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Il grido silenzioso



 

Ponzio Pilato, la verità e quella risposta che non ha voluto aspettare
 di Antonio Socci

[Da "Il Foglio", 29 Marzo 2002]

Secondo Armando Torno alla domanda di Pilato "Che cos’é la verità?", durante la fase decisiva del processo, Gesù "non diede la risposta", anzi "non aveva nulla da rispondere" (Corriere della Sera" di ieri). Cosicché non si capisce più perché mai Gesù sia morto. In realtà quel colloquio (Gv 14) si svolge molto diversamente.

Gesù ha parlato a Pilato proprio della verità come una certezza: "Io sono venuto al mondo per rendere testimonianza alla verità". E poi ecco cosa accade: "Pilato gli dice: Che cos’é la verità?. E detto questo usci’ di nuovo". Nel linguaggio conciso dei vangeli si capisce chiaramente che non ci fu nessuna domanda a Gesù: "Detto questo usci’ di nuovo". Pilato non era interessato alla risposta. Esattamente come tanti intellettuali di questo tempo. La sua non era una domanda, ma una battuta scettica e sarcastica buttata lì mentre stava uscendo.

Si ha tutto il diritto di pensarla come Pilato. Si può anche giudicare quel Gesù un pazzo. Ma quello che non é corretto, non é leale, é censurare e capovolgere ciò che Gesù disse di sé e che fu il suo capo d’imputazione. Anche perché la sua é un’affermazione pesantissima e nettissima, mai risuonata nella storia su un’altra bocca. Una pretesa inaudita. Queste furono le sue parole testuali: "Io sono la verità" (Gv 14,6). Aggiunse, parlando ai suoi, che chiunque stava con lui, nella sua amicizia, chi conosceva lui, conosceva la verità "e la verità vi farà liberi" (Gv 8,32). Si può considerarla una pretesa pazzesca, ma esattamente per questa pretesa fu arrestato e poi consegnato a Pilato per essere messo a morte quel 7 Aprile dell’anno 30. Era considerata la bestemmia suprema perché significava identificarsi con Dio. Per questa pretesa Gesù era braccato da tempo. Già nel capitolo 5 di Giovanni i suoi nemici "cercavano di ucciderlo perché si faceva uguale a Dio" (v.18). E qualche tempo dopo troviamo di nuovo chi vuole lapidarlo con questa motivazione: "Non ti lapidiamo per un’opera buona (aveva infatti guarito molta gente, ndr.) ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio" (Gv 10,33).

Non era una bestemmia presentarsi come Messia, ma come Dio (anche se alcuni nel Sinedrio credevano in Gesù). Dio stesso con un volto d’uomo, con mani che sostengono e guariscono, occhi che perdonano. Non si può eludere questo macigno storico: un uomo che affermò di essere Dio. Altrimenti non si capisce più il motivo della sua condanna. É tutto qui lo scandalo del cristianesimo.

Un grande teologo, Romano Guardini, denunciò la "slealtà" verso il cristianesimo della cultura moderna che attribuisce a Gesù Cristo dei propri pensieri ed elude ciò che egli disse veramente di sé, la sua pretesa. Da questo punto di vista furono molto più seri i suoi accusatori, come Giuseppe Caifa, che giudicò una bestemmia meritevole di morte la sua
pretesa divina.

Sant’Agostino, ricordando il colloquio con Pilato, scrisse: "Quid est veritas? Vir qui adest". Cos’é la verità? Era l’uomo che Pilato aveva di fronte. Se la sua fosse stata davvero una domanda, se avesse aspettato la risposta di Gesù, se avesse assecondato il presentimento, il fascino che avvertiva in quell’uomo, se ne sarebbe accorto. Un filosofo ha scritto: "Il razionalismo occidentale compie lo stesso errore di Pilato perché non é in grado di rimanere fedele alla vita come luogo in cui si manifesta la verità".

Richiede grande genialità oppure grande semplicità. Dire "io sono la verità" significa affermare che la fonte e la consistenza di tutti gli esseri, la razionalità e il senso dell’universo é una persona che chiunque può conoscere e amare. In ebraico "verità" si dice "emet". Nella letteratura rabbinica si identifica con Dio. Le prime parole della Torà, cioé l’inizio della Genesi ("In principio Dio creò...") suonano cosi’: "Bereshit barà Elokim". Ebbene, un rabbi segnala che le ultime tre lettere di queste tre parole formano appunto la parola "emet" ed é come la firma di Dio sul Libro. Inoltre la parola "emet" é composta da tre lettere: alef, mem e taf. La lettera centrale dell’alfabeto é mem, mentre la prima e l’ultima sono proprio l’alef e la taf. Cosicché la verità é ciò che permane dall’inizio alla fine nel fluire del tempo. Infatti il popolo d’Israele (questa la sua grande originalità) considera che sia la storia (non il pensiero o un iperuranio di idee) il luogo dove Dio, la verità, si manifesta e permane. Negli avvenimenti storici. Non a caso in area semitica il termine "verità" etimologicamente significa "essere solido, sicuro, degno di fiducia". Ciò che permane nel tempo.

Significativa anche l’etimologia del greco "aletheia", costituito dalla a-privativa davanti a lath (che vuol dire passar oltre, sfuggire, restare ignoto). Secondo Pavel Florenskij il senso etimologico di aletheia è qualcosa che non é dimenticato e resta saldo nel fluire del tempo (la verità é quindi la sola cosa che resiste a Chronos, il tempo che divora tutto ciò che genera). Heidegger in celebri pagine di "Essere e tempo" pensa l’etimologia di aletheia come "cio che non si nasconde". Versioni complementari.

Il termine latino "veritas" (tedesco: wahrheit) nascerebbe dal verbo latino vereor "aver paura, temere" e si riferirebbe al culto, al mistero. Si è pensato che derivasse dal sanscrito vra-ta-m, azione sacra, voto. La radice sanscrita Vr significa coprire, avvolgere. Varuna, somma divinità dei Veda, é Dio avvolgente. Ma di recente la scoperta della vera lingua originaria, l’accadico, fa risalire tutto al termine barum (essere certo), barum (vedere), che in qualche modo si ricollega ad aletheia e a emet.
Ma l’etimologia più bella é quella della "verità" in russo "istina", che risale al verbo essere, est’, in sanscrito as, che nella sua forma più arcaica significa "respirare", vivere. Ciò che vive.

Parole diverse che i popoli hanno formulato nella loro millenaria e appassionata ricerca di ciò che quel giorno di aprile dell’anno 30, a Gerusalemme, si é manifestato come una persona. Ed é stato crocifisso per ciò che ha detto di sé, per ciò che era. Per ciò che egli é.

© Il Foglio

 


 
   

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