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L'Ascensione di Gesù
 di Stefano Biavaschi

[Da "Il Timone" n. 2, Luglio/Agosto 1999]

Qualche teologo vuole demolire, dopo quella della Risurrezione, anche la storicità dell’Ascensione. Cito, a campione di questa demolizione cui alludo, il libro Come leggere e capire la Bibbia (ed. Città Nuova) di Josef Imbach, uno dei portavoce di quella corrente di teologi che inquadra il racconto dell’Ascensione (e non solo quello) nell’ambito di un genere letterario leggendario. "Ma quali modelli o prototipi letterari - si chiede l’autore - può avere usato Luca per le sue descrizioni?" e risponde a se stesso affermando che l’evangelista ha usato un linguaggio attinto dalla letteratura antica, ed esattamente dalle "storie di rapimenti estatici" di cui si parla per Alessandro Magno e per Augusto. Scrive: "Dalla storia del rapimento estatico di Romolo, fondatore di Roma, si può cogliere lo schema seguito in queste narrazioni". E cosi, se Luca non avesse conosciuto queste leggende (ma le ha davvero conosciute ?), non avrebbe raccontato l’Ascensione di Gesù come l’ha raccontata. 

L’evangelista, incalza Imbach, con le sue "descrizioni abbastanza contraddittorie, non voleva tanto raccontare un avvenimento storico quanto comunicare un messaggio teologico". Premesso che quel messaggio e teologico nella misura in cui e anche storico, vediamo quali sarebbero queste "contraddizioni" di cui parla Imbach. Luca riporta il racconto dell’Ascensione nel suo Vangelo (24, 50-53) e all’inizio degli Atti degli Apostoli (1, 9-11).

Ma questo, per Imbach, non e ancora sufficiente ad affermarne la storicità: "Se l’evento fosse accaduto veramente nel modo descritto, se ne dovrebbe trovare traccia nelle tradizioni trasmesse dagli altri evangelisti", scrive; ma si dimentica il significativo passo di Marco riguardante l’ultimo atto del Risorto: "Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio" (16,19-20) e quel passo di Giovanni nel quale Gesù risorto dice alla Maddalena: "Non sono ancora salito al Padre: ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro" (20,17). Quindi una "traccia" c’è, anche se Luca è più ricco di particolari: "Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, ecco due uomini in bianche vesti che si presentarono a loro e dissero: Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato tra di voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo" (At 1, 9-11).

A parer mio non vi è alcuna enfasi in questo racconto, che mi sembra anzi assai realistica nella sua essenzialità, e nel suo quasi umoristico ricondurre con i piedi a terra quegli apostoli con il naso ancora per aria. Imbach parla inoltre di divergenze geografiche e cronologiche. La presunta "divergenza geografica": nel vangelo Luca dice: "verso Betania", mentre negli Atti scrive: "Allora tornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi". Ma basta aprire una cartina geografica per accorgersi che il monte degli Ulivi è "verso Betania", cioè esattamente sulla strada che da Gerusalemme conduce a Betania. Quanto alla presunta "divergenza cronologica", starebbe tutta qui: negli Atti, l’Ascensione avviene quaranta giorni dopo la Pasqua, mentre, per Imbach,"il testo evangelico tende a collocare l’evento nel giorno di Pasqua". Ora, quest’ultima affermazione si fonda su un grave errore interpretativo. Imbach pesca il complemento di tempo che si trova all’inizio del capitolo 24 di Luca (ove si parla della Risurrezione, nel giorno di Pasqua) e lo applica anche alla fine dello stesso capitolo, ove si parla dell’Ascensione. Cosi Resurrezione e Ascensione risultano allo stesso giorno. Ma si tratta di un applicazione arbitraria, errata. Io preferisco schierarmi con il Magistero, con il Catechismo della Chiesa Cattolica per il quale l’Ascensione, come la Risurrezione, e un "avvenimento ad un tempo storico e trascendente" (n. 660). Non sarebbe ora che i teologi leggessero e spiegassero questo prezioso testo del Magistero ancora tutto da scoprire?

© Il Timone

 


 
   

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