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Il grido silenzioso



 

Selezione naturale?
 di Bruto Maria Bruti

Crollo di un mito da cui sono nate le tre ideologie del darvinismo sociale: Capitalismo selvaggio, comunismo, nazionalsocialismo.


Darwin scriveva: «Ttra tutti gli uomini ci deve essere lotta aperta; [...] le razze umane più civili stermineranno e si sostituiranno in tutto il mondo a quelle selvagge».

1) Giganti del capitalismo selvaggio come John D. Rockefeller e Andrew Carnegie facevano regolarmente appello ai principi darviniani Il capitalismo selvaggio segue Darwin e pensa che la lotta economica fra gli uomini, migliori l’umanità perché distrugge i deboli e fa sopravvivere i forti.

2) Il comunismo segue Darwin e pensa che la lotta di classe porti al miglioramento della materia: Marx dichiarava che il libro di Darwin era molto importante perché permetteva di fondare la lotta di classe sul principio della selezione naturale e Josif Stalin diventava rivoluzionario dopo aver letto Darwin. Scrive Karl Marx: «La violenza è l’ostetrica che trae la nuova società dal grembo della vecchia».

3) Il marxista Ludwig Woltmann, dirigente socialista tedesco, univa organicamente la filosofia marxista con il darwinismo: per Woltmann la lotta di classe era solo un aspetto della universale lotta fra le razze, necessaria all’evoluzione dell’umanità. Egli, pur essendo di origini ebraiche, sosteneva la superiorità razziale dell’ariano e del tedesco.

4) Anche il nazional-socialismo segue Darwin e crede che la lotta fra le razze sia necessaria per il miglioramento dell’umanità.

Dall’introduzione al libro dello scienziato Antonio Lima-de-Faria (Evoluzione senza selezione):

Il Prof. Antonio Lima-de-Faria (Università di Lund, Svezia) svolge importanti ricerche nel campo della simmetria e della citogenetica, e ha pubblicato oltre 180 studi, fra i quali il fondamentale Molecular Evolution and Organization of the Chromosome (Elsevier, 1983). È stato il primo a realizzare la fusione fra una cellula umana ed una di origine vegetale. Accademico dei Lincei, della Società Fisiografica di Svezia, dell’Accademia delle Scienze di New York e di altre importanti Istituzioni internazionali, ha collaborato con le più importanti Università del mondo. È considerato il padre della genetica molecolare contemporanea.

456 pagg., 134 illustrazioni - In 8° 17 x 24 cm - copertina cartonata - ISBN 88-88251-05-07, 45,00 ? (Genova 16126 Salita S. Francesco da Paola, 20/7 tel. e fax 010-256403, e-mail novascripta@libero.it)

«La gente prima nega una cosa; poi la minimizza; infine decide che la si sapeva già da tempo» (Alexander von Humboldt)

Antonio Lima-de-Faria è uno scienziato di raro carattere. Ha il dono innato del coraggio e la capacità di affrontare grandi problemi indipendentemente dalle opinioni dominanti. E’ rigoroso e tenace nel metodo, di una conoscenza sterminata e una tagliente razionalità. Dall’alto dei suoi 81 anni portati con magnificenza, si è autodefinito un dinosauro sopravvissuto: proprio lui, in anticipo sui tempi fin dal’inizio della carriera, quando - si era nei primi anni 60 - fu discretamente richiesto da una società multinazionale per sviluppare un futuribile programma di bioingegneria agroalimentare, oggi realtà cronachistica degli OGM.

Noto al mondo scientifico come pioniere ed uno dei più rilevanti esponenti della citogenetica molecolare (il suo Handbook of Molecular Cytology edito nel ’69 è ancora un classico da cui non è possibile prescindere), autore di oltre 180 articoli sperimentali e monografie di prestigio, è membro di alcune fra le più importanti società scientifiche del mondo, inclusa la nostra Accademia Nazionale dei Lincei. Ha ricevuto premi e riconoscimenti per la sua attività fuori del comune, e ha ricoperto incarichi di consulenza scientifica per Governi e Istituzioni, dall’Agenzia Spaziale Europea, all’UNESCO, alla Banca Mondiale. Attualmente è Professore Emerito di Citogenetica Molecolare presso l’Università di Lund (Svezia) dove continua a lavorare quotidianamente, interessandosi soprattutto al problema dell’organizzazione molecolare del cromosoma.

