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Il grido silenzioso



 

«Giuste le radici cristiane nella Costituzione Ue»
 Il costituzionalista ebreo Joseph Weiler direttore del centro studi "Jean Monnet"

«Nei preamboli vanno inseriti i valori a cui si ispirano le norme»

[Da "La Stampa", 28 settembre 2003]

NEW YORK. Cristofobia. Ghetto cristiano. Europa malata di ideologismo, al punto di negare le sue stesse radici. Sono parole dure come pietre, quelle che il professor Joseph Weiler scaglia contro chi vuole tenere ogni accenno al cristianesimo fuori dalla nuova Costituzione europea. E pesano ancora di più perché vengono da un ebreo.
Weiler, costituzionalista di fama mondiale, insegna alla New York University e al Collège d’Europe di Bruges, e dirige il Centro Jean Monnet di Studi europei e il Global Law Program.

Perché nel suo nuovo libro "Un’Europa Cristiana" (pubblicato da Rizzoli) lei sostiene che la Costituzione europea debba contenere un riferimento alle radici cristiane del continente? E perché un ebreo praticante come lei ha deciso di sostenere questa tesi?

«Io sono un ebreo praticante, ma sono anche un costituzionalista praticante. La Costituzione europea non può evitare il riferimento a Dio e al cristianesimo perché, come quasi tutte le leggi fondamentali dei paesi dell’Ue, è dotata di un preambolo che precede l’articolato. In tutte le costituzioni gli articoli esprimono norme di diritto positivo, mentre il preambolo dice quali sono i valori a cui il diritto positivo si rifà e qual è la simbologia in cui la comunità politica si riconosce. Ora, in tutte le costituzioni d’Europa troviamo norme di diritto positivo simili per quanto riguarda la religione: tutte affermano la libertà di religione e la libertà dalla religione. Cioè sono ammesse tanto la pratica religiosa, quanto l’irreligiosità. I preamboli, invece, sono eterogenei: ci sono paesi come la Francia, che trattano la fede come un fatto strettamente privato e non menzionano né Dio né alcuna religione; ma ci sono anche paesi, che rappresentano circa la metà della popolazione europea, che parlano apertamente di Dio, del cristianesimo e delle Chiese. Il popolo tedesco adotta la sua Costituzione "davanti a Dio e agli uomini", quello irlandese afferma di agire "nel nome della Santissima Trinità, da cui ogni autorità proviene", e così via. Alla luce di tutto ciò, cosa vogliamo vedere nella Costituzione europea? Nella parte relativa al diritto positivo, vogliamo lo Stato agnostico, perché esso è tale in tutta Europa. Ma nel preambolo, non è giusto che sia adottata una simbologia che è propria solo della Costituzione francese. Non si può predicare il pluralismo culturale e contemporaneamente dar prova di imperialismo costituzionale!».

Cosa risponde a chi obietta che una costituzione dovrebbe sempre garantire la separazione tra Chiesa e Stato, e quindi evitare riferimenti religiosi?

«Esiste l’ingenuo convincimento che per lo Stato essere veramente neutrale significhi praticare la laicità. Ciò è falso. Se la soluzione costituzionale è definita come una scelta fra laicità e religiosità, è chiaro che non esiste una posizione neutrale in un’alternativa fra due opzioni. Uno Stato che rinunci ad ogni simbologia religiosa non esprime una posizione più neutrale di uno Stato che aderisca a determinate forme di simbologia religiosa. Escludere la sensibilità religiosa dal Preambolo, pertanto, non è più realmente un’opzione agnostica; non ha nulla a che vedere con la neutralità. Significa semplicemente privilegiare, nella simbologia dello Stato, una visione del mondo rispetto ad un’altra, facendo passare tutto questo per neutralità».

Ma allora il problema è irrisolvibile: o laicità o religiosità.

«Servirebbe una formula di apertura come nella Costituzione polacca, redatta dopo la fine del comunismo: "Noi, la Nazione polacca, tutti i cittadini della Repubblica, sia quelli che credono in Dio, come fonte di verità, giustizia, bene e bellezza, sia quelli che non condividono questa fede ma rispettano quei valori universali come derivanti da altre fonti..."».

In Europa vivono anche molti ebrei, e con le recenti immigrazioni molti musulmani. La nuova Costituzione come dovrebbe rivolgersi a queste persone, che hanno avuto e avranno un ruolo sempre maggiore nel continente?

