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Il grido silenzioso



 

A chi fa paura la vita?
 di Lucetta Scaraffia

Una domanda scomoda fra Occidente e fondamentalismo islamico.

[Da "Avvenire", 17 marzo 2004]

«Voi amate la vita e noi amiamo la morte». Sentendo le parole del comunicato con cui al-Qaeda avrebbe rivendicato gli attentati di Madrid, abbiamo – pur in mezzo all’angoscia - percepito con una certa fierezza che noi occidentali saremmo «per la vita», mentre i fondamentalisti islamici - per loro stessa ammissione - sarebbero «per la morte». Il che risulta azzeccato se solo poniamo mente alla dissennata prassi terroristica e agli attacchi suicidi,

assai lontani dal nostro rispetto per ogni singola esistenza umana ritenuta preziosa nella sua unicità. O se pensiamo al nostro orrore per la guerra e al vaglio critico con cui affrontiamo ogni ipotesi di coinvolgimento bellico, o alla difficoltà che abbiamo di accettare che possano esistere

buoni motivi per mettere a repentaglio la vita dei soldati. Tuttavia questa dichiarazione alla prova dei fatti non tiene del tutto; basta ricordare che le nostre società sono ormai a crescita zero, mentre quelle islamiche continuano a prolificare con il sostegno accorto delle rispettive autorità. In questo modo, non solo il numero dei musulmani continuerà ad aumentare, ma

alcune situazioni conflittuali potrebbero già risolversi in forza del semplice fattore demografico (per esempio, quella del Vicino Oriente a favore dei palestinesi).

È una guerra, d’altra parte, quella demografica, e così senz’altro la vede gran parte del mondo islamico, che pensa alla conquista del mondo attraverso "conversioni" e nascite. La nostra refrattarietà a nuove vite - che nasce da decisioni individuali talora egoistiche, ma che trova una giustificazione più vasta nella minaccia di un collasso mondiale per sovrappopolamento

periodicamente agitata davanti ai nostri occhi - non è certo indice di un vero atteggiamento positivo nei confronti della vita. L’idea, ormai da noi divenuta dominante, che un figlio abbia senso solo se voluto deliberatamente dai genitori è considerata ovvia, quasi un altro "diritto" per tutti gli esseri umani. Ma il fatto che gli esseri umani possano scegliere su questioni come la vita e la morte (si pensi all’eutanasia) significa veramente amore per la vita? In realtà, noi occidentali siamo a favore non della vita in generale, ma solo della vita «degna di essere vissuta» - per usare appunto le parole dei sostenitori dell’eutanasia - cioè di quella realtà che i nostri parametri considerano "vita umana". Pierpaolo Pasolini, nel suo celebre articolo contro l’aborto scritto nel 1975, aveva denunciato con orrore la cultura mortifera della modernità: «Ogni figlio che un tempo nasceva, era benedetto; ogni figlio che invece nasce oggi, è un contributo all’autodistruzione dell’umanità, e quindi è maledetto». Saremo veramente

dalla parte della vita quando accetteremo di nuovo con gioia la nascita dei bambini, quando non li vedremo più come una minaccia (e non tanto per la salvezza del mondo, quanto per il nostro egoistico desiderio di benessere). Quando cioè, per parlare chiaro, riusciremo di nuovo a pensare al futuro con generosità e ottimismo.

© Avvenire

 


 
   

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