Il libro, che superando non poche difficoltà viene qui presentato per la prima volta al pubblico italiano, è esaurito nelle edizioni inglese, russa e giapponese. Oltre ad essere uno studio fondamentale e rivoluzionario, di cui forse deve essere ancora apprezzato appieno il significato, esso ha dimostrato di rappresentare un caso da manuale di sociologia della scienza per le feroci resistenze che ne hanno reso impervia la diffusione.

Nelle sue pagine costate una vita di ricerca ai massimi livelli, il grande citogenetista, giunge a indicare cause della forma biologica di principio indipendenti dal gene e dal cromosoma, e a sostenere la vacuità del concetto di selezione naturale.

La cosa destò controversie allorché apparve l’edizione originale per i preclari tipi di Elsevier, e continua a levarne ancora oggi, quando della genetica sembrano essersi impadroniti giornalisti, divulgatori e grande pubblico con attenzione a volte assolutizzante e sovente molto confusa. E’ dunque inutile ricordare, perché immaginabile, l’acredine di certe reazioni alla visione di quest’opera, che sulla base della competenza fisica, chimica, cristallografica, botanica e zoologica del suo Autore attaccava dal di dentro dell’evoluzionismo il dogma del paradigma neo-darwiniano, e ridimensionava il ruolo del gene nell’architettura del vivente. La visione autoevoluzionista tratteggiata nel libro pare raccogliere intuizioni aristoteliche per riunire in un unico reame mondo biologico ed inorganico a partire dalla spiegazione delle omologie morfofunzionali, giungendo a figurare una sorta di "parentela non genica" fra lo spin dell’ultramicroscopico elettrone, la viva Limnaea dalla conchiglia ritorta e le spirali delle immense galassie.

Diversi equivoci, in buona e cattiva fede, hanno dipinto Lima-de-Faria come un anti-evoluzionista, o hanno limitato il punto centrale della sua opera all’attacco contro la selezione naturale, "gioco da salotto per spiegare la vita" come direbbe Giuseppe Sermonti.

In realtà esistono pochi evoluzionisti più convinti di Lima-de-Faria. Ma soprattutto, se pure è vero che la negazione del ruolo della selezione ha conferito il titolo a quest’opera, non è essa l’oggetto più importante del suo studio. Il selezionismo (e per selezionismo si deve intendere una concezione che identifica nella selezione naturale non una concausa, ma il primo motore, più o meno onnipotente, dello sviluppo biologico) è infatti il maggiore ostacolo metodologico al riconoscimento e alla spiegazione dell’omologia morfofunzionale. E’ tale fenomeno, che universalmente si riscontra in tutti i regni naturali indipendentemente dall’esistenza o meno del gene, il vero protagonista del libro. Un ordine attraversa e definisce per progressive e deterministiche canalizzazioni il mondo subatomico, chimico, fisico in tutte le sue scale, per ritrovarsi infine anche nel vivente. La forma di Chitoniscus feedjeanus, contraddittoriamente al fatto che nelle scuole venga spiegata come un classico esempio di imitazione mimetica della pagina fogliare, compare prima dell’avvento delle foglie sulla Terra, ed ha un precedente nella figura in cui si dispongono i cristalli del bismuto puro. La medesima struttura e torsione si rivela nella disposizione dei cristalli di clorite, negli uncini di certe piante, nei gusci di antiche ammoniti, nel corno della capra. L’estuario di un fiume visto dall’alto, la ramificazione di un albero, la va scolarizzazione di un mammifero seguono un unico schema dendritico di sviluppo, tanto che le loro immagini, una volta ridotte alla stessa dimensione, risultano difficili a distinguersi. Comunanze chimiche costanti si rivelano basare queste e innumerevoli altre apparenti curiosità di natura. Ora, non soltanto la selezione è impotente a dar conto di tale evidenza; ma è logicamente incompatibile con qualsiasi tentativo di spiegarla. Come tutti i sistemi teorici forti dinanzi a un fatto refrattario all quote integrazione, la biologia selezionista ignora l’omologia, e quando non può fare a meno di incontrarla la definisce mera analogia, relegandola così in quella metafora dell’annichilimento che è l’accidentalità; la quale tuttavia, piuttosto testarda, insiste a rivelarsi ovunque, in natura, si volga lo sguardo.

