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Il grido silenzioso



 

L'Impero e il Papato
 di Antonio Socci

[Da "Il Giornale", 18 Aprile 2003]

Lo scorso Natale sul Wall Street Journal, il quotidiano più rappresentativo della potenza economica americana («l’Impero» come viene ormai chiamata a sinistra, dopo Toni Negri), usci un editoriale dal titolo emblematico («Il secolo cristiano») che si apriva con un annuncio sorprendente; «Contrariamente al giudizio comune, la Cristianità non sta appena sopravvivendo, ma sta dilagando (nel mondo)». In effetti i dati a cui il WSJ fa riferimento sono impressionanti. Si trovano nel recentissimo volume del professor Philip Jenkìns, The Next Cristendom, il quale sfata un luogo comune molto diffuso, secondo cui fra 2025 e 2050 il numero dei musulmani nel mondo avrebbe superato quello dei cristiani. Samuel Huntington aveva basato proprio su queste proiezioni sbagliate il suo celebre studio Lo scontro delle civiltà. Sennonché la sua fonte, la più autorevole a livello mondiale, ossia la World Christian Encyclopedia di David B. Barrett, ha modificato le sue proiezioni in seguito al crollo dei sistemi comunisti e oggi prevede che nel 2025 i musulmani saranno il 22,8 per cento della popolazione mondiale mentre i cristiani saranno il 33,4 (nel 2050 i primi arriveranno al 25 per cento e i secondi al 34,3). Dunque nessun sorpasso. Anzi. Si annuncia un secolo cristiano, se non nella scettica e vecchia Europa in tutti gli altri Continenti.

Il fenomeno risulterebbe ancor più straordinario se i nostri mass media e la nostra opinione pubblica si fossero accorci che l’epoca che abbiamo vissuta ha visto consumarsi la più grande mattanza di cristiani della storia. Proprio gli. studi dell’équipe di Barrett dicono che su 70 milioni circa di martiri cristiani in duemila anni, ben 45 milioni sono quelli del XX secolo. Nell’anno 2000 erano ancora 160mila le vittime annuali.

Su una rivista laica di geopolitica Come Limes, all’inizio del 2000, si poteva leggere: «Il cristianesimo è la religione oggi più perseguitata del mondo. Conta migliaia di vittime; i suoi fedeli subiscono torture e umiliazioni di ogni tipo. Ma l’opinione pubblica occidentale non concede a questo dramma alcuna attenzione». L’opinione pubblica più sensibile si è sempre mostrata quella statunitense, così come quello di Washington è stato il governo che ha esercitato le maggiori pressioni contro i regimi più persecutori (al contrario di altri Paesi come la Francia e la Ue che spesso e volentieri hanno «flirtato» con quei regimi).

Il cristianesimo si è diffuso dunque in condizione di grave persecuzione. Anche per questo, in tante parti del mondo, i cristiani rappresentano una delle poche avanguardie di libertà di coscienza e di speranza. Del resto - al di là dei numeri- impressionante è l’influenza che il Cristianesimo esercita sulle altre religioni e civiltà: lo si può notare in quel fenomeno orma planetario che René Girard chiama «la pietà per le vittime».

È l’Occidente stesso; talvolta involontariamente, che diffonde questa sensibilità tipicamente cristiana. Ma oggi - dopo l’11 settembre e la strategia che la Casa Bianca di Bush ha lanciato - cosa può accadere? Bush ha vinto le elezioni con un programma quasi isolazionista. Ma - dopo gli eventi di Manhattan - ha dovuto coniare e praticare una dottrina politica diametralmente opposta: la sicurezza, anche quella interna, è garantita solo dalla diffusione della democrazia nel mondo, perché i regimi tirannici - oltre a essere feroci con i propri popoli - diventano prima o poi un pericolo per tutti.
Questa strategia che sta già cambiando il volto del Medio Oriente - comunque la si voglia giudicare - ha ragioni e dinamiche puramente politiche. Non ha nulla di «teologico». Per questo Bush ha più volte sottolineato che non siamo di fronte a una crociata contro l’Islam. Del resto ben 30mila dei soldati americani presenti in Irak sono di religione islamica. E l’intervento americano ha già permesso di ritrovare un’inedita libertà di culto agli sciiti iracheni, dopo anni di persecuzioni di Saddam Hussein. Si può dunque dire che più democrazia significa anche libertà religiosa per tutti.