«Per quanto riguarda i musulmani, si avverte il dovere di farli sentire a loro agio come cittadini europei a pieno titolo, parte integrante della costruzione europea. Qui si può liquidare una volta per tutte anche il problema artificiale della Turchia: non si può sostenere che, poiché la maggior parte della popolazione turca non è cristiana, Ankara non debba essere ammessa nell’Unione europea. Potrebbero esservi buone ragioni per differire o perfino per respingere la domanda di adesione della Turchia. Ma rifiutare Ankara su quella base significherebbe vanificare l’impegno professato dall’Europa a favore del pluralismo, della tolleranza e dei diritti umani. Il caso turco non è una sfida alla fede del continente, è una sfida alla sua buona fede. Molto più complesso, sia a livello socio-politico sia a livello religioso, è il rapporto Europa-ebrei. La sensibilità verso gli ebrei in quanto minoranza è naturalmente assai meno importante in termini quantitativi: la maggior parte degli ebrei europei sono stati assassinati, e la responsabilità non fu solo dei "nazisti". Anche questo è parte della storia del continente. Un’Europa nella quale l’ebreo non è benvenuto è un’Europa fallita. Ma il benvenuto si dà a un ospite. Un’Europa nella quale l’ebreo sia semplicemente "benvenuto", ospite, e non sia riconosciuto invece come parte integrante e indispensabile della narrativa europea, è anch’essa un’Europa fallita, sebbene a qualcuno questa idea continui a dare fastidio. Dal loro punto di vista, non si può raccontare la storia moderna degli ebrei staccata dalla storia europea. Ma il riferimento alle radici cristiane o alla tradizione cristiana nel Preambolo non deve far sentire l’ebreo europeo meno europeo. Perché la cultura cristiana, che lo si voglia o no, è parte del continente. Mettetevi nei miei panni. Considerate l’educazione dei miei figli. Tutti e cinque sono ebrei osservanti; frequentano scuole religiose ebraiche (anzi, abbiamo scelto di vivere dove ci sono le migliori - una tipica ossessione ebraica); parlano correntemente l’ebraico e studiano l’aramaico; la mia speranza è che facciano propria la grande civiltà della quale sono eredi. Tutti e cinque sono cittadini europei, e la mia speranza è che facciano propria anche quest’altra grande civiltà della quale pure sono eredi. Studiano il francese e lo spagnolo (gli standard sono calati: il loro nonno parlava correntemente otto lingue europee, compresi il latino e il greco). Come in ogni famiglia ebrea perbene, ricevono un’educazione musicale (un Isaac Stern purtroppo non c’è) e artistica. Quando li portiamo a un concerto, dovrebbero forse tapparsi le orecchie se vengono eseguiti il "Messia" di Haendel o la "Passione secondo Matteo" di Bach? Quando vanno agli Uffizi, dovrebbero forse chiudere gli occhi davanti alla Maestà di Giotto o alla marea di Madonne col Bambino? O invece dobbiamo insegnare che nell’evoluzione politica e culturale di questa grande civiltà, che è anch’essa loro patrimonio, il Cristianesimo ha giocato un ruolo fondamentale? Non c’è un altro modo. Se qualcuno conosce un’altra maniera, corro subito a incontrarlo».

Come mai nel suo libro lei parla di un "ghetto Cristiano"?

«È una provocazione, naturalmente. Ma per quanto riguarda il processo di integrazione europeo, il contributo del pensiero cristiano è attualmente pari a zero. Nell’ultimo anno, su 86 libri pubblicati sull’integrazione europea, solo 7 contenevano la parola "cristiano". La cosa mi stupisce molto, perché testi papali come la Centesimus Annus sono ricchissimi di spunti che meriterebbero di essere riportati nel dibattito sull’integrazione. Ma oggi i cristiani mi sembrano chiusi in un ghetto, in parte frutto di una "cristofobia" diffusa in Europa, e in parte costruito con le loro proprie mani. Certo, sempre meno triste dei ghetti in cui venivano confinati i miei avi, ma pur sempre un ghetto».

Dunque cos’è l’Europa cristiana che dà il titolo al suo libro?

«Un’Europa cristiana non è un’Europa esclusivista o necessariamente confessionale. È un’Europa che rispetta ugualmente in modo pieno e completo tutti i suoi cittadini: credenti e laici, cristiani e non cristiani. Rifiutare il discorso del cristianesimo significa anche rifiutare di affrontare il passato del continente. L’Europa non dovrebbe divenire un mezzo per sfuggire al nostro passato, glorioso e insieme deplorevole. Un’Europa cristiana è un’Europa che, pur celebrando l’eredità nobile dell’Illuminismo umanistico, abbandona la sua cristofobia, e non ha paura né imbarazzo a riconoscere il Cristianesimo come uno degli elementi centrali nell’evolvere della propria civiltà»

© La Stampa

 


 
   

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