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Il grido silenzioso



 

Dagli all'ebreo (e subito dopo alla chiesa)
 di Rino Cammilleri

Il pericoloso quanto ridicolo tentativo di considerare "cristiano" l’antigiudaismo.

[Da "Liberal" n. 12, Giugno/Luglio 2002]

La triste vicenda del conflitto israelo-palestinese costringe a ripiegarsi pensosamente su un tema che ci eravamo abituati a credere universalmente vituperato, quello dell’antisemitismo. Grottesco, per certi versi, giacché pure gli arabi sono semiti e lo è la maggior parte dei palestinesi. Ma la guerra è guerra e si combatte anche con la propaganda (di cui l’insulto al nemico, piaccia o no, fa parte). 

Eppure, un certo disagio non può non avvertirsi, specialmente per chi ha l’età per ricordare l’aureola mitica con cui i media avvolgevano Moshe Dayan, il film su Entebbe, le canzoni filoisraeliane di Adamo e Morandi. E poi il lunghissimo, sofisticato dibattere sulla Shoa e la sua «unicità», le paginate sui giornali, i tantissimi film, gli innumerevoli libri, i pellegrinaggi ad Auschwitz, le «giornate della memoria» nelle scuole. A sentire non tanto le parti in causa ma certi sostenitori di una di esse, si direbbe che gli ebrei piacciono solo nella parte di vittime; se si azzardano a cambiare ruolo, eccoli dipinti come - figurarsi - nazisti. Quasi fino all’altro ieri, l’argomento «ebrei» era minato e chi intendeva avventurarvisi lo faceva a suo rischio e pericolo. Mi si consenta un ricordo personale. 

Quando Vittorio Feltri mi offrì una rubrica sul settimanale Il Borghese, in una delle puntate dedicai un paio di pagine alla dimostrazione, statistiche alla mano, che la «potenza» della cosiddetta «lobby ebraica americana» era un mito da ridimensionare; negli Usa l’etnia immigrata più ricca è quella greca (anche se nessuno lo sa), a Hollywood è più numerosa quella italiana e la special partneship fra Usa e Israele è puramente strategica (se un legame influente hanno, gli Usa, è semmai con la Gran Bretagna). Qualche giorno dopo mi vidi descritto su La Stampa come una specie di furbastro che, con la scusa della demitizzazione, aveva trovato il sistema per pubblicare «liste» di ebrei americani. 

Mandai una lettera indignata cui fu risposto in modo secco e sprezzante. Terreno minato, come ho detto, sul quale mi ripromisi di mai più metter piede. Questo era, comunque, il clima. Nel 2002, tuttavia, è bastato il riaccendersi dell’Intifada per spaccare l’intellighenzia mondiale. In Italia, incredibile dictu, si è reso necessario un corteo pro-Israele: uno, contro i molti altri pro-palestinesi (e non solo in Italia). Si potrebbero far osservare molte incongruenze, al riguardo, come l’immediata equazione Israele=ebrei, che non ha avuto la speculare palestinesi=islamici (sebbene tutto il mondo islamico appoggi la causa palestinese). Addirittura il terrorismo contro civili inermi e ignari, che suscita indignazione dovunque e comunque, là è stato quasi giustificato come «unica risorsa» di chi deve affrontare a pietrate i carri armati. La questione è politica è solo politica, e alcuni autorevoli commentatori hanno provato a riportarla nei suoi giusti ambiti. 

Ma, anche qui, tutto sembra ruotare attorno a un unico argomento: l’oppressore Israele non vuol permettere ai palestinesi di avere un loro Stato. Le cose sono molto più complicate, naturalmente, e la realtà è sempre più complessa delle scorciatoie emotive. Ma contro gli slogan non si ragiona. Israele è un pezzo d’Occidente, l’ultimo, da quelle parti. Per questo gli odiatori dell’Occidente parteggiano per i suoi nemici, allegramente sorvolando sul fatto che non sempre i nemici dei nemici sono amici. Ben venga, dunque, lo sdegno di un’Oriana Fallaci, che, da esperta di media qual è, sa come si risponde agli slogan. 