Ma qui cominciano pure i problemi. le manifestazioni di queste ore degli sciiti significano che l’Irak rischia di finire come l’Iran? E cosa dovranno aspettarsi le minoranze cristiane che in questi anni sono state abbastanza tollerate dal regime di Saddam (in quanto laico)? In queste ore si è parlato dell’occupazione da parte degli sciiti di locali attigui alla cattedrale cattolica di Bassora. Un incidente da poco o è un’avvisaglia inquietante?

Del resto, sebbene la politica della Casa Bianca sia del tutto laica e il papa abbia fatto energicamente capire che non siamo di fronte a lino scontro fra cristianesimo e Islam, scongiurando ritorsioni sulle minoranze cristiane, è facile prevedere che il mondo musulmano presto tornerà a identificare Stati Uniti con Cristianesimo ed Ebraismo. Anche perché non si può negare che le libertà occidentali affondino le loro radici in quel terreno religioso e che proprio il presidente Bush abbia un forte e personale approccio «religioso» alla politica.

I cristiani sono evidentemente fra i beneficiari di una democratizzazione di questi Paesi e al tempo stesso possono dare molto a tale processo. Ma possono diventare anche le vittime di questo interventismo occidentale, che talora può essere più interessato all’egemonia economico-politica che alla costruzione della democrazia. Cosi teme la Santa Sede che tuttavia non sottovaluta affatto le opportunità di libertà che si aprono (il Vaticano ha commentato la liberazione di Bagdad, curiosamente, con le stesse parole del portavoce della Casa Bianca: «Una grande opportunità per il popolo iracheno»).

Il caso volle che quell’editoriale del WSJ sul «Secolo cristiano» comparisse accanto a un commento di Francis Fukuyama intitolato «A Revolutionary Conservatism». Evidentemente i due grandi fenomeni sono destinati a legarsi. Come? Con quali effetti? la scommessa americana sembra essere quella di riuscire a far riconciliare Islam con democrazia. Dopo aver spazzato via nazismo e fascismo e dopo aver abbattuto la gran parte dell’Impero comunista, la più antica democrazia del mondo si lancia in una scommessa epocale. Perché tale senza dubbio è la diffusione della democrazia nell’Islam.

Cosa possono fare i cristiani? Come debbono giudicare questi nuovi scenari? A ben vedere la grande battaglia di Giovanni Paolo II, dopo l’11 settembre, per coinvolgere l’Islam e l’Ebraismo in una netta condanna del fondamentalismo che usa il nome di Dio per giustificare violenza, terrorismo e intolleranza, sembra quasi anticipare questa prospettiva, questa sana «laicizzazione» della politica che porta alla democrazia. Diversi però sono i mezzi usati dal papa: quelli della fraternità, del dialogo, della testimonianza e della preghiera.

È certo che i cristiani - seguendo Giovanni Paolo II - possono fare molto per far crescere un dialogo fraterno col mondo islamico che deve liberarsi da caste di tiranni sopportabili e da un immotivato odio pregiudiziale verso l’Occidente (e verso Israele). E l’Occidente a sua volta deve imparare ad amare il proprio volto migliore, le proprie radici e a emendarsi dei propri errori. L’inizio del Terzo Millennio propone paradossalmente la polarità antica e medievale fra Impero (cristiano) e Papato (e anche stavolta possono uscirne cose straordinarie per l’umanità). L’Italia si trova in un punto d’incontro privilegiato e il governo attuale, anzi il suo premier, ha scelto l’approccio giusto per aiutare il dialogo fra questi protagonisti.

© Il Giornale

 


 
   

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