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Il grido silenzioso



 

Nel mondo meglio essere in tanti
 di Guglielmo Piombini

Tutti i periodi d’oro della storia e dell’economia hanno coinciso con un aumento della popolazione. Oggi però l’Europa (e forse la sua civiltà) è destinata a una lenta fine: la natalità è scesa sotto zero e nel 2050 saranno scomparsi 120 milioni di europei.

[Da "Il Domenicale", 23 agosto 2003]

A dispetto delle teorie maltusiane e neomaltusiane, la storia ci insegna che il crescere della popolazione ha sempre caratterizzato le civiltà sane e in ascesa, mentre il suo calo ha spesso rappresentato un segnale di declino della civiltà. Non occorre risalire alla storia dell’Impero romano o del Medioevo per trovarvi delle conferme: basta guardare agli ultimi quarant’anni, durante i quali in molti Paesi occidentali il miracolo economico ha coinciso con il baby-boom, mentre il raddoppio della popolazione mondiale dal 1960 ad oggi è andata di pari passo con l’esplosione della produttività e il netto miglioramento delle condizioni di vita in tutte le aree del pianeta (con la sola eccezione dell’Africa subsahariana).

I politici e gli intellettuali più ascoltati in Occidente, dopo aver battuto per anni sui tasti della "crescita zero" e della "limitazione delle nascite" in risposta ad un immaginario problema di sovrappopolazione, sembrano oggi impreparati ad affrontare un fenomeno che non rientrava nelle loro previsioni: la drammatica crisi di nascite nei paesi più sviluppati. L’atteggiamento prevalente è stato quello della rimozione, tanto che ha suscitato una certa sorpresa l’allarme sull’estinzione demografica degli italiani lanciato dal sociologo di sinistra francese Henry Mendras su Le Monde. In realtà tutte le proiezioni indicano che il rischio di scomparire non riguarda solo gli italiani, sebbene da noi i problemi legati alla denatalità siano indubbiamente più acuti che altrove, ma l’intero l’Occidente.

Non ci saranno più bianchi

Molte volte, nella storia, le civiltà si sono trovate in situazioni di crisi, temendo il declino o la scomparsa. Non era mai accaduto, però, che una tale prospettiva venisse accolta con indifferenza se non con favore dalla popolazione stessa e dalle sue élite politiche e intellettuali. Se in Europa, a parte la Chiesa Cattolica, ben poche voci si sono levate contro questo pericolo, è almeno un fatto incoraggiante che l’anno scorso negli Stati Uniti abbia scalato la vetta dei best-seller un libro controverso, ma denso di dati ed analisi che fanno riflettere: The Death of the West di Patrick J. Buchanan, politico e opinionista cattolico-conservatore più volte candidato alle elezioni presidenziali. Basandosi su dati ufficiali, per la maggior parte elaborati dalle Nazioni Unite, Buchanan avverte che il collasso demografico dei popoli di origine europea ha raggiunto livelli così preoccupanti da far temere nel XXI secolo un evento che all’inizio del XX secolo sembrava inimmaginabile: "la morte dell’Occidente", l’estinzione planetaria dei popoli bianchi.

