal Vaticano II, che instillò l’idea che tutto si potesse e si dovesse cambiare. Non passò la proposta di cambiare le regole del conclave, di chi voleva che il Papa fosse eletto dai vescovi e non dai cardinali. A un certo punto furono gli stessi vescovi a fare marcia indietro: si accorsero che indebolendo l’autorità del Papa su di loro si indeboliva la loro autorità sui preti. Appena in tempo, per certi versi. Troppo tardi, per altri. Ad esempio con il nuovo codice di diritto canonico nessun vescovo riuscì più a imporre a un prete di vestirsi da prete. Ma la chiesa bene o male sopravvisse e anche Siri, nonostante il tumore che non gli impedì di campare 83 anni. Il cardinale riguadagnò un ruolo, non più nella politica italiana ma nella chiesa, e questo continuò a crescere fino al 1978. E’ vero che in Cappella Sistina quell’anno entrò da Papa? “Già nel conclave del ’58 sembrava papabile, ma era troppo giovane. E in quello del ’63 c’era il problema del Concilio. Nei due conclavi del ’78 andò più vicino all’elezione ma lui stesso si rendeva conto di non essere adatto, diceva che i tempi non erano maturi per un papa Gregorio XVII”. Giuseppe Siri si sentiva l’erede di Gregorio XVI, uno dei più strenui difensori del potere temporale, ma sapeva che l’epoca necessitava di un altro nome e forse di un altro uomo. “Diceva che in caso di elezione si sarebbe chiamato Benedetto XVI, anche lui genovese, molto amato in città perché aveva fatto togliere l’interdetto lanciato da Pio X. Ma non provò a farsi eleggere, anzi sono convinto che nel conclave da cui uscì papa Wojtyla fece di tutto per non esserlo. La famosa intervista rilasciata a Gianni Licheri della Gazzetta del Popolo non fu un incidente”, Eccoci a una scena chiave del “Codice Da Vinci II – Il Quasi-Papa”, un libro che potrebbero scrivere a quattro mani Dan Brown e Giuseppe Genna. Navigando su Internet già se ne intravede l’ectoplasma. Ingredienti? I misteri del conclave, i sotterranei del Vaticano, Nostradamus, l’Opus Dei, il Mossad, ma anche Moana Pozzi viva, Elvis Presley vivo, John Fiztgerald Kennedy vivo oppure ucciso dai marziani o da Marcinkus… Baget Bozzo si riferisce all’intervista uscita il primo giorno di conclave in cui Siri ribadì il suo tradizionalismo senza sconti, alienandosi definitivamente le simpatie di tanti cardinali diciamo di centro. “Sono convinto che lo fece apposta. E convogliò i suoi voti su Wojtyla perché sapeva del suo altissimo senso dell’autorità papale. Infatti si rivelò un grande restauratore del papato, ebbe l’idea di scavalcare i teologi per parlare direttamente al popolo. Giovanni Paolo II è stato il grande successo di Siri”.

© il Foglio

 


 
   

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