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Il grido silenzioso



 

Ma c'è anche un darwinismo che non piace a sinistra
 di Giuseppe Sermonti

[Da "Avvenire", 05 Marzo 2003]

Nel 1982, in occasione del centenario della morte di Charles Darwin, W.H. Thompson fu incaricato di redigere l’introduzione a una nuova edizione de L’origine delle specie. Trattando del clima in cui la teoria darwiniana si sviluppava, scrisse: «Questa situazione, dove uomini si riuniscono alla difesa di una dottrina che non sono capaci di definire scientificamente e ancor meno di dimostrare con rigore scientifico, tentando di mantenere il suo credito col pubblico attraverso la soppressione della critica e l’eliminazione delle difficoltà, è anormale e indesiderabile nella scienza».

Sembra che gli evoluzionisti darwiniani si curino poco di essere indesiderabili. La loro risposta è che i «creazionisti» sono ancor più carenti di definizioni e dimostrazioni, e sarebbero, se prevalessero, più intolleranti di loro. Inoltre, diranno, in un secolo e mezzo, l’evoluzionismo non è stato mai contraddetto.. Mi sono sempre chiesto che cosa dovrebbe essere scoperto perché la dottrina si riconoscesse smentita. Al proposito, Karl Popper scrisse: «Non so che cosa potremmo considerare come possibile confutazione della teoria della selezione naturale. Se accettiamo la definizione statistica di adattamento, allora la sopravvivenza del più adatto diventa tautologica e inconfutabile».

La teoria è intoccabile, ma i problemi che erano sul tappeto quando, un secolo e mezzo fa, essa si affermò (origine della vita, delle forme, del pensiero) sono tutti lì.

In un recente convegno a Milano, di cui ho avuto breve notizia dai giornali, è stato sollevato, da alcuni gruppi giovanili di destra, il problema della contrapposizione Evoluzione-Creazione. L’iniziativa è stata accolta con sufficienza e nonchalance. Qualcuno (su «La Stampa») si è posto il problema se l’anti-darwinismo potesse essere esclusiva della destra. C’è certamente un Darwin inaccettabile anche a sinistra: quello che ha promosso il darwinismo sociale e il colonialismo. Ha scritto Darwin (sic): «Tra tutti gli uomini ci deve essere lotta aperta... Tra qualche secolo a venire... è quasi certo che le razze umane più civili stermineranno e si sostituiranno in tutto il mondo a quelle selvagge». Si stenta a credere che lo scienziato che ha espresso questi concetti possa essere preso a profeta del sinistrismo e del pacifismo.

È il caso di notare che il darwinismo non ha mai avuto facile corso tra gli scienziati francesi (legati a Lamarck), tra quelli tedeschi di inizio secolo XX (fedeli a Goethe) e tra quelli russi (seguaci di Driesch e di Verdanskij, per non parlare di Lysenko). Esso è dominante in Inghilterra (meno in Scozia) e negli Stati Uniti e, di riflesso, in Spagna e in Italia. Una suddivisione geografica significativa, alla luce delle attuali divisioni geopolitiche europee.

Ma perché allora Darwin piace tanto all’establishment? Perché un non-darwinista non potrà mai far carriera nei Paesi anglosassoni, in Italia o in Giappone? La risposta è gelida e tagliente, e l’ha data, tra gli altri, un’autorità come lo zoologo Ernst Mayr in un recente fascicolo de «Le Scienze» (marzo 2002): «Perché la teoria darwiniana non fa ricorso al sovrannaturale e non chiama in causa Dio». Metodologia forse accettabile nella scienza, ma sciagurata se si insedia nella vita tutta, nei salotti, tra i giovani e nelle piazze.

© Avvenire

 


 
   

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