Uno dei suoi «diti puntati» era contro quei cattolici che, dopo i soliti cerchiobottismi di maniera, hanno mal dissimulato il loro propendere per una delle parti in causa. La cosa ha aperto la via a quanti non aspettavano altro per riesumare l’Inquisizione e l’antico antigiudaismo cristiano. È vero, il colto e l’inclito non commettono più l’errore storico di confondere quest’ultimo con l’antisemitismo, aberrante teoria razziale nata in chiave darwiniana in ambienti anglosassoni ottocenteschi. Ma risolvono la contraddizione accusando quello di aver fatto da supporto a questo. Si sono sentiti fior di opinionisti dire, in seguiti talk show, che i nazisti massacratori di ebrei erano cristiani: non avevano il Gott mit uns sui cinturoni? Si sarebbe potuto rispondere che anche Robespierre era battezzato e Stalin aveva studiato in seminario, cosa che non impedì loro di mandare preti e pope alla ghigliottina e al gulag. 

Ma, niente, contro il pregiudizio c’è poco da fare. È possibile, anzi, che si finirà per accollare alla Chiesa, quando anche l’attuale conflitto intifadico sarà risolto, pure il presente revival antisemita, visto che le «radici» dell’antisemitismo, a quanto pare, devono stare sempre a carico di chi per primo parlò, duemila anni fa, di «popolo deicida». Per quel che vale, voglio gettare sul piatto del corrente dibattito la mia personale opinione di cristiano. Da cristiano, dunque, quando avvenne il fatto espressi in prima pagina su 

il mio disappunto per l’irruzione di miliziani palestinesi nella Basilica dell’Annunciazione e il loro asserragliarvisi dentro, armati fino ai denti, col non troppo dissimulato intento di usare i frati e la gente lì rifugiata come scudi umani. Non mi pareva neanche il caso di paragonare i cosiddetti kamikaze palestinesi ai «martiri» e nemmeno ai Pietro Micca e agli Orazio Coclite: i martiri (cristiani) non uccidevano né uccidono nessuno; venivano e vengono uccisi, punto e basta. Micca e Coclite erano soldati che non avevano altra scelta per fermare altri soldati. Ho sempre presente la sorte del Libano, la «Svizzera del Medio Oriente», il solo luogo in cui cristiani, ebrei e musulmani convivessero pacificamente, paritariamente e, sì, anche agiatamente. Lo sanno tutti com’è finita, quella terra felice di casinò e miliardari in vacanza, quando commise l’errore di allargare l’«accoglienza». L’ultimo presidente cristiano, Bashir Gemayel, saltò in aria con la sua figlioletta. Tanto per cambiare. 

Le istituzioni europee son sembrate tifare per Arafat? Comprensibile, visto - anche - che gli israeliani hanno praticamente distrutto nella zona palestinese tutto quel che era stato realizzato con i soldi della Ue. Che le sinistre siano filo-palestinesi è altrettanto comprensibile, anche se molto probabilmente si tratta di un riflesso pavloviano, retaggio dei tempi in cui c’era l’Urss e questa era contro il filoamericano Israele. 

Ora, poiché Israele è e rimane «occidentale», tutti quelli che a diverso titolo odiano l’Occidente sperano che tracolli (anche se questa posizione, nel lungo termine, potrà assomigliare a quella di chi si castra per fare un dispetto alla moglie). Da qui, forse, il soprassalto antisraeliano con qualche puntata polemica e meramente strumentale di antisemitismo (cui magari si accoda chi ha voglia di togliersi qualche vecchio sassolino dalle scarpe). 

Sul Corsera, Ostellino e Romano hanno dibattuto sul diritto dei palestinesi a un loro Stato, che pare essere il vero punto della questione. Tuttavia, il diritto di un popolo ad avere uno Stato suo è un’invenzione occidentale, roba da nazionalismo ottocentesco e da «quattordici punti» di Wilson; e il nazionalismo arabo è già storia vecchia, traballa dovunque: è il fondamentalismo islamico il «nuovo che avanza». La Fallaci non ha fatto (vedi copertina di Panorama dell’aprile ultimo scorso) che continuare il discorso iniziato con La rabbia e l’orgoglio, avente come bersaglio proprio detto fondamentalismo. Anch’io, da cristiano, devo dire che trovo vergognoso tutto quello che la famosa giornalista trova vergognoso in questa brutta storia. Compreso il punto in cui se la prende con certo clero cattolico. 

