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Il grido silenzioso



 

Razzismo «etico»
 di Antonio Socci

[Da "il Giornale", 20 Aprile 2002]

A un anno (quasi) dal voto del 13 maggio 2001 si può tentare un primo bilancio? Innanzitutto è decisivo capire cosa veramente è accaduto e ci aiuta in questo il libro appena uscito di Luca Ricolfi, "La frattura etica". Ricolfi, docente all’Università di Torino, dichiara di essere genericamente "di sinistra" e premette di essere partito dalla convinzione, assai diffusa in quell’area, che il voto fosse stato pressoché uguale a quello del 1996 e che solo la politica delle alleanze avesse fatto prevalere la Casa delle libertà. Ma andando avanti con la ricerca ha dovuto capovolgere questa idea per concludere che c’è stato "un chiaro e netto spostamento dell’elettorato italiano verso destra nel quinquennio 1996-2001". 

Ecco - a suo parere - l’errore della sinistra: "La credenza di rappresentare "la parte migliore del Paese", di essere "titolari di una superiorità etica, culturale, politica". Una sorta di "razzismo etico", che vede la parte avversa come un’umanità inferiore, non ancora civilizzata e - come i barbari - da educare o tenere alle porte". Ricolfi sottolinea che "i risultati della nostra ricerca non avvalorano in alcun modo le pretese di superiorità etica del popolo di sinistra", anzi "la virtù civica è equamente distribuita". 

Oggi, a un anno di distanza, si può dire che questa lettura di Ricolfi non è stata capita dalla sinistra, tanto che quel senso di "superiorità etica" è proprio il connotato che ha assunto la protesta contro il governo nelle varie iniziative di piazza. Eppure, secondo Ricolfì, quella pretesa ha avuto effetti elettorali deleteri per la sinistra, per esempio rendendola incapace di capire la forte domanda di sicurezza ("quasi decuplicata in cinque anni") che arrivava dalla gente, considerata per questo cripto-razzista. Nella lista delle priorità degli italiani, fra 1996 e 2001, "lavoro e scuola" passavano infatti dal 49,5% al 31,3, "tasse e deficit pubblico" dal 21,4 all’8,1, "Stato sociale" dal 12,4 al 13,1, mentre "criminalità e immigrazione" balzavano dal 3,6 al 29,8. 

Sul piano della repressione del crimine e di una maggiore severità verso l’immigrazione clandestina l’azione del governo Berlusconi, in questi 10 mesi, è stata particolarmente visibile, con una certa efficacia anche rilevabile nei numeri. Mentre la sinistra continua a tenere le posizioni della campagna elettorale. Durante la quale l’Ulivo puntò tutto nel rivendicare - come suo successo - l’ingresso nell’euro: questo proprio mentre la "fiducia nell’Europa" precipitava dal 58% del gennaio 1996 al 32,8 del gennaio 2001. Ciò che spiega l’atteggiamento scelto dall’attuale governo: europeista sì, ma con prudenza e realismo. 

Un altro significativo flash sulla società italiana riguarda le rilevazioni sulla pratica religiosa che segnalano - secondo Ricolfi - un’inversione di tendenza nel processo di secolarizzazione. Se infatti la "quota di italiani che partecipa alla messa almeno una volta al mese" era passata dal 49,2 al 38,6 nel periodo 1991-1998, da allora è tornata a risalire arrivando al 42,8 nel 2001. Questa svolta culturale, secondo Ricolfi, è visibile anche nei giovani: "Da questo punto di vista la formula di Crepet (non siamo capaci di ascoltarli), andrebbe rivista, se non rovesciata (non abbiamo il coraggio di guidarli): forse quel che i giovani - e con essi una parte della società italiana - lamentano oggi non è la mancanza di libertà individuale, ma l’assenza di punti di riferimento, non la mancanza di comprensione, ma la mancanza di guida". 

