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Il grido silenzioso



 

Il burofemminismo
 di Nucci Alessandra

La Convenzione dell’Onu contro la discriminazione. Femminismo è maschilista e lotta continua alla famiglia. Il politicamente corretto ha generato il "sessualmente-corretto" e così Napoleone diventerà un Carneade e Eleonora Fonseca Pimentel una Cleopatra. Alle donne gli stessi diritti degli uomini, ma non a tutte le donne gli stessi diritti.

[Da "Tempi" n. 14, 5 Aprile 2001]

La questione dell’identità femminile sui giornali italiani è quasi sempre solo in termini d’egualitarismo numerico e monetario. Si lamenta lo scarso numero di donne manager, di donne parlamentari, di donne facoltose. Ma uno sguardo alle conferenze internazionali (Pechino 1995, New York 2000), rileva che, laddove il dibattito è liberamente promosso, le questioni non sono così facilmente "monetizzabili". Si fronteggiano da una parte la priorità date alla libertà sessuale, altrimenti detta dei "diritti riproduttivi" o diritto all’aborto, e dall’altra le istanze dei popoli più legati alle tradizioni e alla religione, che sono in genere quelli del Terzo Mondo, dai problemi ben più drammatici di quelli delle donne "emancipate" dell’Occidente. Questa contrapposizione riflette le divisioni delle origini, tra il femminismo socialista e quello borghese. Di questi due canali dell’identità femminile si è perso traccia in Italia e il femminismo di sinistra è ormai un dato scontato e invisibile, come l’acqua per i pesci che vi nuotano dentro. Al punto che l’aborto visto come "libertà di scelta" sembra un dato acquisito all’identità femminista, mentre all’inizio del secolo, quando il tema del voto era soverchiante, era un argomento che le femministe americane combattevano accorate e a gran voce. Le più famose, Susan B. Anthony e Cady Stanton, pubblicavano un quotidiano contro l’aborto, da loro chiamato "infanticidio". Ma ciò viene regolarmente sottaciuto dalle femministe americane, a partire dalle quali si è diffuso in Occidente il diritto alle pari opportunità inteso come imposizione di riserve di posti come per i profughi e i disabili.

La convenzione (contro) i diritti umani

A livello internazionale, mentre parlano dei problemi gravi delle donne nei Paesi di in via di sviluppo, problemi di nutrimento, medicine, istruzione, difesa dalla violenza, le femministe del "nord del mondo" si preoccupano soprattutto di definire i loro "diritti riproduttivi", da estendersi fino alle bambine di dieci anni. Pochi sembrano avere presente che nel 1980 l’Italia ha ratificato la "Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne" che ci impegna a eliminare ogni discriminazione sulla base del sesso. Come? Col "modificare i modelli sociali culturali della condotta degli uomini e delle donne". Si tratta di un tentativo di ridefinire la famiglia attraverso la cultura, arte in cui i discepoli di Antonio Gramsci hanno dimostrato di essere dei virtuosi. È dell’inverno 1996/97 la poco conosciuta circolare del Ministro della Pubblica Istruzione Luigi Berlinguer che imponeva già alle scuole di non adottare libri di testo "contenenti riferimenti ai ruoli stereotipi uomo/donna". Con la convenzione dell’Onu, l’abitudine all’indottrinamento viene codificata e consacrata. È concepibile che perfino la religione a scuola possa un giorno essere proibita in quanto "dannosa per la società". A chi spetta decidere quali "ruoli stereotipati" si dovrebbero eliminare? Molte religioni insegnano che gli uomini sono i capifamiglia. Che succederà: saranno processate per violazione dei "diritti umani"? La Convenzione potrebbe così diventare un facile strumento per la violazione di libertà fondamentali come quella di religione e di culto, di dar voce alle proprie opinioni religiose o di insegnare la religione ai propri bambini.

Criterio sessuale: Napoleone=Eleonora

"Polite", progetto cofinanziato dalla Commissione Europea e dal Dipartimento per le Pari Opportunità italiano, in collaborazione con l’Associazione Italiana Editori, il Cisem e la società di progettazione Poliedra, punta a realizzare normative di "autoregolamentazione per l’editoria scolastica" con "l’obbiettivo di garantire che donne e uomini, protagonisti della cultura, della storia, della politica e della scienza siano presenti sui libri di testo senza discriminazioni di sesso". Viene introdotto (e questo progetto circola già nella scuola italiana) il criterio sessuale come principio storiografico, come a dire che l’egualitarismo di "genere" è più importante della realtà. Vi immaginate un libro di storia che dedicasse un medesimo peso e spazio di trattazione a Napoleone e a Eleonora Fonseca Pimentel per rispetto delle "pari opportunità"? Ci troveremo alle prese con l’opera omologatrice di dover "neutralizzare il genere" nei libri di testo e nei programmi scolastici? E il mondo deve popolarsi di bambini androgini cui non è permesso credere che ci siano differenze di genere al di là dei fattori visibili esterni? Gli articoli 5 e 16 della Convenzione affermano che "gli interessi dei bambini vengono prima di tutto", il che configura un inserimento della burocrazia statale nei rapporti fra genitori e figli. Chi decide quali siano i migliori interessi del bambino? È forse per questo che Livia Turco ci tiene tanto a regalare ad ogni bambino un "difensore civico"? E per difenderlo da chi?

© Tempi

 


 
   

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