Non è più nemmeno qui in questione l’accettabilità epistemologica della continua produzione, da parte dell’establishment scientifico, di teorie evoluzionistiche ad hoc per spiegare il fenomeno, anche se di passaggio l’Autore accenna a tale spia dello stato di salute del neo-darwinismo. Il campo di ricerca oggetto del libro è infatti del tutto invisibile a chi lo affronti dal di dentro di tale prospettiva, e non avrebbe senso tentarne un adattamento, anche fortemente critico. Da parte di Lima-de-Faria, demolire il selezionismo in quanto limite strutturale di stampo sociologico - vittoriano di nascita - della biologia, è insomma soltanto la premessa necessaria alla teoria dell’autoevoluzione, verso la quale egli ci conduce con mano ferma, metodica, elegante, dispiegando un corredo di immagini e osservazioni che conoscono pochi pari nella letteratura scientifica moderna. Al di là degli studi classici sull’argomento, da D’Arcy Thompson in avanti, è indubbio che la biologia molecolare degli ultimi anni ha continuato a confermare con sempre maggiore evidenza l’importanza di elementi complementari alla genetica teorica classica nella formazione degli organismi viventi; elementi che Lima-de-Faria aveva già cominciato a indicare e sistematizzare un ventennio fa in Molecular Evolution and Organization of the Chromosome (1983). E in effetti, come rammenta lo stesso Autore, Evoluzione senza selezione è la conseguenza di quelle premesse, una volta applicate all’evoluzionismo.

Non ricorderemo gli sviluppi delle ricerche convergenti durante i 14 anni che ci separano dalla prima edizione del libro. Sono molti i fermenti di sviluppo paradigmatico che si potrebbero collegare a quest’opera come a uno snodo fondamentale e attuale, anche in altre discipline, quale la fisica dell’ubiquità [Cfr. Mark Buchanan, Ubiquity: the Science of History, Weidenfield & Nicholson, New York, 2000. Trad. italiana: Ubiquità, Mondadori, Milano, 2001 ]. Ci limiteremo a rammentare uno studio di biologia teorica particolarmente significativo.

Nel 2001 Nature, una delle riviste maggiormente stimate dal’ortodossia scientifica, ha pubblicato una nota dei biochimici Michael Denton e Craig Marshall dell’Università di Otago (Nuova Zelanda) dal titolo Laws of form revisited [Nature, 410, 22 marzo 2001, p. 417 ] . In essa, sulla base dei risultati ottenuti da Cyrus Chothia del British Medical Research Council, suggeriscono che le unità di base per la costruzione delle proteine, le piegature proteiche, rappresentino un insieme finito di forme naturali, organizzate da "regole di assemblaggio" simili a quelle che determinano la tavola degli elementi di Mendeleev. Ciò deporrebbe a favore di una determinazione fisica diretta sull’architettura vivente. In pratica esistono prove che le forme biologiche più ricorrenti (ad es. quella delle cellule dei protozoi ciliati) sono il frutto di una legge fisica. I due studiosi concludono tirando delle somme che Lima-de-Faria aveva già presentato più di un decennio prima: se è vero che una quantità sostanziale di forme biologiche è di origine fisico-chimica, le implicazioni portano assai lontano. Le leggi fisiche hanno nell’evoluzione biologica un ruolo più importante di quanto sia stato accettato sinora, e le diversità morfologiche derivano da un insieme finito di forme naturali già scritte e ricorrenti in un universo che, in ultima analisi, segna la vita sul carbonio.

 


 
   

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