Così l’esito elettorale s’inserisce in un’evoluzione culturale del Paese, che ha superato l’ideologia politically correct ed è alla ricerca di riferimenti umani e culturali profondi. Qualcosa di analogo sta accadendo negli Stati Uniti (lo dimostra l’elezione di Bush) e ancor più potentemente dopo l’11 settembre. Infatti, statistiche alla mano, Ricolfì calcola che lo spostamento di consensi verso la Casa delle libertà c’è stato e molto forte: "Fra il 1996 e il 2001 il vantaggio della destra è cresciuto di circa 4,5 punti percentuali" (che nel mercato politico italiano è tantissimo). Per la verità Ricolfì sostiene che quel vantaggio è molto maggiore (come rilevavano i sondaggi preelettorali), sennonché una serie di fatti a ridosso delle elezioni hanno "ammortizzato il colpo subito dal centrosinistra". 

Analizzando le settimane del "recupero" dell’Ulivo, Ricolfi dimostra che esso derivò dal "surriscaldamento del clima elettorale provocato dalla cosiddetta demonizzazione di Berlusconi". Cioè dall’offensiva congiunta di una certa stampa straniera e dell’"informazione televisiva" con la nota serie di trasmissioni anti-Berlusconi. Secondo Ricolfì "l’esposizione alle reti Rai ha ridotto il consenso a Forza Italia in una misura pari ali’8,5 per cento del corpo elettorale" (altri calcolano molto di più). E aggiunge che "l’esposizione alle reti Mediaset ha restituito a Forza Italia "solo" il 7 per cento". In questo secondo caso però non si è trattato di una faziosa campagna di segno contrapposto, ma (con l’eccezione del Tg4, orientato pro-Berlusconi) di informazione equilibrata sui diversi programmi elettorali, vista la proibizione degli spot (in pratica Mediaset, secondo i più, ha svolto solo il servizio pubblico sempre stato prerogativa della Rai). 

Ricolfi, fra i fattori di recupero elettorale dell’Ulivo, menziona anche la spesa disinvolta del governo Amato che il centrodestra accusò di aver squilibrato i conti pubblici per cercare voti. Oggi l’Istat ha accertato che in effetti il "buco" fu fatto (circa 8mila miliardi di lire). Usando altri sistemi di calcolo il governo Berlusconi ha stimato l’extra deficit in 37mila miliardi. Che vanno ad aggiungersi alla decrescita del pil dovuta alla crisi bellica dell’11 settembre e alla spesa aggiuntiva per la missione in Afghanistan (3mila miliardi di lire). Una bella somma totale: bisogna riconoscere che il governo ha saputo raddrizzare i conti pubblici senza chiedere una lira di tasse in più ai contribuenti. Un buon risultato, premessa del futuro alleggerimento fiscale. 

Ma questi mesi hanno dimostrato che non basta operare, bisogna parlare al Paese sintonizzandosi con i suoi umori profondi. La Casa delle libertà seppe farlo prima del voto, adesso l’esecutivo deve saper dare una rappresentazione conseguente di ciò che realizza, diversa da quella che dà l’opposizione. Sull’articolo 18 per esempio la sinistra ha avuto successo nel dipingere la riforma come fattore di insicurezza sociale. Il governo avrebbe dovuto mostrare che invece essa punta a dare più opportunità e più sicurezze ai non garantiti. Anche la riforma della scuola è un grande progetto che offre più opportunità e più sicurezze. Va fatto capire. 

È l’idea di benessere dei cittadini (nel senso di ben-essere) che fu vincente un anno fa e dovrebbe essere oggi l’autorappresentazione strategica dell’azione del governo: si riflette nelle misure contro l’eccesso di burocrazia, nelle iniziative sulle pensioni minime, sull’ordine pubblico e la Sanità (il ministro non dimentichi quella decisiva guerra alla sofferenza che vede l’Italia all’ultimo posto per le cure antidolorifìche e palliative). 

In questo quadro si inseriscono anche i successi sorprendenti di Berlusconi come ministro degli Esteri e iniziative di grande respiro culturale come potrebbe essere la proposta di Emesto Galli della Loggia per l’Arsenale di Venezia. Riflettono quel sentimento di rinascita dell’identità nazionale e della sua dignità che il presidente Ciampi sostiene da tempo e che questa maggioranza di governo è la più attrezzata a esprimere.

© Il Giornale

 


 
   

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