Agli inizi del Novecento, infatti, un abitante della terra su tre era di origine europea, e nel 1960, malgrado due catastrofiche guerre, erano ancora circa uno su quattro (750 milioni su 3 miliardi). A partire dalla fine di quel decennio, tuttavia, mentre la popolazione mondiale raddoppiava, gli europei hanno progressivamente cessato di riprodursi. La popolazione del Vecchio Continente è rimasta stabile, e in alcuni paesi ha già iniziato a calare. Nel 2000 la popolazione di origine europea è diventata un sesto di quella mondiale, e salvo riprese dei tassi di natalità, dei quali finora non si vede nemmeno l’ombra, sarà solo un decimo nel 2050. Oggi diciotto delle venti nazioni del mondo con la più bassa natalità sono europee. A parte forse l’Albania, non vi è un solo paese europeo il cui tasso di fertilità (che in media è di 1,4 figli per donna) si avvicini a 2,1, il minimo necessario per la stabilizzazione della popolazione. Con questi ritmi, i 728 milioni di europei di oggi crolleranno nel 2050 a 600 milioni, a parte l’immigrazione: queste – commenta Buchanan – sono statistiche di una civiltà moribonda. Un calo così pronunciato non si era verificato in Europa dai tempi della peste nera del 1347-52, quando almeno l’epidemia creava vuoti in tutte le classi d’età, e non solo tra i giovani. Se non si tiene conto dell’immigrazione, con una natalità di 1,2 figli per donna, i 57 milioni di italiani caleranno a 41 milioni nel 2050. Il demografo Nicholas Eberstadt ha calcolato che a quella data solo il 2 % della popolazione avrà più di cinque anni, mentre il 40 % sarà ultrasessantacinquenne. L’Italia è considerato un caso esemplare di invecchiamento della popolazione, ma le altre nazioni europee non navigano in acque migliori. Nel 2050 i tedeschi caleranno di 23 milioni di unità, e i rimanenti 59 milioni saranno per due terzi ultrasessantacinquenni. In Russia, dove il tasso di natalità è crollato addirittura a 1,17 figli per donna, si prevede che gli abitanti caleranno da 145 a 123 milioni nel 2015, e a 114 milioni del 2050: una perdita umana superiore ai trenta milioni di vittime attribuibili al periodo staliniano! In Gran Bretagna, dove le minoranze etniche già oggi rappresentano il 40 % degli abitanti londinesi, si calcola che alla fine del XXI secolo la popolazione anglosassone sarà minoritaria nel Paese: questa è la prima volta nella storia, ha osservato il London Observer, che una popolazione indigena si riduce volontariamente in minoranza, in assenza di guerre, carestie, o epidemie. Nel 1950 la Spagna aveva il triplo degli abitanti del Marocco, ma nel 2050 questi ultimi saranno più numerosi del cinquanta percento.

L’Africa triplicherà l’Europa

Più in generale, la popolazione africana, che nel 1995 era numerosa quanto quella europea, diventerà tre volte maggiore nel 2050. Anche nella composizione etnica degli Stati Uniti, da qualche decennio, si assiste a un crollo della popolazione di origine europea: se nel 1960 l’88,6 % era bianca, nel 1990 lo era solo il 75,6 %: un calo di tredici punti in 30 anni. Nel 1960 solo sedici milioni di americani non avevano antenati europei, oggi sono ottanta milioni. Nel 2020 saranno scesi ulteriormente al 61 %. Nessun paese della storia è mai passato attraverso uno stravolgimento demografico in così breve tempo senza traumi. Un tale mutamento della composizione della popolazione non potrà non produrre profondi sconvolgimenti culturali, che cambieranno completamente il volto del Vecchio e del Nuovo Mondo.

Il calo e l’invecchiamento della popolazione avranno effetti devastanti anche sul piano economico. Solo popolazioni numerose possono garantire l’alta produttività derivante da un’estesa specializzazione e divisione del lavoro; e solo popolazioni giovani producono innovazione intellettuale e tecnologica. Tra cinquant’anni, con una popolazione occidentale ridotta ad una percentuale infima di quella mondiale, e composta perlopiù da persone anziane, è quasi impossibile che potrà continuare a germogliare quella straordinaria creatività che ha fatto per secoli la gloria della civiltà europea. L’Europa, scrive Buchanan, diventerà un continente abitato da vecchi, in vecchie case, e con vecchie idee. Infatti, per mantenere nel 2050 l’attuale entità di popolazione compresa tra i 15 e i 65 anni, l’Europa dovrebbe importare 169 milioni di immigrati, dato che – se il tasso europeo di fertilità non sale – nel 2050 i giovani sotto i 15 anni crolleranno del 40 % arrivando ad essere 87 milioni. Il numero dei pensionati sopra i 65 anni salirà però del 50 % fino a 169 milioni. Per mantenere l’attuale rapporto lavoratori/pensionati, che è di 4,8 a 1, l’Europa dovrebbe a quel punto importare quasi un miliardo di immigrati! In pratica, si appresterebbe a diventare culturalmente un paese del Terzo Mondo.

Più sicurezza, meno figli

Perché gli europei hanno cessato di volere figli, condannandosi all’autoestinzione con tanta indifferenza? Perché, a differenza delle generazioni precedenti, sembrano non desiderare più le responsabilità e le gioie della maternità o della paternità? Le cause sono numerose, ma con tutta probabilità hanno giocato un ruolo di primo piano i profondi cambiamenti culturali indotti verso la fine degli anni Sessanta dalla cosiddetta "Rivoluzione Culturale", che si sono tradotti da un lato nel rifiuto nei tradizionali modelli di comportamento, e dall’altro nell’edificazione di un imponente apparato assistenziale di tipo socialista "dalla culla alla bara".

