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Il grido silenzioso



 

Il «Codice» della Dea
 di Franco Cardini

Tra gli sponsor del best seller anche il potente femminismo Usa, radicale e anti-cattolico. Con qualche astuta manovra politica.

[Da "Avvenire", 13 maggio 2006]

Ormai, di Dan Brown e del suo best seller si è detto tutto e di più: se ne sono imparate di tutti i colori, e forse si è anche scoperto qualcosa, dalle sue fonti di ispirazione, alla quale lui non aveva nemmeno pensato. Miracoli dell’esegesi. Tuttavia, resta forse in ombra un aspetto che, stranamente, non sembra essere stato preso in considerazione dai molteplici critici e studiosi del romanzo alla moda. Rifacciamoci a un punto centrale della trama del libro, che figura senz’altro anche nel film. La bella e colta Sophie, la quale - non dimentichiamolo - è una criptologa, chiede a un certo punto al professor Langdon chiarimenti sul principio maschile e femminile all’interno della religione egizia, che come sappiamo è uno degli snodi fondamentali della trama culturale dell’opera. Non va dimenticato nemmeno che Langdon è nientemeno che professore di simbologia nell’università di Harvard. Lasciamo perdere il fatto che tale disciplina ordinariamente non si insegni come materia a sé stante. Sappiamo che il professore-detective è un esperto di antropologia e storia delle religioni. Non c’è bisogno di avere una laurea in egittologia per sapere altresì che, nell’antica mitologia egizia, il rapporto tra il principio maschile e quello femminile era l’asse intorno al quale ruotava tutto il complicato cosmo delle divinità. Ci aspettiamo pertanto che il grande specialista, visto che sta parlando con una persona colta ma non proprio del mestiere, cominci con una citazione di un certo peso, ma tuttavia non troppo impegnativa: per esempio il grande trattato di Plutarco, De Osiride et Iside. Macché. Il professore cita viceversa i due principi genetici e sessuali della cultura cinese, lo yin e lo yang. Sorpresa e sconcerto. È mai possibile che un esperto di cultura egizia, il quale sta parlando appunto di problemi egizi all’interno di un discorso che riguarda quella civiltà, non trovi di meglio per spiegare il suo punto di vista che non ricorrere a qualche brandello di culturame esot erico, di quello d’accatto, che va di moda tra i cultori del new age? Si può pensare a una scivolata maldestra dell’autore. Al contrario. Difatti, nell’accurata preparazione del romanzo come «successo annunziato» l’editore di Brown - la newyorkese Random e House - fece appello tra l’altro, tra 1999 e 2000, ai molti e potenti club di americane femministe e benestanti, anche colte o sedicenti tali, le quali immediatamente abboccarono. Non è stato infatti notato abbastanza che il Codice da Vinci è dal principio alla fine un inno non solo al femminismo, ma anche alla sua ideologia e al testo «di culto» che ne è il principale referente. In effetti, non si è mai fatto il nome finora dell’egittologa e antropologa Margaret Murray. La quale, ai primi del secolo scorso, redigeva un altro best seller destinato in seguito a venir e più volte ripubblicato e tradotto in varie lingue, la nostra compresa. Si trattava de Il dio delle streghe. In questo libro la Murray, prendendo le mosse dalle tesi antropologiche di Gordon Childe, sosteneva una teoria generale sulla nascita e lo sviluppo dei sistemi religiosi nell’antichità preistorica. Secondo la studiosa, in origine, l’umanità sarebbe stata dedita al culto di una grande Dea Madre benefica, pacifica, prolifica, fecondatrice, all’ombra della quale il mondo viveva privo di guerre e ignaro di violenze. Ma ben presto prevalse purtroppo un principio divino nuovo: il Dio Unico di sesso maschile, dio dei sacerdoti e dei guerrieri. Divinità violenta e assetata di sangue. Da allora cominciarono i sacrifici cruenti, le guerre, le varie forme di repressione politica e sessuale. Secondo la Murray, le streghe perseguitate duramente dalla Chiesa durante il medioevo e l’età moderna altro non erano se non le pacifiche sacerdotesse dell’antica Dea Madre. Tale filosofia è rimasta al fondo dei movimenti radicali femministi per tutto il XX secolo, ha attraversato l’Età dell’Acquario ed è arrivata fino ai giorni nostri. È sulla base di questa dicotomia tra un Bene femminile e un Male maschile che Brown ha costruito il tessuto del suo libro. Il movimento femminista Usa se ne è fatto immediatamente araldo: da qui una delle principali ragioni del suo successo. Bisogna aggiungere dunque anche questo testo alle molte fonti già fino ad oggi citate de Il Codice da Vinci. Non senza dimenticare inoltre che la Chiesa viene indicata, nei Paesi protestanti, come la principale responsabile del mantenimento dell’egemonia maschilista nelle istituzioni religiose. Da qui un elemento anticattolico strutturale, obiettivo, che poi ha trovato un momento ispirativo forte nella trovata di ridisegnare il profilo dell’Opus Dei così come, tra Settecento e Ottocento, si usava disegnare quello della Compagnia di Gesù. A questo punto, il gioco dovrebbe essere chiaro. Ci sono tutti gli elementi per uno «pseudo-capolavoro» il cui pilastro è costituito dalla endiadi femminismo e anticattolicesimo. Può darsi che questo cocktail non piaccia a tutti: ma negli Stati Uniti ha sempre trovato molti buoni fan. Tutto ciò non spiega completamente la fortuna del libro di Dan Brown, la quale ha certamente altri ragioni. Ma la recrudescenza di sentimenti anticattolici scatenati proprio nel 2002, quando si ripropose lo scandalo dei preti pedofili Usa, dovrebbe pur dirci qualcosa. La campagna irachena era alle porte, e il Papa costituiva il più forte ostacolo all’impiego delle armi. Anche di questa circostanza politica si è giovato l’autore del Codice.

 


 
   

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