Epperò va detto anche questo: dopo i reiterati mea culpa del Papa, dopo le mani tese ai «fratelli maggiori», dopo i bigliettini infilati nel Muro del Pianto, dopo che le vetrine delle librerie cattoliche si sono riempite di testi del e sull’ebraismo, dopo che non si sa più cosa inventare per appianare l’equivoco secolare antigiudaico, non è passato giorno che non sia arrivata qualche palata di fango su Pio XII, cui vanno aggiunti gli insulti al beato Pio IX e quelli a Isabella la Cattolica che la Chiesa non è padrona di beatificare se non vuole vedersi scatenare addosso l’ennesima campagna mediatica. 

Non è servito a nulla aprire gli archivi, elencare gli attestati di riconoscenza ebraica per quanto la Chiesa ha fatto per salvare gli ebrei dallo sterminio nazista, dimostrare, dati alla mano, che se c’è uno che ha diritto al titolo di «giusto tra le nazioni» questo è Pacelli. Niente, nemmeno un attestato di solidarietà è arrivato da parte di chi poteva fare autorevolmente cessare questa diffamazione continua. Forse è in tale direzione che va cercata la mancata simpatia di certo clero cattolico per una delle parti in causa nell’attuale emergenza mediorientale. Personalmente, penso che comunque sia un errore. Tornando all’antisemitismo, come ho anticipato sono sicuro che, passata la buriana, gli attuali critici degli ebrei opereranno una inversione a centottanta gradi e torneranno al loro bersaglio consueto e preferito, la Chiesa cattolica, cui seguiteranno a dare dell’«antisemita storica» scusandosi per la momentanea interruzione dovuta a forza maggiore. Poiché il termine slogan deriva dal tedesco schlagen che significa «martellare», i temi usati saranno i soliti, triti e stantii, continuamente ripetuti a uso degli ignari, delle nuove generazioni e di chi non ha il tempo per approfondire. E, come avvertito, contro gli slogan non valgono argomenti. 

Dunque, il promemoria che segue è a uso di coloro che non intendono portare il cervello all’ammasso e diffidano di chi cambia idea a seconda degli input provenienti dalla sua fazione. I punti controversi del millenario rapporto Chiesa-ebrei sono, in genere, questi: Inquisizione, caso Mortati, «silenzi» di Pio XII. Malgrado gli studi di altissimo livello sull’Inquisizione, malgrado il mega-convegno indetto in Vaticano sull’argomento nel quadro della «purificazione della memoria» voluta da Giovanni Paolo II, malgrado studiosi del calibro di un Adriano Prosperi e di un John Tedeschi abbiano detto una parola definitiva sul tema «Inquisizioni» (va usato il plurale perché anche i protestanti ebbero le loro), non sono molti a sapere che l’Inquisizione aveva giurisdizione solo sugli eretici cristiani e non sugli appartenenti ad altre religioni, come appunto gli ebrei. Il piccolo Mortati, figlio di ebrei nella Bologna pontificia, fu battezzato, di nascosto, dalla balia (cristiana) perché in pericolo di vita. Pio IX, investito del delicato problema, ben sapeva che si sarebbe scatenato addosso l’ira della stampa laica internazionale: in quel frangente storico (di lì a poco i piemontesi avrebbero invaso Roma), avrebbe sicuramente gradito dover pelare tutt’altra gatta. Ma, essendo sacerdote prima ancora che capo di Stato, optò per quello che ritenette il suo dovere di pastore e assunse la tutela del bambino. Quel bambino divenne un sacerdote cattolico, e grande fu la meraviglia dei bersaglieri dopo Porta Pia quando si sentirono rispondere che non aveva alcuna intenzione di venir «liberato» perché non era stato sottoposto ad alcun plagio. Vicenda incresciosa, certo, ma l’«antisemitismo» è tutt’altra cosa. Infine, per Pio XII varrà ricordare, tra tutte, la storia del rabbino capo di Roma, Israel Zolli, che volle diventare cattolico nel 1944 assumendo il nome battesimale di Eugenio proprio in segno di riconoscenza per quanto Eugenio Pacelli, Pio XII, aveva fatto per gli ebrei. Chi queste cose già le sa, certo le avrà qui rilette con noia. Ma devo ricordare l’etimo di «slogan», contro cui vale l’aulico repetita juvant.

© Fondazione Liberal

 


 
   

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