I giganteschi apparati di sicurezza sociale hanno infatti finito inevitabilmente per colpire l’istituzione famigliare e l’idea della responsabilità personale. Sollevando gli individui dall’obbligo di provvedere al proprio reddito, benessere, salute, vecchiaia, e educazione dei figli – spiega l’economista Hans-Hermann Hoppe – si è ridotto l’orizzonte temporale degli individui, e il valore del matrimonio, della famiglia, dei figli si è abbassato: e infatti le nascite sono crollate della metà da quando, proprio negli anni della Contestazione, sono stati ampliati a dismisura i moderni sistemi welfaristici.

I comportamenti irresponsabili, dissoluti e insani non solo vengono giustificati o esaltati dalla "Controcultura" divenuta dominante, ma sono spesso sussidiati da uno Stato sociale che provvede a tutte le evenienze; d’altro canto, i comportamenti responsabili e previdenti vengono puniti perché fortemente tassati.

Come l’Impero romano

In particolare è stato rilevato, fra gli altri dal Premio Nobel per l’economia Gary Becker, che i sistemi pensionistici pubblici incoraggiano la riduzione dei tassi di natalità, poiché i genitori diventano meno dipendenti dai propri figli per il sostegno negli anni della vecchiaia. Mentre un tempo tutte le risorse risparmiate rimanevano entro il gruppo famigliare, con i sistemi statali a ripartizione coloro che non fanno figli possono risparmiare consistenti spese per il loro allevamento, per poi incassare in vecchiaia i contributi versati dai (sempre più pochi) figli delle altre coppie, o dagli immigrati. Perdipiù chi interrompe l’attività lavorativa per allevare i figli viene penalizzato anche sul piano pensionistico, a causa dell’interruzione dei versamenti contributivi. Chi invece punta tutto sulla carriera e non sul famiglia avrà una pensione più alta. Il risultato, ha osservato amaramente il giornalista Maurizio Blondet, è che i ricchi pensionati di oggi ricevono le loro pensioni dai figli…degli altri. Mentre chi genera questi figli preziosi per la società viene, in più, peggio retribuito in vecchiaia.

È evidente che il declino nella fertilità sta rendendo insostenibile il sistema di welfare, e che l’unico modo per mantenerlo in piedi è quello di importare massicce quantità di immigrati. Secondo un recente studio dell’ONU, l’Italia necessita addirittura di 2,2 milioni di immigrati all’anno per generare la base fiscale necessaria a sostenere la "spesa sociale". È dunque prevedibile che gli immigrati del terzo mondo, con un alto tasso di fertilità, saranno destinati a diventare più numerosi degli europei autoctoni, e questo pone un’importante questione: il futuro dell’Europa sarà europeo? I musulmani e gli africani si europeizzeranno, o avverrà il contrario?

Per adesso gli uomini politici europei sembrano più interessati al mantenimento dello Stato assistenziale che alla difesa della propria cultura, anche a costo di consegnare il destino della loro progenie nelle mani di una maggioranza di stranieri. L’Impero romano morì per esaurimento quando lo statalismo burocratico, il fiscalismo e l’assistenzialismo del panem et circenses raggiunsero il culmine, insieme alla diffusione di una cultura libertina ed edonista e ad un crollo verticale della natalità. Oggi sembra proprio che il Vecchio Continente abbia deciso di imboccare la stessa strada.

BIBLIOGRAFIA

Gary Becker, "Gli effetti perversi dei sistemi a ripartizione", Biblioteca della Libertà, n. 128, 1995;
Maurizio Blondet, "Perché favorire i figli dev’essere di sinistra", L’Avvenire, 6 febbraio 2003;
Patrick J. Buchanan, The Death of the West: How Dying Populations and Immigrant Invasions Imperil Our Country and Our Civilization, St. Martin Press, New York, 2002;
Nicholas Eberstadt, "Liberiamo le cicogne", Global FP, n. 8, aprile 2001;
Hans-Hermann Hoppe, "Ridare vita all’Occidente" (recensione a The Death of the West di Patrick J. Buchanan), Enclave. Rivista libertaria, n. 15, 2001, Treviglio, Leonardo Facco Editore (tel. 333-8082280).
Henry Mendras, "L’Italie malade de sa famille", Le Monde, 18 febbraio 2002.

© Il Domenicale

 


 
   

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